Non vorrei essere profetico, ma ora che rileggo il mio precedente intervento, a giochi fatti quella “ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo” sembra più che mai reale.

Il film vincitore di questa edizione è stato “Parasite” di Bong Joon-ho, regista coreano contemporaneo che già nel 2017 aveva scatenato non pochi pruriti sempre al festival, con il suo ” Okja”.

Ma andiamo con ordine, il regista si può dire che abbia attirato il faro dell’opinione pubblica con il suo socialissimo “Snowpiercer”. Un thriller fantascientifico, un treno bloccato nel ghiaccio nel quale convivono gli appartenenti a classi sociali diverse, con diversi privilegi. IL gioco della rivolta degli inferiori è rappresentato con le tinte incalzanti della fantascienza.

Le tinte diventano non meno labili ma più fiabesche in “Okja”. Okja è una satira sociale in piena regola, che non manca di staffilare il marketing e le logiche della grande distribuzione, non meno che l’animalismo più becero. Da questo film in poi ho il mondo cinefilo ha iniziato a guardare il regista coreano con qualche grammo di interesse in più: un conto è il film distopico, molto alla moda e quasi abusato da teen movie sull’onda di Hunger Games. Ma qui non siamo in un teen movie, sicuramente, e nemmeno nel tono naif e pregnante del cinema d’animazione di Myazaki. Pure molto di moda, peraltro.

Okja sta nel mezzo, con la sua forte carica di esplicita satira sociale.

“Parasite” è la versione scremata dal contesto, possiamo dire, di questo interesse del regista per la classe sociale, che inizia con la fantascienza di Snowpiercer e prosegue nell’animalismo. Parasite è una storia di riscatto vero e proprio, ma con una punta di thriller. Diciamo che l’aspetto sociale è decisamente quello più riuscito, e quello che ha più incantato la giuria occidentale e affascinata dall’occhio critico di un degno esponente di un PAese emergente. Inutile dirlo: Paese con contraddizioni sociali eclatanti.

Ho visto il programma del festival di Cannes 2019, e come immaginerete non posso esimermi da alcune considerazioni. Qualche titolino per sciacquarsi dall’accusa facile della ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo.

Lungi da me il denigrare un programma così fitto di occhi ammiccanti e meno sulla contemporaneità. Ho visto solo alcune delle clip che girano, ma già LEs Miserables, o Atlantique, sembrano rassegne sull’alterità del contemporaneo. Ben venga, l’epica pasoliniana, ben venga. Ma quest’anno a parte l’atteso ultimo Tarantino e l’autobiografia di Almodovar, no vedo altri potenziali cult per le grandi masse.

Detto ciò, nessuno di noi è a caccia del film “da Cannes a Oscar”. Se Tarantino magari con la sua luccicante storia nostalgica holliwoodiana potrebbe anche tornare al red carpet degli Oscar, dopo quello francese, degli altri non sono così certo.

Bisognerà vedere i film per giudicare, ma a occhio direi che la preponderanza per il sociale renderà il prossimo festival 2020 quantomeno surrealista. Quantomeno. Ma sono previsioni.

Immaginavo che prima o poi nel bel mezzo di queste peregrinazini normative qualcuno avrebbe alzato pacatamente le antenne, chiedendosi: ma dove sta andando a parare?

In un blog che si occupa di cultura, ha in effetti senso chiedersi che ruolo abbia il giornalismo… Sì, ha senso, ma in termini diffusivi più che sostanziali. Il giornalismo, e il radiogiornalismo, stanno però alla diffusione della cultura, spesso, come il volantino sta al successo del locale notturno. Qualcuno si fermerà per provare il coktail più insolito millantato da quei quadratini di carta sempre più centimetrici che distribuiscono nelle zone della movida. Ma quanti, dico, quanti almeno che non frequentano già quell’intorno, andranno effettivamente nel bar pubblicizzato dal quadratino suddetto? Io potrei riferirmi a una fascia d’età che paradossalmente è più avulsa dalle logiche della carta stampata con intenti pubblicitari. Noi persone della mia età, diceva sempre un mio conoscente di una ventina d’anni meno attempato, tendiamo a spregiare la carta in una iper-correzione dovuta al nostro volerci omologare al digitale. Come a dire, non siamo digitalizzati a sufficienza, e vogliamo mostrare di esserlo. O meglio, direi io, come diceva Baricco parlando della barbarie: siamo profondi come istanze di base. Ci avviciniamo quindi alla digitalizzazione con la nostra abituale profondità, e vediamo il cubetto di carta come obsoleto, vintage. Invece dovremmo con la volatilità rapida dei “giovani” afferrare il volantino, cercarci la suggestione visiva e la promozione, come gli esseri umani ancora fanno con le immagini anche fisse.

Comunque, è fatta e rifuggo il giornalismo e il radiogiornalismo. Non penso che la promozione culturale possa passare solo da lì. Penso però che se parliamo di sovvenzioni statali, sia un OBBLIGO parlare dell’editoria in senso ampio. I libri, le case editrici. Quelle buone, che ancora cercano di riportare il classico sotto la migliore luce, quelle che ospitano i contemporanei quanto basta per non curarli troppo. Che su questi contemporanei attuano un lavoro di selezione professionale, e non emotivista. Io vorrei uno Stato che finanzi le opere d’arte buone, ben fatte, professionali. Anche se il criterio è difficile da trovare, ma penso che potrei proporre qualche buon nome per una ipotetica giuria. Per ora, tutto questo è utopia. Pura.

Ho trovato una tabellina relativa all’anno 2013. La tabellina compara l’IVA applicata sui beni di consumo, e quella applicata sulla stampa. Questo in diversi Paesi europei, il che ci dà uno sguardo d’insieme sulla questione:

(Fonte)

Parliamo di 6 anni trascorsi dal 2013, quindi è chiaro che non è mia intenzione fare un’analisi comparativa attuale. Però questa disparità, tra una Norvegia con l’IVA al 25%, che sgrava completamente l’editoria, e l’Austria che la dimezza soltanto, è abbastanza evidente. Potremmo dire che come l’Italia molti altri Stati si comportano nei confronti dell’editoria più come finanziatori indiretti che diretti.

Dei Paesi sovra-citati 10 applicano anche sussidi diretti, sempre secondo la relazione del briefing che ho preso in considerazione. 8 invece non li applicano.

E’ interessante vedere in questo articolo quanti Paesi applichino il supporto selettivo all’editoria. Quello che ho descritto altrove come spinoso problema, è percepito ovviamente come tale non solo dall’Italia.

Ora che abbiamo visto come l’Italia non sia troppo discosta da una media piuttosto variegata, vorrei aggiungere proprio due battute sulla selettività di contenuto. Innanzi tutto, invocare la censura di Stato è fuori luogo. Ma anche, elargire prebende.

Ho espresso in questi tre interventi il quadro logico che grossomodo mi sono fatto in merito alla questione. Spero che la mia decisione di semplificazione massima serva a chi ancora non conosceva il problema, e ora forse lo vede.

Alla prossima!

Nel mio precedente articolo sul finanziamento diretto all’editoria mi sono accorto di aver citato un paio di giornali che ne usufruiscono. Non voglio venir meno al principio di imparzialità, questo va precisato, ma mi hanno fatto notare che citare due esempi come se fossero estremi lascia comunque sottintendere una maniera partigiana di intendere la realtà. Relata refero, comunque, e questo serva a ulteriore prova della mia assoluta buona fede: lungi da me il contrapporre filosoficamente i due poli della linea editoriale di Libero e del Manifesto, nati in epoche diverse, con redazioni diverse e scelte di linea anche variegate, al loro interno.

Credo però realisticamente che ogni effetto di un processo possa essere confrontato con un altro. Banalmente, essendo entrambe testate giornalistiche registrate, penso che sia corretto porle su un piano comparativo, mantenendo come criterio il non eccedere con la ricerc di similitudini o differenze, mantenendo nell’analisi la specificità di entrambe.

Comunque: parlando di giornalismo, non credo che nessuno possa rammaricarsi del pluralismo dell’informazione. Non credo che esista qualcuno che auspichi una sola forma di approvvigionamento della conoscenza. Chiaramente, si parla qui di una forma di conoscenza, e di notizia, più strutturata e verificata, a differenza di quelle che si reperiscono in rete o grazie al passaparola. Essendo una notizia strutturata, possiamo quindi aspettarci che per vincere la concorrenza della notizia immediata serva un aiutino da parte del pubblico, quantomeno adeguato al numero di copie vendute.

Che ciò avvenga in termini di finanziamenti diretti o indiretti, poco ci cambia. Poco ci cambia anche la motivazione politica per la quale un Ministero dell’Economia cali la scure su un settore piuttosto che su di un altro. Il fatto è solo da constatare. Come da constatare è il calo di un settore che aveva rappresentato per molti un caposaldo della ricerca di informazioni. Radiogiornali e giornali cartacei sono in crisi, è attestato, e dovranno ristrutturarsi in senso semiotico e aziendale prima ancora che puntare sull’appiattimento dello scimmiottamento dell’online. Ma dovranno anche imparare, e lo dico in un certo senso a malincuore, a fare a meno del contributo statale diretto.

Molti sono gli articoli che comparano la situazione di altri Stati europei a quella dell’Italia. Vediamoli.

Ora che abbiamo salutato con commozione l’amico Bordin, la contestualizzazione su Radio Radicale è d’obbligo. Com’è possibile che uno dei radiogiornali più seguiti si ritrovi a rischio chiusura imminente, come paventato non solo dalle illazioni di alcuni esponenti in vista della politica, ma anche da indizi contenuti nella Legge di Bilancio 2019. Ecco il dettaglio:

“1) Le novità in materia di disciplina dei contributi diretti introdotte dalla L. di bilancio 2019
La L. di bilancio 2019 (L. 145/2018: art. 1, co. 810, lett. b) e c)) ha previsto la progressiva riduzione, fino alla totale abolizione dal 1° gennaio 2022, dei contributi concessi, ai sensi del d.lgs. 70/2017 (art. 2, co. 1), alle seguenti categorie di imprese editrici di quotidiani e periodici:
imprese editrici costituite come cooperative giornalistiche che editano quotidiani e periodici;
imprese editrici di quotidiani e periodici il cui capitale sia detenuto in misura maggioritaria da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi fini di lucro;
enti senza fini di lucro, ovvero imprese editrici di quotidiani e periodici il cui capitale sia da essi interamente detenuto.”

Abbastanza chiaro quindi l’obiettivo di riduzione del contributo annuale, ma alla cessazione paventata del servizio di diretta parlamentare di Radio Radicale contribuisce anche la rimessa in discussione, attraverso istituzione di nuova gara, proprio dell’affidamento di quel servizio, che per tacito accordo era ogni anno rinnovato a RR.

Come commentare in quest’ottica la sopravvivenza o meno della Radio?

Non mi pronuncio sulla scelta politica contenuta nella Legge di Bilancio, ma mi sorge spontanea una domanda: come giustifichiamo il finora onestissimo contributo elargito all’editoria? L’intento, finanziare il pluralismo dell’informazione. Un obiettivo direi raggiunto, considerando che Libero e il Manifesto, giornali non certo filo-governativi e dalla linea tutto sommato molto diversa, ne usufruiscono. Parlare di giornale cartaceo, testata online, o parlare di radio, per conto mio in questa sede non ha troppa differenza. Lo stesso per quanto riguarda l’editoria. Il pluralismo dell’informazione non riguarda necessariamente la partigianeria politica, si può riferire anche e semplicemente alla pluralità di approcci culturali. Ma allora chi fissa il limite di cosa merita il compenso e cosa non lo merita?

Un doveroso addio a un grande giornalista, voce storica di Radio Radicale nonché colonnista illustre per il Foglio.
Massimo Bordin è venuto a mancare il 17 aprile, in un momento nel quale la sua radio non gode certo di buona fortuna: si preannuncia infatti per il 21 maggio la cessazione della convenzione con la quale il Governo consente alla radio le attività istituzionali.

La fine di Radio Radicale
Una fine dolorosa per gli appassionati che ascoltavano ogni mattina “Stampa e Regime”, l’ormai storica rassegna stampa di Bordin, ma anche per chi vi seguiva dibattiti e interviste, oltre che processi e le attività parlamentari.
Per la cronaca, le attività parlamentari sono trasmesse a seguito di una convenzione con lo Stato che Radio Radicale ha dal 1994, che prevedeva fino all’anno scorso un ammontare di 10 milioni di euro.
Dimezzato quest’anno, e probabilmente non rinnovato. La convenzione in essere sembra ormai a serissimo rischio di abrogazione. Domenica 21 una manifestazione in piazza Madonna di Loreto a Roma persone ai diversi appelli che dal mondo intellettuale e giornalistico giungono in favore alla Radio, lamentando un probabile abrogazione del finanziamento, o quantomeno una messa in discussione della tradizionalità di questo binomio. Dico “tradizionale” perché dalla convenzione non c’è stato rinnovamento della stessa attraverso una gara, ma solo la ridiscussione periodica della convenzione con la Radio, facendo sì che in sostanza il suo ruolo di emittente privilegiata del Parlamento non venisse messo in discussione.

Una radio di partito?
Non mi pronuncio nel merito della specifica Radio, però l’occasione offre spunti innumerevoli coerenti con il discorso di retribuzione della cultura. Il discorso si va poi a focalizzare sul punto, assai più spinoso, del finanziamento pubblico. Va detto che oltre alla convenzione in essere tra Ministero dello Sviluppo Economico e Radio Radicale esiste già il contributo del
fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Forse più conosciuto come finanziamento ai giornali, questo Fondo va a estinguersi completamente per alcune categorie di testate giornalistiche, ma si parla in modo specifico anche di “emittenti radiofoniche private” (lo troviamo nella Legge di Bilancio 2019).
(continua)

Sono in fibrillazione i salotti benparlanti del Web, soprattutto quelli più libertari: è di nuovo in discussione al Parlamento europeo la legge sul copyright.

In breve

Sembra che con l’approvazione di questa mattina i grandi colossi dell’informazione online dovranno attenersi al citazionismo bibliografico proprio come già fanno i giganti dell’editoria. Per chi concepisce i libri e i giornali come antiquata costrizione, questa può sembrare una novità priva di qualsivoglia utilità: perché fermare- si chiedono questi paladini del libero pensiero, questi illuministi digitali – perché ostacolare la diffusione della libera informazione?
Ma non ci si ferma qui, e si arriva a chiedersi la liceità politica di un simile provvedimento: non stiamo mettendo un bavaglio (leggere: monetizzando) la libera informazione?

Monetizzare la libera informazione

Vivere in un Panopticon foucaultiano, quale è il mondo digitalizzato nel quale ci troviamo a esprimere le nostre opinioni, fa sì che probabilmente il concetto di spazio grigio sia assai male interpretato. Non possiamo uscire dalla nostra percezione, o da come concepiamo la nostra percezione. Questo che sto facendo è un tentativo di tradurre il termine “cultura” in senso sociologico, e altri meglio di me l’hanno già fatto,

ma proviamoci applicando la definizione che ne ho dato: la percezione dell’uomo delle caverne è che l’animale selvatico sia rosso, bruno e nero. La sua percezione è intrisa della cultura che lo anima. Il nonno nei suoi racconti così lo descriveva, rosso è il sangue e quindi il terrore, l’invincibile e il vincibile, perché il sangue può essere anche ordinario. Come la dimensione ctonia, anche quella bestiale sono scortate da vicino dalla percezione che se ne ha. La libertà, quale aleatorio concetto. Ma voglio fare il gioco degli antropologi, e pensarla come la bestia, come il sangue, come la terra. La libertà è percepita come la libertà di ricercare un contenuto che si crede plurivoco ma universale. Il welfare della libertà ha abituato al servizio dell’informazione a costo zero, e quindi per alcuni Millennial probabilmente pagare un libro è diventato definitivamente un gesto obsoleto. Pagare del contenuto, ancor di più.

Sono riuscito a non scomodare nemmeno un contenuto politico, e ne vado fiero.

La regia cinematografica è arrivata anche nel teatro, e fin qui nessuna novità: fin da Aristotele, cioé da quando abbiamo una memoria storica del teatro, si dice che i registi tentino di riprodurre la realtà. La realtà non è altro che la riproduzione che nel nostro cervello avviene del mondo fenomenico, per dirla come gli empiristi.

E il mondo fenomenico cos’è se non la stampa della linea temporale nella nostra percezione, condita dai diversi picchi d’attenzione concessici dalla memoria, dai sensi, anche dall’intensità fenomenica stessa del presente?

La regia

E quindi la regi tenta di ricreare, in modo  soggettivo, il collegamento con questo mondo fenomenico, nella mimesi aristotelica più pura. Ecco che in una regia teatrale barocca la macchina assumeva a questo punto un ruolo fondamentale. Ecco che viceversa gli stratagemmi per rappresentare l’osceno diventavano i più vari: dove non si può mimare un accoltellamento, ad esempio in un dramma storico shakespeariano, allora subentra l’mmaginazione del pubblico.

Quando gli attori raccontano

Siamo abituati a pensare che il romanziere, il poeta, lo sceneggiatore raccontino. In realtà la tecnica del racconto di seconda mano è un spediente narrativo molto diffuso, e spesso messo in mano agli attori. Il messo che entra e riferisce una notizia, ad esempio. Oppure il personaggio di nome “Prologo” nel tetro greco e romano, con la parodia che tutti ricordiamo nel “Sogno di una notte di mezza estate”, sempre shakespeariano.

Non dimentichiamoci del teatro

Io capisco che il metodo cinematografico assommi in sé talmente tanta cura dell’effetto speciale e della narrazione mista che diventa difficile tornare a un banale “racconto di seconda mano”. Mi pare che si chiamasse racconto “eterodiegetico”, giusto per farcire un po’ questo intervento di nozionismo.

Ma ecco, fate teatro. Facciate teatro. Il cinema c’è, ed è una forma d’arte con i suoi canoni. Se la riproponiamo senza la potenza dell’effetto speciale, a mio parere abbiamo perso un’importante occasione di varietà artistica.

Ma forse sono vecchio io.

Mi capita spesso di vedere opere teatrali nelle quali la recitazione ambisce magari al canone teatrale, ma la regia è decisamente cinematografica.

Il grande mattatoio

Invece del grande mattatore, capita spesso di assistere, ahimé non solo in contesti provinciali e dilettantistici, a rappresentazioni indecenti di piéce celebri. La scenografia che non va e tenta attualizzazioni selvagge, i costumi sempre per lo stesso principio o inappropriati o troppo post moderni.

Scivoliamo nella critica solo quando un particolare ci urta a tal punto da mutare la nostra comprensione dell’opera, o al punto da disturbare semplicemente il nostro silenzio catartico. Uno spettatore, un modo di ricezione, non mi ricordo chi lo diceva ma sono sostanzialmente d’accordo. E per quanto sia impossibile incontrare il piacere di ognuno, il bravo regista e il bravo scenografo cercano quantomeno di accodarsi a tendenza di successo, se proprio non sanno cogliere il Volkgeist o la Weltanschaunng.

La regia e la recitazione

Ma la regia, che è il personalissimo tocco poetico di un singolo, può essere influenzata da correnti disparate. Pensiamo anche solo ai canoni stretti della recitazione: nessun attore si metterebbe mai a imbastire una recitazione semi-cantata da tragedia greca. Mai, nemmeno nel teatro più avanguardistico. Se non, forse, in un contesto di sperimentazione, questo lo concedo, ma deve essere dichiarata la fonte di questa stranezza della recitazione cantata, oppure si deve essere in seno a una rievocazione storico-culturale…

E arriviamo alla regia cinematografica

Ed ecco che siamo arrivati: la regia consente margini più ampi, o meglio li consentirebbe. Ma troppo spesso mi trovo di fronte a opere teatrali, magari d’autore, magari opere prime, ma comunque accomunate dalla tendenza agli spazi e ai tempi della regia cinematografica.