I resti perfettamente conservati di una donna sono stati trovati agli Uffizi di Firenze nell’area di scavo adiacente all’aula di San Pier Scheraggio. Si tratta di uno scheletro rinascimentale, spiega il museo, perfettamente conservato e risalente presumibilmente alla fine del ‘400. Le spoglie sono in un punto dove un tempo c’era una chiesa, esistente prima ancora che gli Uffizi fossero edificati e ne ‘inglobassero’ gli spazi. Era un luogo di culto molto frequentato, tra l’altro anche dal sommo poeta Dante Alighieri.
    Gli scavi archeologici effettuati sotto la guida della Soprintendenza da circa 20 anni, hanno riportato alla luce una porzione dei sotterranei dell’antico edificio religioso, che, come usava nel passato, veniva anche usato come luogo di sepoltura. Lo scheletro, indicato con codice identificativo 101, verrà ora portato ai laboratori di archeoantropologia della Soprintendenza per essere sottoposto ad esami ed analisi.

(Fonte: Ansa)

Dopo quanto tempo è lecito considerare un cadavere una prova documentale? Intendiamoci, lo è già per la medicina legale, ma i miei pensieri veleggiavano più verso l’archeologia. C’è mai stato qualcuno a teorizzare il minimo tempo speso da una decomposizione per autorizzare lo scavo su di essa?

Una scheletro del 1500 è prova documentale? Studi sull’alimentazione se ne possono fare, anche se le abitudini mondane dell’epoca possiamo ben saccheggiarle al di fuori delle tombe. E poi, ai fini di quale ricerca storica interessa avere questi dettagli così approfonditi?

Mentre le donzella viene spolverata, io mi pongo questi quesiti. Chissà se uno storico dell’arte penserà mai (o avrà pensato) a legittimare il confine tra fas e nefas, in questo spaventoso e prolifico campo.

Un ISchia FIlm Festival che non si vergogna della propria italianit’, non c-[ che dire.

Il programma quest’anno è piuttosto monotono:

Arrivederci Saigon (Italia, 2018) di Wilma Labate
Bentornato Presidente(Italia, 2019) di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi
C’è tempo (Italia, 2019) di Walter Veltroni
Copperman (Italia, 2019) di Eros Puglielli
Domani è un altro giorno (Italia, 2019) diSimone Spada
Drive me home(Italia, 2018) di Simone Catania
Lazzaro Felice (Italia, Svizzera, Francia e Germania, 2018) di Alice Rohrwacher
Ma cosa ci dice il cervello (Italia, 2019) di Riccardo Milani
Modalità aereo (Italia, 2019) di Fausto Brizzi
Moschettieri del re – La penultima missione (Italia, 2018) di Giovanni Veronesi
Non ci resta che il crimine (Italia, 2019) di Massimiliano Bruno
La paranza dei bambini(Italia, 2019) di Claudio Giovannesi
Ride(Italia, 2018) di Valerio Mastandrea
Sembra mio figlio (Italia, 2018) di Costanza Quatriglio
Sulla mia pelle (Italia, 2018) di Alessio Cremonini
L’uomo che comprò la luna (Italia, 2019) di Paolo Zucca
Il viaggio di Yao (Francia e Senegal, 2018) di Philippe Godeau
Il vizio della speranza(Italia, 2018) di Edoardo De Angelis
 

Le date del festival sono dal 29 giugno al 6 luglio.

Dopo che Ettore Modigliani morì, nel giugno del 1946, spetterà a Fernanda Wittgens l’arduo compito di riaprire realmente la Pinacoteca di Brera. La grandiosa riapertura sarà nel 1950.

Figlia di un professore di lettere del Parini, Fernanda si laurea in Storia dell’arte con Paolo D’Ancona, con una tesi sui libretti d’arte dei pittori dell’Ottocento.

Inizia come insegnante, poi giornalista, e alla Piancoteca di Brera v inizialmente con la qualifica di “operaia avventizia”. Qui diventa assistente di Ettore Modigliani, e il resto della storia è noto. La storia dell’arte lombarda fu uno dei cardini dell’interesse di questa figura di intellettuale dalla fortissima vena indipendente.
Fu incarcerata con l’accusa di antifascismo a San Vittore durante la guerra.

A guerra finita, pur essendo politicamente vicina a Ferruccio Parri e al Partito d’Azione, rifiutò tutti gli incarichi politici che le vennero offerti, rimarcando la necessità di autonomia degli intellettuali dal potere.

Fece acquisire alla Pinacoteca la Cena in Emmaus del Caravaggio, fondamentale per la sua concezione di percorso espositivo con al centro l’arte lombarda.

Visto che abbiamo parlato di Ettore Modigliani, toccava alla sua succeditrice , indispensabile per la riapertura post bellica di Brera. L’anno scorso è uscita la sua autobiografia, sempre per Skira edizioni, dal titolo “Sono Fernanda Wittgens, una vita per Brera”. Con l’idea che la storia museale è fatta sì di grandi opere, ma per allocarle sono state necessarie grandi figure.

Un temperamento alacre, questo è l’Ettore Modigliani che emerge dalla sua autobiografia pubblicata da Skira edizioni.

Un uomo dai molteplici interessi, che arriva in una Milano inizialmente ostile, e piano piano inizia a costruirsi una geografia degli affetti e dei contatti intellettuali che lo porterà al viaggio epocale della Pinacoteca.

Il curatore è Marco Carminati, che raccoglie le memorie in possesso degli eredi di Ettore Modigliani, che per chi non lo ricorda fu direttore della Pinacoteca di Brera dal 1908 al 1935 e soprintendente della Lombardia dal 1910 al 1935.

Proteggere le opere dalle guerre, lavorare alacremente per difendere il patrimonio contenuto nella Pinacoteca: questo l’intento del grande curatore.

Una carriera anche internazionale, la sua, in quanto fu organizzatore della più importante mostra, mai realizzata, sull’arte antica italiana alla Burligton House di Londra nel 1930, per la quale ottenne l’onorificenza di Cavaliere dell’Impero britannico.

I natali da famiglia ebrea non furono per lui auspici di buona fortuna: nel 1943 dovette infatti scappare dal pubblico e nascondersi con la propria famiglia. Fu nominati nuovamente soprintendente dopo la guerra, e si occupò di restaurare il cumulo di macerie rimasto, per riportarlo all’antico splendore.

Una lettura necessaria per comprendere una figura necessaria alla storia del patrimonio museale italiano.

Non vorrei essere profetico, ma ora che rileggo il mio precedente intervento, a giochi fatti quella “ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo” sembra più che mai reale.

Il film vincitore di questa edizione è stato “Parasite” di Bong Joon-ho, regista coreano contemporaneo che già nel 2017 aveva scatenato non pochi pruriti sempre al festival, con il suo ” Okja”.

Ma andiamo con ordine, il regista si può dire che abbia attirato il faro dell’opinione pubblica con il suo socialissimo “Snowpiercer”. Un thriller fantascientifico, un treno bloccato nel ghiaccio nel quale convivono gli appartenenti a classi sociali diverse, con diversi privilegi. IL gioco della rivolta degli inferiori è rappresentato con le tinte incalzanti della fantascienza.

Le tinte diventano non meno labili ma più fiabesche in “Okja”. Okja è una satira sociale in piena regola, che non manca di staffilare il marketing e le logiche della grande distribuzione, non meno che l’animalismo più becero. Da questo film in poi ho il mondo cinefilo ha iniziato a guardare il regista coreano con qualche grammo di interesse in più: un conto è il film distopico, molto alla moda e quasi abusato da teen movie sull’onda di Hunger Games. Ma qui non siamo in un teen movie, sicuramente, e nemmeno nel tono naif e pregnante del cinema d’animazione di Myazaki. Pure molto di moda, peraltro.

Okja sta nel mezzo, con la sua forte carica di esplicita satira sociale.

“Parasite” è la versione scremata dal contesto, possiamo dire, di questo interesse del regista per la classe sociale, che inizia con la fantascienza di Snowpiercer e prosegue nell’animalismo. Parasite è una storia di riscatto vero e proprio, ma con una punta di thriller. Diciamo che l’aspetto sociale è decisamente quello più riuscito, e quello che ha più incantato la giuria occidentale e affascinata dall’occhio critico di un degno esponente di un PAese emergente. Inutile dirlo: Paese con contraddizioni sociali eclatanti.

Ho visto il programma del festival di Cannes 2019, e come immaginerete non posso esimermi da alcune considerazioni. Qualche titolino per sciacquarsi dall’accusa facile della ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo.

Lungi da me il denigrare un programma così fitto di occhi ammiccanti e meno sulla contemporaneità. Ho visto solo alcune delle clip che girano, ma già LEs Miserables, o Atlantique, sembrano rassegne sull’alterità del contemporaneo. Ben venga, l’epica pasoliniana, ben venga. Ma quest’anno a parte l’atteso ultimo Tarantino e l’autobiografia di Almodovar, no vedo altri potenziali cult per le grandi masse.

Detto ciò, nessuno di noi è a caccia del film “da Cannes a Oscar”. Se Tarantino magari con la sua luccicante storia nostalgica holliwoodiana potrebbe anche tornare al red carpet degli Oscar, dopo quello francese, degli altri non sono così certo.

Bisognerà vedere i film per giudicare, ma a occhio direi che la preponderanza per il sociale renderà il prossimo festival 2020 quantomeno surrealista. Quantomeno. Ma sono previsioni.

Immaginavo che prima o poi nel bel mezzo di queste peregrinazini normative qualcuno avrebbe alzato pacatamente le antenne, chiedendosi: ma dove sta andando a parare?

In un blog che si occupa di cultura, ha in effetti senso chiedersi che ruolo abbia il giornalismo… Sì, ha senso, ma in termini diffusivi più che sostanziali. Il giornalismo, e il radiogiornalismo, stanno però alla diffusione della cultura, spesso, come il volantino sta al successo del locale notturno. Qualcuno si fermerà per provare il coktail più insolito millantato da quei quadratini di carta sempre più centimetrici che distribuiscono nelle zone della movida. Ma quanti, dico, quanti almeno che non frequentano già quell’intorno, andranno effettivamente nel bar pubblicizzato dal quadratino suddetto? Io potrei riferirmi a una fascia d’età che paradossalmente è più avulsa dalle logiche della carta stampata con intenti pubblicitari. Noi persone della mia età, diceva sempre un mio conoscente di una ventina d’anni meno attempato, tendiamo a spregiare la carta in una iper-correzione dovuta al nostro volerci omologare al digitale. Come a dire, non siamo digitalizzati a sufficienza, e vogliamo mostrare di esserlo. O meglio, direi io, come diceva Baricco parlando della barbarie: siamo profondi come istanze di base. Ci avviciniamo quindi alla digitalizzazione con la nostra abituale profondità, e vediamo il cubetto di carta come obsoleto, vintage. Invece dovremmo con la volatilità rapida dei “giovani” afferrare il volantino, cercarci la suggestione visiva e la promozione, come gli esseri umani ancora fanno con le immagini anche fisse.

Comunque, è fatta e rifuggo il giornalismo e il radiogiornalismo. Non penso che la promozione culturale possa passare solo da lì. Penso però che se parliamo di sovvenzioni statali, sia un OBBLIGO parlare dell’editoria in senso ampio. I libri, le case editrici. Quelle buone, che ancora cercano di riportare il classico sotto la migliore luce, quelle che ospitano i contemporanei quanto basta per non curarli troppo. Che su questi contemporanei attuano un lavoro di selezione professionale, e non emotivista. Io vorrei uno Stato che finanzi le opere d’arte buone, ben fatte, professionali. Anche se il criterio è difficile da trovare, ma penso che potrei proporre qualche buon nome per una ipotetica giuria. Per ora, tutto questo è utopia. Pura.

Ho trovato una tabellina relativa all’anno 2013. La tabellina compara l’IVA applicata sui beni di consumo, e quella applicata sulla stampa. Questo in diversi Paesi europei, il che ci dà uno sguardo d’insieme sulla questione:

(Fonte)

Parliamo di 6 anni trascorsi dal 2013, quindi è chiaro che non è mia intenzione fare un’analisi comparativa attuale. Però questa disparità, tra una Norvegia con l’IVA al 25%, che sgrava completamente l’editoria, e l’Austria che la dimezza soltanto, è abbastanza evidente. Potremmo dire che come l’Italia molti altri Stati si comportano nei confronti dell’editoria più come finanziatori indiretti che diretti.

Dei Paesi sovra-citati 10 applicano anche sussidi diretti, sempre secondo la relazione del briefing che ho preso in considerazione. 8 invece non li applicano.

E’ interessante vedere in questo articolo quanti Paesi applichino il supporto selettivo all’editoria. Quello che ho descritto altrove come spinoso problema, è percepito ovviamente come tale non solo dall’Italia.

Ora che abbiamo visto come l’Italia non sia troppo discosta da una media piuttosto variegata, vorrei aggiungere proprio due battute sulla selettività di contenuto. Innanzi tutto, invocare la censura di Stato è fuori luogo. Ma anche, elargire prebende.

Ho espresso in questi tre interventi il quadro logico che grossomodo mi sono fatto in merito alla questione. Spero che la mia decisione di semplificazione massima serva a chi ancora non conosceva il problema, e ora forse lo vede.

Alla prossima!

Nel mio precedente articolo sul finanziamento diretto all’editoria mi sono accorto di aver citato un paio di giornali che ne usufruiscono. Non voglio venir meno al principio di imparzialità, questo va precisato, ma mi hanno fatto notare che citare due esempi come se fossero estremi lascia comunque sottintendere una maniera partigiana di intendere la realtà. Relata refero, comunque, e questo serva a ulteriore prova della mia assoluta buona fede: lungi da me il contrapporre filosoficamente i due poli della linea editoriale di Libero e del Manifesto, nati in epoche diverse, con redazioni diverse e scelte di linea anche variegate, al loro interno.

Credo però realisticamente che ogni effetto di un processo possa essere confrontato con un altro. Banalmente, essendo entrambe testate giornalistiche registrate, penso che sia corretto porle su un piano comparativo, mantenendo come criterio il non eccedere con la ricerc di similitudini o differenze, mantenendo nell’analisi la specificità di entrambe.

Comunque: parlando di giornalismo, non credo che nessuno possa rammaricarsi del pluralismo dell’informazione. Non credo che esista qualcuno che auspichi una sola forma di approvvigionamento della conoscenza. Chiaramente, si parla qui di una forma di conoscenza, e di notizia, più strutturata e verificata, a differenza di quelle che si reperiscono in rete o grazie al passaparola. Essendo una notizia strutturata, possiamo quindi aspettarci che per vincere la concorrenza della notizia immediata serva un aiutino da parte del pubblico, quantomeno adeguato al numero di copie vendute.

Che ciò avvenga in termini di finanziamenti diretti o indiretti, poco ci cambia. Poco ci cambia anche la motivazione politica per la quale un Ministero dell’Economia cali la scure su un settore piuttosto che su di un altro. Il fatto è solo da constatare. Come da constatare è il calo di un settore che aveva rappresentato per molti un caposaldo della ricerca di informazioni. Radiogiornali e giornali cartacei sono in crisi, è attestato, e dovranno ristrutturarsi in senso semiotico e aziendale prima ancora che puntare sull’appiattimento dello scimmiottamento dell’online. Ma dovranno anche imparare, e lo dico in un certo senso a malincuore, a fare a meno del contributo statale diretto.

Molti sono gli articoli che comparano la situazione di altri Stati europei a quella dell’Italia. Vediamoli.

Ora che abbiamo salutato con commozione l’amico Bordin, la contestualizzazione su Radio Radicale è d’obbligo. Com’è possibile che uno dei radiogiornali più seguiti si ritrovi a rischio chiusura imminente, come paventato non solo dalle illazioni di alcuni esponenti in vista della politica, ma anche da indizi contenuti nella Legge di Bilancio 2019. Ecco il dettaglio:

“1) Le novità in materia di disciplina dei contributi diretti introdotte dalla L. di bilancio 2019
La L. di bilancio 2019 (L. 145/2018: art. 1, co. 810, lett. b) e c)) ha previsto la progressiva riduzione, fino alla totale abolizione dal 1° gennaio 2022, dei contributi concessi, ai sensi del d.lgs. 70/2017 (art. 2, co. 1), alle seguenti categorie di imprese editrici di quotidiani e periodici:
imprese editrici costituite come cooperative giornalistiche che editano quotidiani e periodici;
imprese editrici di quotidiani e periodici il cui capitale sia detenuto in misura maggioritaria da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi fini di lucro;
enti senza fini di lucro, ovvero imprese editrici di quotidiani e periodici il cui capitale sia da essi interamente detenuto.”

Abbastanza chiaro quindi l’obiettivo di riduzione del contributo annuale, ma alla cessazione paventata del servizio di diretta parlamentare di Radio Radicale contribuisce anche la rimessa in discussione, attraverso istituzione di nuova gara, proprio dell’affidamento di quel servizio, che per tacito accordo era ogni anno rinnovato a RR.

Come commentare in quest’ottica la sopravvivenza o meno della Radio?

Non mi pronuncio sulla scelta politica contenuta nella Legge di Bilancio, ma mi sorge spontanea una domanda: come giustifichiamo il finora onestissimo contributo elargito all’editoria? L’intento, finanziare il pluralismo dell’informazione. Un obiettivo direi raggiunto, considerando che Libero e il Manifesto, giornali non certo filo-governativi e dalla linea tutto sommato molto diversa, ne usufruiscono. Parlare di giornale cartaceo, testata online, o parlare di radio, per conto mio in questa sede non ha troppa differenza. Lo stesso per quanto riguarda l’editoria. Il pluralismo dell’informazione non riguarda necessariamente la partigianeria politica, si può riferire anche e semplicemente alla pluralità di approcci culturali. Ma allora chi fissa il limite di cosa merita il compenso e cosa non lo merita?