C’è tempo fino al 19 maggio per gli appassionati della settima arte. Il festival di Cannes è nel pieno della sua 71esima edizione, e regala alcune proposte interessanti.

Cannes, quello che rimane

Coniugare una visita nella splendida cittadina francese con gli impegni lavorativi non è sempre facile. A chi avesse una passione latente, può risultare comunque una buona occasione per vedere lo star system calato in dei panni che non gli appartengono: quelli della sublimazione culturale.

Senza la malizia snobistica che si può percepire in questa frase: è chiaro che allo stato attuale, a Cannes un blockbuster non arriverà. Per ora, certo, ma per avere garantito ancora un minimo di tenore, dobbiamo andare al festival.

Quello che rimane della dimensione di ricerca artistica del cinema, lì lo possiamo trovare

Cannes 2018

Come ho già detto non sono propriamente un cinefilo. Matteo Garrone è stato il primo regista in concorso del quale ho parlato, perché italiano e perché ho avuto modo di vedere certi suoi cortometraggi d’esordio davvero notevoli.

Qui l’elenco completo dei film, per tutti quelli che come me li cercheranno nelle sale in anteprima, o in proiezioni ad hoc nella nostra penisola. Parlerò più avanti delle proiezioni che mi hanno colpito.

In concorso

At War, Stéphane Brizé
Dogman, Matteo Garrone
The Picture Book, Jean-Luc Godard
Asako I & II, Ryusuke Hamaguchi
Sorry Angel, Christophe Honoré
Girls of the Sun, Eva Husson
Ash Is Purest White, Jia Zhang-Ke
Shoplifters, Kore-Eda Hirokazu
Capernaum, Nadine Labaki
Burning, Lee Chang-Dong
BlacKkKlasman, Spike Lee
Under the Silver Lake, David Robert Mitchell
Three Faces, Jafar Panahi
Cold War, Pawel Pawlikowski
Lazzaro Felice, Alice Rohrwacher
Yomeddine, A.B Shawky
Summer, Kirill Serebrennikov

Un certain regard

Border, Ali Abbasi
Sofia, Meyem Benm’Barek
Little Tickles, Andréa Bescond & Eric Métayer
Long Day’s Journey Into Night, Bi Gan
Manto, Nandita Das
Sextape, Antoine Desorieres
Girl, Lukas Dhont
Angel Face, Vanessa Filho
Euphoria, Valeria Golino (con Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea)
Friend, Wanuri Kahiu
My Favorite Fabric, Gaya Jiji
The Harvesters, Etienne Kallos
In My Room, Ulrich Köhler
The Angel, Luis Ortega
The Gentle Indifference of the World, Adilkhan Yerzhanov

Discutendo con un amico qualche giorno fa notavamo come i sistemi informali e alternativi di transazione a distanza siano invisi generalmente ai governi nazionali e, comprensibilmente, ai sistemi bancari.

Blockchain e hawala

L’aspetto curioso di tutto ciò è che la discussione è iniziata dalla blockchain, caratteristica principale della bolla bitcoin e affini.

Se le criptovalute detenevano il primato nell’elaborazione del sistema blockchain, possiamo constatare oggi come diversi istituti di credito abbiano adottato il sistema, e l’abbiano integrato ai propri già in uso.

Questo perché l’aspetto positivo della blockchain è la difficoltà di penetrazione e falsificazione. Il meccanismo si basa sulla crittografia tra un utente e l’altro. E sulla registrazione di ogni transazione. L’idea è molto semplice: la singola transazione deve essere approvata da un numero variabile di utenti (nessuno di loro sa chi è interessato dalla transazione, perché tutti i dati sono crittografati). Una volta “approvata” la transazione, questa avviene e viene registrata in un server centrale.

La fiducia

Il sistema si basa sulla fiducia spontanea che l’anonimizzazione offre. Il suo successo invece ha alla base i costi delle operazioni bancarie, e a volte le tempistiche.

Fiducia nella tecnologia della crittografia, che impedisce di manomettere il sistema e di entrare in possesso abusivamente dei dati degli utenti.

Curioso che il significato letterale di “hawala”, un termine credo arabo, sia proprio “fiducia”.

L’informalità sta alla base di questo semplicissimo sistema di transazione fiduciaria, nella quale un individuo consegna denaro contante a un altro. Questi contatta un altro “hawala dealer” nel luogo in cui il denaro dev’essere trasferito, e costui sulla base della fiducia intercorsa, dà dell’altro denaro contante proprio al ricevente.

Leggevo sul The Economist un articolo che parlava dell’hawala in Somalia. Lì un individuo è in grado di risalire fino a 15 generazioni precedenti alla sua, e il sistema di riconoscimento in base agli antenati funziona meglio di un passaporto.

Ecco perché la fiducia è caratteristica di entrambi i sistemi.

Invisi ai sistemi

In realtà la stessa fiducia nel sistema bancario è quella che garantisce la sua efficienza. E soprattutto, gli spostamenti di denaro tramite banche sono spesso tracciabili dai Governi. Questo rende blockchain e hawala ottimi sistemi per riciclare denaro e per finanziare organizzazioni criminali, o terroristiche.

 

Mi piacerebbe sapere chi degli ispiratori e partecipatori del primo Fuorisalone, che fioriva spontaneamente negli anni ’80, abbia pensato al Salon des Refusés.

Un accostamento un po’ azzardato effettivamente, che compiace chi come me vuole avere a ogni costo la velleità letteraria/artistica, a chiave interpretativa dei fenomeni del contemporaneo.

Ma ecco, il Salon nasce su volontà reale, innanzi tutto. Lo istituì Napoleone III nel 1863, e la scelta polemica del sovrano non sfuggì certo agli artisti che lì si trovarono ad esporre. Se l’Accademia aveva canoni troppo rigidi, qualche ingegno lungimirante e non allineato avrebe potuto creare, dal rifiuto dell’Accademia, una nuova tendenza artistica.

Si può dire che così nacquero gli Impressionisti, e così nacque l’odierno mercato d’arte.

Una spinta anti-istituzionale e liberatrice da circuiti atavici che si impossessavano elitariamente del diritto di proclamare un oggetto “arte”.

Il Fuorisalone conclusosi a Milano il 22 aprile è un’operazione commerciale e d’intrattenimento, e su questo non ci piove. Inutile fantasticare su possibili seconde o terze interpretazioni.

Il canone del Fuorisalone

Qual è il canone del Fuorisalone? La garanzia di assegnamento dello spazio pubblico è dichiarata “spontanea”, sul sito dell’iniziativa. Non sarò certo io a mettere in dubbio la spontaneità di assegnazione, sono convinto che la democraticità d’assegnazione sia però molto diversa dal criterio universalistico del “tutti i rifiutati da”.

Innanzi tutto, qui nessuno è rifiutato. Anzi, si sono creati oggetti di design (molto curiose le smart houses)  tarati sul gusto del grande pubblico, adatti alla comunicazione in ambienti meno formali della Design Week a porte chiuse.

C’è chi potrebbe obiettare che da un certo punto in poi, conoscendo i canoni d’accettazione del Salon, qualcuno potrebbe averli raggirati appositamente per finire nei Refusés. E in effetti così fu, e l’iniziale universalismo lasciò giustamente il posto a una maggiore “tendenza”, e al raduno di artisti sottoforma di correnti, nate dalla solidarietà e dalla consapevolezza date dal comune rifiuto ricevuto.

Tutta un’altra cosa, ma i tempi cambiano.

Mi dicono professionisti della comunicazione digitale che parlare di 2.0 sia in realtà obsoleto. Non faccio nemmeno in tempo ad aggiornarmi, sembra.

Però insieme a me ci sono quelli che hanno partecipato a ‘Museum digital transformation’, conferenza dedicata al tema della comunicazione digitale dei musei, organizzata a Firenze dall’Opera di Santa Maria del Fiore e giunta alla sua seconda edizione.

Hanno partecipato alla conferenza le principali gallerie d’arte italiane, o almeno alcune di esse. Specialmente quelle che si sono distinte per l’investimento tecnologico nella promozione e presentazione degli articoli da museo.

Oggi i galleristi puntano al pubblico giovanile focalizzandosi su quelle che sono le sue passioni. Come si fa di prassi, solo che la velocità da capogiro che sta assumendo il contrasto generazionale con i nati nel Duemila potrebbe mettere in difficoltà.

Opera Duomo, i partecipanti

I partecipanti erano oltre 200, tra i quali spiccavano gli Uffizi, l’archeologico di Napoli, l’Egizio Torino, quello dell’Opera del Duomo di Firenze, il Maxxi a Roma.

Le tendenze dei giovanissimi

La cosa che più mi ha incuriosito sono appunto le tendenze di questi giovani e giovanissimi: gaming, chatbot, messaggistica per il servizio clienti, intelligenza artificiale, realtà aumentata e virtuale.

Posso capire la messaggistica che annulli la distanza comunicativa per il reperimento di informazioni. Tutto tende a essere rapido e immediato, nella buona pratica di promozione aziendale. La chatbot invece, mi chiedo come possa essere applicata alla promozione museale. Non avendo assistito alla conferenza, speculo: l’utente contatta il sito, e gli risponde un’intelligenza artificiale (altro argomento di dibattito, per l’appunto) che gli dà le indicazioni richieste.

Come coniugare insomma le FAQ alla sensazione di avere un contatto umano, al quale delegare la responsabilità dell’informazione sbagliata (non “hai letto male” ma “me l’ha spiegato male”).

O magari tutti questi dibattiti creeranno delle stampelle alle installazioni, alla proiezione, alla fruizione vera e propria.

L’idea della chatbot che mi spiega Michelangelo, comunque, non mi dispiaceva.

Maestro del fundraising“, così qualcuno ha chiamato il nuovo direttore del MET di New York, Max Hollein.

Recessione per tutti

La recessione c’è stata per tutti, in particolar modo per le strutture museali. La situazione è generalizzata, negli States come in Europa, mentre forse in Cina (l’altro mio campo di competenza) si assiste ancora a un mercato in crescita. Certo, ci sono realtà in crescita netta e a tratti surreali, come gli Emirati Arabi, per fare un esempio, ma consideriamo la situazione “occidentale”: il mercato dell’arte è un pugile ferito, che si ritira nell’angolo a farsi massaggiare e a pensare alla prossima strategia.

Il fundraising e le strategie

Questa strategia è, oltre alla promozione, il fundraising. Se le cronache dicono il vero, Max Hollein da quando aveva trent’anni dirige musei, ora ne ha 48. Ha cominciato con il Guggenheim, tanto per dire, dirige il Fine Arts Museum di San Francisco, e da agosto si occuperà anche del Met.

Esperto di nuove tecnologie e laureato in economia, sarà senza ombra di dubbio la figura necessaria per risanare i buchi di bilancio che vengono attribuiti a Thomas Campbell (chissà poi qual è la reale catena delle responsabilità).

Come ho già detto altrove, la capacità di raccogliere fondi, di trovare sponsorship, di fare rete, è quanto i musei necessitano oggi.

Venuto meno un finanziamento statale univoco, e qui parlo dell’Italia, venuta meno anche un’élite di funzionari dello spettacolo, dobbiamo tornare alla figura dell’impresario.

L’impresario calante

Non dico che negli anni ’40 tale figura fosse scemata. Credo anzi che si tenda troppo spesso a insegnare nelle scuole che sono la crème culturale italiana (io ho fatto un liceo classico, ai tempi che furono), che la cultura è in qualche modo astrazione. Dinamica, magari, se si ha fortuna con l’insegnante, e non statica, ma pur sempre astratta. Parlo dei miei coetanei che al momento potrebbero essere ai vertici di importanti istituzioni museali.

Comunque, vedremo se l’austriaco Hollein saprà dimostrare che un impresario è quello che serve a New York. E vedremo se il costo del biglietto tornerà a zero.

 

Ecco che i campanilisti in agguato possono gioire: sono due gli italiani in concorso a Cannes, quest’anno.

Chi sono

Facezie a parte, parliamo di due consolidati, Alba Rohrwacher e Matteo Garrone. In Un Certain Régard, anche “Euphoria” di Valeria Golino.

La “maniera” di Garrone

Regista, Garrone lo è dai primi cortometraggi, e già formato e già con una sua “maniera”. Lo stesso occhio narrativo crudelissimo c’è in “Oreste Pipolo fotografo di matrimoni” e ne “Il racconto dei racconti”, benché di generi diametralmente opposti. In un caso, la fiaba che si potrebbe pensare di umanizzare, e invece rimane fiabesca e distante anni luce da qualsiasi tentativo di empatia, nell’opera tratta dal Cunto de li Cunti di Basile.

E poi, l’assoluta clinicità dell’occhio che accompagna Oreste Pipolo, come anche le protagoniste delle stade di periferia in un altro suo corto d’esordio, il primo di “Terre di mezzo”. Neorealismo manicheo, non ce n’è. Amarezza dello sguardo monicelliano, men che meno. Non c’è ironia, non c’è nemmeno significatività delle transizioni: tutte le opere garroniane scorrono, come telecamere sapienti nella fotografia, ma deboli nella lettura del cuore. Beninteso, il cuore è la sottile e fragile linea che demarca la soglia d’attenzione dalla partecipazione patetica.

In questo caso però il trailer sembra lasciar intravedere una storia drammatica. Fermi immagine significativi sulle espressioni facciali, non mancano. Il dogman è un esile gestore di un esercizio commerciale nel quale ci sono cani in gabbia. Questo è quanto evinciamo dalle scene a lui dedicate. Esile, quasi emaciato, ma non scolpito nel servilismo dei “deboli”, con movenze esacerbate. Non ha la gobba, non trema, non ha sguardo disperato. Appare, se vogliamo con il solito distacco imposto dell’occhio garroniano, un lavoratore che capisce la situazione, e (probabilmente) si adegua alle richieste dell’altro protagonista (del trailer, ovviamente), l’energumeno.

Qualcosa mi lascia presagire che l’energumeno non sarà un Cattivo, visto il camaleontico ingegno garroniano nel calarsi, sempre con il suo occhio vitreo, in tutti i generi.

Siamo nella stato sabaudo, siamo a cavallo tra i secoli decimo ottavo e decimo nono. Qui, per una fortunata concatenazione di eventi,  nasce e prospera l’arte di ebanisti e intagliatori.

Maestri del legno

Ai maestri del legno viene tributato un omaggio da parte della Reggia di Venaria Reale. In occasione della riapertura primaverile allestiscono infatti la mostra ‘Genio e Maestria. Mobili ed ebanisti alla corte sabauda tra Settecento e Ottocento’.

L’esposizione raccoglie più di 130 arredi da collezioni museali e private, molti presentati per la prima volta.

Una corporazione costituita da ebanisti e intagliatori che tutta l’Europa si litigava. La corporazione degli artigiani dei mobili fu chiamata ‘Università’, per intenderci, ed era responsabile del rilascio di brevetti.

Tra gli autori esposti, il più esclusivo per l’epoca pare essere stato Pietro Piffetti: portano la sua firma due tavoli da muro, il cassettone del Quirinale e la scrivania di Ca’ Rezzonico a Venezia, restaurata per l’occasione. Inoltre sarà esposta per la prima volta la scrivania con scansia della Fondazione Cerruti di Rivoli.

Tratti delle arti maggiori

Tra i tratti di quest’arte solo apparentemente di nicchia si notano gli afflati di discipline più “tradizionali” come le arti pittoriche. Vediamo forme spiccatamente classiche in Giuseppe Maria Bonzanigo, con il suo Trofeo militare, oltre alle opere di Fracesco Bolgiè e Biagio Ferrero.

“Tra i pezzi più curiosi” è stata annunciata una voliera del 1850, regalata per il matrimonio del duca Ferdinando di Savoia e testimonianza degli interessi dei principi per la zoologia.

Coro monastico di Prinotto

Il finale è dedicato a un’opera del Prinotto, con Giuseppe Marocco e Giacomo Filippo Degiovanni. E’ un coro monastico intarsiato di cui si sono perse le tracce per ben 200 anni. Scomparso a inizio Ottocento in seguito allo smantellamento degli ordini religiosi del Piemonte, ritrovato in Irlanda dall’antiquario Fabrizio Apolloni, è stato recuperato dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale.

La mostra sarà attiva dal 17 marzo al 15 luglio.

D’altro canto anche la fiscalità ha inseguito l’arte per inseguirne il denaro sottostante, talvolta a buon diritto quando nasconde l’evasione, talaltro penalizzando un settore creativo che avrebbe invece bisogno di maggior fiducia e agevolazioni.

Così scrive Marilena Pirrelli a proposito del mercato dell’arte italiano. La trovo un’analisi molto lucida e comprensiva di tutti i fattori in gioco. Lei parla di “resistenze e esclusività”, riferendosi probabilmente alle sacche arenate dove la promozione non ha capito che si deve rivolgere a investitori generosi, ma anche, e soprattutto, fare rete.

Impresa culturale e creativa

Sembra che il networking, o il “fare rete”, sia la necessità prima alla quale deve votarsi ogni amministratore pubblico, ma anche ogni soggetto privato, per riuscire a intravedere uno spiraglio di successo.

È stato fatto un grande lavoro da parte della commissione Cultura della Camera che si è tradotto, dopo la falcidia della Commissione Bilancio, in una definizione. Sembra nulla ma in realtà è un passo importante: il riconoscimento delle Icc (Impresa culturale e creativa) non è cosa così scontata e rappresenta un lascito importante alla prossima legislatura. Con l’introduzione in Manovra poi di un credito di imposta, per quanto limitato, il segnale dell’importanza del settore culturale per l’economia nazionale diventa ancor più evidente.

Necessario cambiare la normativa

Questi fattori sono evidentemente di natura politica: la politica fa una scelta di campo, che è quella della promozione, e ricapitalizza le imprese che si dedicano alla cultura. Ma poi la normativa si deve adeguare a questi cambiamenti, e intervenire in senso logistico. Ecco che la maggior parte delle attuali leggi sulla promozione a valorizzazione culturale appartengono al periodo del Ventennio.

Alcuni provvedimenti

Qualche provvedimento positivo c’è, e li cita anche Pirrelli nell’articolo che ho riportato. Sono la legge 124 del 4 agosto 2017 , che vuole semplificare la circolazione internazionale dei beni culturali. In discussione c’è poi la legge sui delitti contro il patrimonio culturale. Tutti segnali positivi, ma bisogna attendere gli sviluppi normativi per capire se l’impatto sarà davvero rivoluzionario, com’è ora che avvenga.

Editore: Buongiorno egregio Diderot, si sieda pure. E’ un honneur averVi qui tra noi. Confidando che Vossignoria vi siate ripresi dall’orrenda quanto scandalosa prigionia, ci apprestiamo a farVi firmare un contratto di prestazione non occasionale con noi.

Diderot: Bonjour mon editeur, e grazie per avermi strappato dalle catene, fuor di metafora ma anche dentro la metafora. Sono onorato io pure di una simile scelta, per quanto sarebbe da mia parte vanteria ingenua non capire perché il Vostro occhio si sia su di me posato.

Editore: Certo, potete ben capirlo. Siete l’unico in tutta la Francia, grande madre e tiranna dei nostri ingegni, che avrei potuto contattare. Ma ecco, vi spiego il mio proposito: vorrei tradurre, a DeaRagione piacendo, “Cyclopædia, or an Universal Dictionary of Arts and Sciences” dell’Egregio Ephraim Chambers, esimio intelletto londinese.

Diderot: Lo ben conosco, il collega londinese! Però vede, cher Breton, sono due volumi in folio, è una bella fatica. Ed io ecco, per usare un eufemismo tanto caro ai Ns Governanti, sono al verde.

Editore: Certo certo, comprendo il suo bisogno di lavorare, e apprezzo la sua anti-aristocratica e ragionevole richiesta. Verrà adeguatamente remunerato per il suo lavoro, da me richiesto e non spontaneo.

Diderot: Ma ecco, editore, visto che siamo in argomento, finanzierebbe anche un progetto più grandioso? Pensavo, una Enciclopedia delle arti e dei mestieri, interamente francese, con voci raccolte con mezzi francesi, in aziende francesi, che documenti lo stato dell’arte e della tecnica in Patria. Io lo farei per amor di scienza ma, come già detto, mio padre m’ha diseredato e in qualche modo devo mangiare e sfamare le mie, pardon “la mia” famiglia.

Editore: Ma certo, ma certo, non si preoccupi. Verrà remunerato per la sua spontanea attività intellettuale, come si remunera un manovale che presta la propria opera a un datore di lavoro prima, ma successivamente alla collettività. Certo, se socialmente fosse concepito un sostentamento per tutti, sarebbe diverso. Ma siamo in Francia, che vuole che sia. La pagherò.

(Questo l’ipotetico dialogo intercorso tra André Breton e Denise Diderot, per la retribuzione dell’enciclopedia, a riflessione spontanea sul diritto di retribuzione del lavoro culturale)

Trovo a dir poco ironica la notizia che leggo casualmente sul Corriere Milano. In estrema sintesi: si trova un cumulo di rifiuti in un campo, vengono chiamati gli agenti. Questi frugano in mezzo alle suppellettili, poltrone, mobili, cartacce, vecchi libri. Trovano un tesi di laurea battuta a macchina, scritta 60 anni fa, e attraverso il nome impresso in copertina risalgono agli eredi della studentessa, colpevoli del fattaccio.

Montesquieu traditore

Che lo spirito delle leggi sia o meno nel contenuto della tesi in questione, non ci è dato saperlo. Ma la ratio del provvedimento di frugare nei rifiuti d’altri, se ci pensiamo, è di per  sé la scoperta dell’illecito, e non la violazione della privacy.

Se vogliamo quindi uno spirito della legge, che poi è di per sé la ratio stessa, prevede che si possa attuare una simile ricostruzione. Le attività ispettive e investigative si basano su questo principio del libero frugar, nel nobile intento di scovare gli illeciti. In questo caso, ambientali, e di estrema carenza di senso civico e rispetto delle norme sullo smaltimento dei rifiuti.

Ma che dire, in questo caso la ratio del provvedimento ha scovato uno dei manuali più basilari per chi vuole capire cosa sia la ratio nelle leggi.

Mi immagino la sorpresa degli agenti nel trovare il manuale, con un nome e cognome in bella vista, rivelatore come il cuore di Edgr Allan Poe. Chissà se a scuola avevano ricevuto solide nozioni sull’immenso pensatore e giurista francese, chissà se hanno colto l’ironia.