Archives for posts with tag: cultura

Immaginavo che prima o poi nel bel mezzo di queste peregrinazini normative qualcuno avrebbe alzato pacatamente le antenne, chiedendosi: ma dove sta andando a parare?

In un blog che si occupa di cultura, ha in effetti senso chiedersi che ruolo abbia il giornalismo… Sì, ha senso, ma in termini diffusivi più che sostanziali. Il giornalismo, e il radiogiornalismo, stanno però alla diffusione della cultura, spesso, come il volantino sta al successo del locale notturno. Qualcuno si fermerà per provare il coktail più insolito millantato da quei quadratini di carta sempre più centimetrici che distribuiscono nelle zone della movida. Ma quanti, dico, quanti almeno che non frequentano già quell’intorno, andranno effettivamente nel bar pubblicizzato dal quadratino suddetto? Io potrei riferirmi a una fascia d’età che paradossalmente è più avulsa dalle logiche della carta stampata con intenti pubblicitari. Noi persone della mia età, diceva sempre un mio conoscente di una ventina d’anni meno attempato, tendiamo a spregiare la carta in una iper-correzione dovuta al nostro volerci omologare al digitale. Come a dire, non siamo digitalizzati a sufficienza, e vogliamo mostrare di esserlo. O meglio, direi io, come diceva Baricco parlando della barbarie: siamo profondi come istanze di base. Ci avviciniamo quindi alla digitalizzazione con la nostra abituale profondità, e vediamo il cubetto di carta come obsoleto, vintage. Invece dovremmo con la volatilità rapida dei “giovani” afferrare il volantino, cercarci la suggestione visiva e la promozione, come gli esseri umani ancora fanno con le immagini anche fisse.

Comunque, è fatta e rifuggo il giornalismo e il radiogiornalismo. Non penso che la promozione culturale possa passare solo da lì. Penso però che se parliamo di sovvenzioni statali, sia un OBBLIGO parlare dell’editoria in senso ampio. I libri, le case editrici. Quelle buone, che ancora cercano di riportare il classico sotto la migliore luce, quelle che ospitano i contemporanei quanto basta per non curarli troppo. Che su questi contemporanei attuano un lavoro di selezione professionale, e non emotivista. Io vorrei uno Stato che finanzi le opere d’arte buone, ben fatte, professionali. Anche se il criterio è difficile da trovare, ma penso che potrei proporre qualche buon nome per una ipotetica giuria. Per ora, tutto questo è utopia. Pura.

Sono a riportare un’indagine statistica sullo stato della conoscenza e dell’occupazione in Italia.

Non tutti abbiamo la fortuna di gestire sul suolo patrio un istituto di indagine e analisi statistica come Istat. Senza entrare troppo nel merito del perché faccio questa considerazione, ho letto da poco il Rapporto conoscenza 2018, e principalmente il capitolo 6, titolato “Gli strumenti e  le sfide per le politiche”.

Il rapporto

Alla capacità di creare conoscenza, alla sua diffusione nella popolazione e all’uso nella
vita personale e nell’economia sono associati numerosi elementi, di natura diversa, rispetto
ai quali le politiche possono avere un ruolo non trascurabile. (Fonte)

E quindi abbiamo delle voci come la creazione di occupazione qualificata (6.1) ma anche, necessariamente, la premialità dell’istruzione nelle opportunità di lavoro e di reddito (6.2). Lo stato dell’arte dell’istruzione è fondmentale per capire i bisogni di una classe dirigente artistica da formarsi, e non manca nemmeno il capitolo in merito (6.3).

Considerando la diffusione della conoscenza nella vita quotidiana delle persone, la disponibilità
e la fruibilità dell’offerta culturale e l’uso della cultura (6.4) sono strettamente
connesse. In quest’ambito, i giacimenti culturali e in particolare i siti del patrimonio
Unesco (6.5) costituiscono un asset con valenza anche economica diretta,
ma gli strumenti più consolidati sono rappresentati dalla disponibilità editoriale e la
lettura di libri (6.6).
Infine, tra gli elementi di natura sistemica, si annoverano le infrastrutture del sapere
– un buon esempio nel mondo digitale, Wikipedia (6.7), la creazione e lo sviluppo
delle imprese (6.8), in particolare negli ambiti tecnologicamente più avanzati, o
l’efficienza e la capacità formativa del sistema Universitario (6.9).

I commenti

Che dire, aspetto di finire la lettura per avere un commento sostanzioso. Già ne sto elaborando uno.

Se sui rapporti degli anni precedenti poco mi sono interessato se non per quanto riguardava gli aspetti salienti che la stampa rimbalzava, penso che quest’anno aggiungerò ai miei soliti report “privati” ottenuti da indagini sporadiche nel settore questa ulteriore panoramica.

A presto.

Non sono un amante della televisione, anche se ogni tanto mi capita qualche programma di approfondimento, oltre ovviamente ai telegiornali rubati nei luoghi pubblici.

La buona vecchia tv

L’aspetto folcloristico della televisione ha però sempre stuzzicato in qualche modo il mio interesse.

Forse il non avere troppo vicino a me esempi di degradazione dovuta al tubo catodico mi ha portato a una tolleranza che altri miei conoscenti non hanno: capisco, umanamente, che vedere ad esempio i propri genitori in completo abbandono sul divano, soprattutto se da quell’età nella quale il dinamismo comincia a venir meno anche per fattori meramente fisiologici, sia piuttosto sgradevole.

Il Pasolini dentro ognuno di noi

Quindi facilmente la mia posizione mi porta a osservare con una certa curiosità chi ancora dedica ore intere della propria vita alla televisione. Anche se ora è evoluta e non più tubo catodico, e l’on demad ne ha definito i contorni, e programmi più internazionali si fanno strada, resta a mio parere un passatempo noioso e abbastanza alienante.

Ho trovato sulle televisioni nazionali ottimi documentari. Anche sulle private, selezionando e sopportando la millesimazione dovuta alle continue pubblicità.

I quiz a premi

Una cosa che però esito ancora a capire sono i quiz a premi. Ecco, a proposito di questi, ne avevo un ricordo infantile, che non è stato aggiornato con una prova empirica continua. Quindi, mi sono ritrovato a ri-vederla dopo decenni, e poi ancora dopo altri, oggi.

Mi sembra di aver notato un particolare che lì per lì ho trovato davvero preoccupante: le domande di cultura generale sono quasi totalmente scomparse. Se prima l’aver frequentato un liceo classico metteva al riparo dagli scivoloni di un’ignoranza popolare, ora non è più così. Il gossip, mi sembra di capire, la fa da padrone.

E’ proprio vero che nessuno si bagna due volte nello stesso fiume.

D’altro canto anche la fiscalità ha inseguito l’arte per inseguirne il denaro sottostante, talvolta a buon diritto quando nasconde l’evasione, talaltro penalizzando un settore creativo che avrebbe invece bisogno di maggior fiducia e agevolazioni.

Così scrive Marilena Pirrelli a proposito del mercato dell’arte italiano. La trovo un’analisi molto lucida e comprensiva di tutti i fattori in gioco. Lei parla di “resistenze e esclusività”, riferendosi probabilmente alle sacche arenate dove la promozione non ha capito che si deve rivolgere a investitori generosi, ma anche, e soprattutto, fare rete.

Impresa culturale e creativa

Sembra che il networking, o il “fare rete”, sia la necessità prima alla quale deve votarsi ogni amministratore pubblico, ma anche ogni soggetto privato, per riuscire a intravedere uno spiraglio di successo.

È stato fatto un grande lavoro da parte della commissione Cultura della Camera che si è tradotto, dopo la falcidia della Commissione Bilancio, in una definizione. Sembra nulla ma in realtà è un passo importante: il riconoscimento delle Icc (Impresa culturale e creativa) non è cosa così scontata e rappresenta un lascito importante alla prossima legislatura. Con l’introduzione in Manovra poi di un credito di imposta, per quanto limitato, il segnale dell’importanza del settore culturale per l’economia nazionale diventa ancor più evidente.

Necessario cambiare la normativa

Questi fattori sono evidentemente di natura politica: la politica fa una scelta di campo, che è quella della promozione, e ricapitalizza le imprese che si dedicano alla cultura. Ma poi la normativa si deve adeguare a questi cambiamenti, e intervenire in senso logistico. Ecco che la maggior parte delle attuali leggi sulla promozione a valorizzazione culturale appartengono al periodo del Ventennio.

Alcuni provvedimenti

Qualche provvedimento positivo c’è, e li cita anche Pirrelli nell’articolo che ho riportato. Sono la legge 124 del 4 agosto 2017 , che vuole semplificare la circolazione internazionale dei beni culturali. In discussione c’è poi la legge sui delitti contro il patrimonio culturale. Tutti segnali positivi, ma bisogna attendere gli sviluppi normativi per capire se l’impatto sarà davvero rivoluzionario, com’è ora che avvenga.

E’ la fine del 1750 e nei salotti francesi buoni e in odore di illuminismo si aggira una curiosa stampa. E’ il Prospectus dell’Encyclopèdie, che riporta la data di stampa del 1751, in una perfetta operazione di marketing che mira a promuoverlo adeguatamente nei circoli che contano.

La domanda che mi collega al discorso di una enciclopedia retribuita è: chi paga?

Gli editori

Così scrivono gli editori del progetto Encyclopedie, facendo scarcerare Diderot da Vincennes, dove stava rinchiuso«Quest’opera, che ci costerà 250.000 lire – scrivono – e per la quale ne abbiamo già spese più di 80.000, stava per essere annunciata al pubblico. La detenzione del signor Diderot, l’unico uomo capace di un’impresa così vasta, e il solo che possieda la chiave di questa operazione, può significare la nostra rovina!» (così dice Luciano Canfora nella sua introduzione alla traduzione italiana del Prosectus nei “Quaderni di varia cultura”, al quaderno 01, della Fondazione Gianfranco Dioguardi. La traduzione è di Francesco Franconieri).
Stiamo parlando del 1749, Diderot verrà scarcerato dopo soli tre mesi, e il suo progetto di Enciclopedia sarà un lasciapassare pubblico che gli consente di proseguire il suo lavoro intellettuale, interrotto dalla censura governativa.
Ma la parte più interessante è che il progetto ottiene “1002 sottoscrizioni dell’opera intera” (spiega Canfora). Una sorta di crowdfunding ben riuscito.
E’ abbastanza istintivo evincere da questi fatti che chi ci guadagnò veramente dal progetto editoriale furono gli editori. Non ci è dato sapere se gli enciclopedisti percepissero un compenso, come già gli autori del “caffè” milanese, che però era un periodico.

Rimborsi spese

Il lavoro giornalistico era certamente retribuito, tant’è che già la professione di giornalista andava formandosi. Invece li lavoro enciclopedico nasce sulla scorta di una spontanea abnegazione, oltre a un’implicito classismo sociale che assegnava ai ricchi di famiglia la possibilità di dedicarsi alle culturali applicazioni.
C’è anche da dire che Diderot nell’introduzione istituisce un parallelismo tra il reperimento di informazioni che ha fatto e quanto avrebbe potuto fare andando presso artisti. Cita i “soldi in mano” necessari per questi ultimi, e abbiamo buone ragioni di credere che le “consulenze” elargitegli le remunerasse ampiamente.
Che esistesse un rimborso spese per il suo lavoro? Ne dubito fortemente. Ma nel prossimo post parlerò di come la mutazione sociale impedisca la riproposizione di questo genere di schema.

La luce in fondo al tunnel per le criptovalute. Questa sembra la convinzione del momento dell’intellighenzia informatizzata e avventurosa in fatto di investimenti. Si legge di un giovane di nome Didi Taihuttu, che ha venduto tutti i propri beni immobili, e gran parte di quelli mobili. Ora vive in una roulotte con la famiglia e crede fermamente che diventerà ricco con la criptovaluta nella quale ha investito.

Come ho già scritto la volatilità di questo mercato impedisce di fare previsioni di crescita sicure, ma non è questo l’argomento del quale voglio parlare.

Mi piacerebbe introdurre una novità assoluta, l’enciclopedia retribuita a criptovalute. Dunque, quali sono le novità in ballo con l’enciclopedia targata Lunyr della quale si sente molto parlare in questo periodo?

Innanzi tutto, se ne parla ora perché è stata indicizzata dai motori di ricerca la sua versione beta. Aggiornata, funzionale, rapida. In secondo luogo, la moda delle criptovalute, come sostenevo nel mio precedente articolo, consente che qualsiasi albero che cade faccia più rumore… Et coetera.

Ma qual è la vera novità dell’enciclopedia retribuita a criptovalute?

Forse più la retribuzione, che la criptovaluta. La retribuzione del lavoro intellettuale dell’enciclopedico, prima nato come studioso e filo-sofo, amante della saggezza e quindi desideroso di condividerla, anche gratuitamente. Professionalizzare un’operazione del genere, si dimostrerà necessario? Mi piacerebbe fare un percorso tematico sull’argomento, che inizierò con queste scarne osservazioni.

Ma due parole sulle criptovalute circolanti nel sistema lunyr le devo spendere. Innanzi tutto, “la piattaforma integra anche un sistema di advertising, ovviamente basato sui token, cosa che dovrebbe far girare ancora di più l’ecosistema del nuovo mezzo” (come scrive Il Sole 24Ore).

I token sarebbero i “gettoni”, cioé le criptovalute. Queste monete varrebbero quindi all’interno del sistema come una merce di micro-retribuzione degli autori, e di chiunque volesse pagarsi uno spazio pubblicitario. La domanda che mi resta è, cosa succederebbe se i token andassero male negli investimenti azionari al’infuori della piattaforma?

Mi pare che la situazione sia quella di svalutazione delle monete nei mercati globali. Cosa che non diminuisce il potere d’acquisto nel territorio nazionale, nel mondo reale. Ma con i token ci potremo comprare, un giorno, il pane?

 

Macbeth in Sardegna, da quale classe sociale sarebbe stato rappresentato? Così sarebbe portato a chiedersi il sociologo che lo tentasse di attualizzare, secondo la buona pratica di un filone tardo ottocentesco di recupero d’ambiente arcaico per veicolare il moderno. Non amo personalmente l’attualizzazione nel suo senso topico, ovvero non amo che l’ambiente prenda il sopravvento su quello che dovrebbe essere lo spirito hegeliano dell’opera, che l’autore voleva pervasivo e degno di essere ricordato dai posteri.

Il rispetto per il contesto storico, insieme allo sguardo strutturalista crea in me un ingenuo e generico “rispetto del testo”. Ma tant’è, e applico il criterio al selvaggio “Macbettu” di Alessandro Serra, spettacolo che non ho visto ma del quale vengono date abbastanza sinossi sulla rete. Una caratteristica della critica teatrale da web è che racconta molti più dettagli logistici di quello che faceva la critica “colta” di un D’Amico, ad esempio.

Quindi, io so che lo spettacolo è in logudurese. E che la traduzione del testo shakesperiano prevede alcune variazioni di trama consistenti. Inoltre, dicono, il testo si sviluppa come un canto, il protagonista è un pescatore. Però, attenzione, se qualcuno sta storcendo il naso nel sentire l’odore della paventata attualizzazione, non temete, gli attori sono tutti maschi. Come nel più tradizionale teatro elisabettiano.

Macbeth in Sardegna è quindi il pescatore ambizioso e cantante

La moglie, come la Lady Macbeth nella comune memoria, lo spinge quindi ad avere ambizioni sociali superiori. Non recupero informazioni su come avvenga la coercizione, difficile da rendere in un contesto di “canto”, quale descrivono la pièce.

Il canto forse sostituisce, formalmente, la ritmica della versificazione, aggiungendoci la melodia, e questo può risultare un ammicco alla tradizione della Grecia dei classici.

Non ci è dato saperlo. In ogni caso, sicuramente la visibilità che stiamo contribuendo a dare a quest’opera dipende molto dall’hazard del titolo e poco dalla conoscenza del suo contenuto. Sapere poi che l’opera è stata ispirata da un reportage nei carnevali della Barbagia non contribuisce a togliermi i dubbi di attualizzazione selvaggia e assai poco rispettosa dello spirito del testo.

Mi domando perché non “Amletu”.

Sempre più incuriosito dal fenomeno del free touring, di cui ho già parlato. 

Credo che prima o poi mi spaccerò per un turista statunitense e parteciperò a una di queste esperienze di economia “dal basso”.

Duomo, Piazza Mercanti, Castello Sforzesco, Teatro alla Scala, San Bernardino alle Ossa, Università Statale, Galleria Vittorio Emanuele II.

“…And much more” recita uno dei tour più convenzionali. Non so cosa proporrei se avessi ancora l’età per imbarcarmi da guida in questo genere di avventura.

Probabilmente una “Milano degli Sforza”, con approccio tematico a tutti i monumenti e ai luoghi simbolo di questa rinomata famiglia italiana. O magari un tour dei teatri, con le principali prime che hanno contribuito a renderli famosi. Con una necessaria parentesi storica sull’epoca nella quale ogni tetro è stato in auge, qualche curiosità morbosa sulla vita del castrato 500esco di turno… Reperire queste informazioni nella memoria è tanto più difficile, quanto è facile ricordarle quando le si sente come unica nozione relativa a una città.

Avrei sicuramente trasferito la saggistica sociologica che studiavo a considerazioni abitative, attuali. Le gentrificazioni, l’abusivismo edilizio, le vie “della moda”, “della finanza”… Se penso a quanti differenti percorsi tematici si possono affrontare in una città come Milano, quasi rimpiango di non essere nato in tempi più recenti.

Prima o poi partecipo.

Mi chiedevo da ragazzo cosa significasse nella poetica dell’arte il non-finito. Nel regolare percorso della storia dell’arte scolastica, si arriva al periodo della vecchiaia di Michelangelo. L’accurata tecnica di levigatura del marmo, da lui perpetrata come un rituale sacro, comincia a scemare nei quattro Schiavi. Così vengono chiamati posteriormente i quattro uomini sbozzati grezzamente nel marmo, nell’atto di liberarsi da simboliche e letterali catene.

Il mio ricordo scolastico è sicuramente sfumato dal passare degli anni, ma sono abbastanza sicuro di aver legato indissolubilmente il concetto di modernità a quelle statue incompiute. Che poi, nella storia della critica d’arte ci sia sempre un certo ammicco verso la vaghezza, è una considerazione piuttosto ordinaria.

Il non-finito era ora descritto come necessità dell’artista, ormai famoso: doveva spostarsi da una città all’altra e da una commissione all’altra, e non poteva certo trascinarsi i manufatti con sé. In certi altri casi, e malricordo se fossero gli schiavi, il pezzo di marmo si rivelava inadatto per la scultura. Secondo la sua personalissima e celeberrima visione dello sbozzare, già nel blocco grezzo è insita la figura. Lo scultore come un fedele sacerdote/artigiano estrae significato già contenuto nella pietra che pare inespressiva. Quindi, era come se il blocco si rivelasse erroneamente interpretato.

Lo smaliziato fruitore vede l’errore scultoreo, o la necessità pratica di abbandono. O addirittura, ricordo certi compagni dalla pragmatica malizia, la pigrizia dello scultore troppo affermato.

La modernità si collocava, nella mia mente, a questo punto. Senza indulgere in interpretazioni a posteriori, o in critica d’arte, che non è il mio campo:

E’ incredibilmente moderno che un’opera abbandonata per incuria, fatta da un Nome e un Cognome rinomato, venga comunque conservata, discussa, tenuta viva.

Gli schizzi di Picasso, modernissimi e strapagati dagli acquirenti, sembrano molto più simili all’idea di opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, come voleva Benjamin, piuttosto che alle ultra-venerate reliquie. Anche se all’occhio non esperto potrebbe risultare il contrario.

E’ senza veli la Milano della fashion week terminata qualche giorno fa.

Non è stata solo una kermesse di alta moda: sono state aperte per l’occasione:

la storica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, che il Comune mette a disposizione anche per le sfilate dei designer emergenti, supportati dalla Camera della moda, e il Museo della scienza e della tecnica e la Triennale. Ed entrare nel Teatro Lirico, benché ancora in corso di ristrutturazione, per assistere al defilé di Antonio Marras.

(Fonte: Il Sole24Ore)

La Scala ospita domenica sera la prima edizione del Green Carpet Fashion Awards Italia.

Non solo moda, non solo manifattura, ma cultura del bello che dalla Fashion Week in sé si dipana a altri campi d’applicazione artistica.

La valorizzazione di questi due teatri, poi, nati come massima forma di aggregazione culturale nel tardo ‘700. I salotti milanesi si raccoglievano nei loro palchetti alla Scala per discettare di politica, ma più spesso per spiare il corsetto del vicino, per parlare di scandali, per scambiarsi impressioni sul pittore più in voga… A luci semi-accese, con il concerto che invadeva i silenzi (e non, come oggi, viceversa). Lì si consumava la vita mondana di Milano. Alla Scala il teatro grande, al Lirico, originariamente “la Canobbiana”, il teatro piccolo.

Dobbiamo figurarcela chiaramente, l’inestimabile promozione che questi influencer ospiti a Milano possono consentire. Un’immagine colta con Instagram regala una diffusione molto più capillare di quella che l’advertising di un museo o di un sito riesca volontariamente a fare.

Quindi, se la trasversalità di una manifestazione di moda la rende meno autoreferenziale, i milanesi non possono che gioirne.