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In mezzo a tempi difficili per la pubblica scuola italiana, qualche riconoscimento internazionale arriva, e non indispone i già esacerbati critici del nostro sistema educativo.

I mondiali della robotica della Nasa sono stati vinti da tre scuole italiane, e questa è la notizia importante ma non la sola.

La Zero Robotics

La Zero Robotics è forse la principale competizione mondiale di robotica per studenti, voluta dalla Nasa e dall’università di Boston, che della sinergia tra queste due grandi realtà scientifiche ha fatto un obiettivo condivisibile anche da uno degli organismi con più potenziale scientifico, anche se spesso mal sfruttato: la scuola.

E quindi il viaggio di questi giovanissimi guidati di loro professori è iniziato tra i banchi, per finire negli States. Cinque mesi di sfide, 180 scuole partecipanti.

Un podio tutto italiano

Obiettivo della simulazione finale: manovrare delle micro sonde in ambiente di microgravità, a bordo della Stazione spaziale internazionale.

Sul podio il liceo Avogadro di Vercelli, seguito dal Cecioni di Livorno e dall’Istituto Tecnico Righi di Napoli. E’ proprio su quest’ultimo che spenderei qualche parola in più, innanzi tutto perché credo che gli istituti tecnici in Italia siano usciti un po’ dall’alone di discredito che vigeva forse più nella mia epoca storica. Un ottimo istituto tecnico, mi dicono rinomato in città e che garantisce un buon profilo di preparazione. Che ha anche portato a casa un riconoscimento internazionale non da poco, con questi mondiali di robotica.

Il caso che l’aveva coinvolto qualche tempo riguardava la carenza di fondi. Senza i fondi, lo sappiamo, non si viaggia fino agli States, che non sono proprio una rituale meta da gita scolastica.

Solidarietà scientifica e umana

Un vero e proprio appello, quello della scuola, a chiunque fosse disposto a donare per la causa degli studenti. Una causa scientifica, ma anche e soprattutto umana. E questo credo che sia l’aspetto più toccante, il sommovimento di energie di esterni, che per l’ambizioso progetto di un gruppo di giovani promesse mette a disposizione il proprio denaro e tempo.

Un ringraziamento ai professori, ai donatori, e un grande plauso alla bravura dei nostri ragazzi!

Sono a riportare un’indagine statistica sullo stato della conoscenza e dell’occupazione in Italia.

Non tutti abbiamo la fortuna di gestire sul suolo patrio un istituto di indagine e analisi statistica come Istat. Senza entrare troppo nel merito del perché faccio questa considerazione, ho letto da poco il Rapporto conoscenza 2018, e principalmente il capitolo 6, titolato “Gli strumenti e  le sfide per le politiche”.

Il rapporto

Alla capacità di creare conoscenza, alla sua diffusione nella popolazione e all’uso nella
vita personale e nell’economia sono associati numerosi elementi, di natura diversa, rispetto
ai quali le politiche possono avere un ruolo non trascurabile. (Fonte)

E quindi abbiamo delle voci come la creazione di occupazione qualificata (6.1) ma anche, necessariamente, la premialità dell’istruzione nelle opportunità di lavoro e di reddito (6.2). Lo stato dell’arte dell’istruzione è fondmentale per capire i bisogni di una classe dirigente artistica da formarsi, e non manca nemmeno il capitolo in merito (6.3).

Considerando la diffusione della conoscenza nella vita quotidiana delle persone, la disponibilità
e la fruibilità dell’offerta culturale e l’uso della cultura (6.4) sono strettamente
connesse. In quest’ambito, i giacimenti culturali e in particolare i siti del patrimonio
Unesco (6.5) costituiscono un asset con valenza anche economica diretta,
ma gli strumenti più consolidati sono rappresentati dalla disponibilità editoriale e la
lettura di libri (6.6).
Infine, tra gli elementi di natura sistemica, si annoverano le infrastrutture del sapere
– un buon esempio nel mondo digitale, Wikipedia (6.7), la creazione e lo sviluppo
delle imprese (6.8), in particolare negli ambiti tecnologicamente più avanzati, o
l’efficienza e la capacità formativa del sistema Universitario (6.9).

I commenti

Che dire, aspetto di finire la lettura per avere un commento sostanzioso. Già ne sto elaborando uno.

Se sui rapporti degli anni precedenti poco mi sono interessato se non per quanto riguardava gli aspetti salienti che la stampa rimbalzava, penso che quest’anno aggiungerò ai miei soliti report “privati” ottenuti da indagini sporadiche nel settore questa ulteriore panoramica.

A presto.

Il vino come manifestazione di eccellenza italica è un concetto non sempre univocamente associato a precise norme di parificazione, promozione, detenzione di competenza, eccetera.

Produttori di vino italiano approvano il Ceta

Per questo mi ha colpito oggi una notizia letta sulle agenzie stampa:

Il “settore vitivinicolo europeo sostiene il Ceta”, dichiara il segretario generale del Comitato europeo imprese del vino (Ceev, che conta Federvini tra i membri italiani) Ignacio Sànchez Recarte, alla vigilia della primo incontro del comitato Vini e alcolici Ue-Canada, istituito nell’ambito del Ceta, che avrà luogo domani. In agenda c’è la discussione su alcuni ostacoli nei canali di vendita di vini europei oltreoceano. Proprio “le disposizioni incluse nel Ceta – aggiunge Recarte – serviranno a rimediare al trattamento discriminatorio che i vini dell’Ue subiscono nel mercato canadese”. Per ottenere questo risultato, però, l’accordo va “attuato pienamente e il prima possibile”, conclude Recarte.

(fonte: Ansa)

Il Cetaceo

Per questo di fronte all’ostacolo di altre lobby, come quella del grano, del granturco, della soia (e si badi che uso “lobby” in senso neutro, senza ombra di sgradevolezza), il vino ha scelto il Ceta. Come è giusto in una dialettica che prevede una controparte avvantaggiata, i produttori di vino italiano si sentono più tutelati da questo accordo.

Non vedo una rete che potrebbe risultare proficua per entrambi, ma non essendo una materia della quale mi occupo non posso che constatare la discrepanza, prendere atto, e continuare a consumare di preferenza vino delle nostre lande.

Promozione locale

Ho parlato spesso di promozione locale e di necessità di networking, specialmente per le istituzioni artistiche. Nella questione del cibo (del “food”) come si dice in gergo, l’elemento culturale si deve necessariamente integrare con valutazioni sanitarie, ma anche agronomiche ed impreditoriali.

Se la cultura del vino è tutelata, non è detto che sia promossa, sponsorizzata. Alla fine, è un equilibrio delicato, e forse un trattato sovranazionale è soltanto percepito come un pareggio.

 

 

”La cultura del vino vale quanto il Colosseo, perché risale alle radici della nostra storia ed è oggi, come sarà nel futuro, una grande attrazione di conoscenze”. Così riportano i cronisti il discorso del Capo dello Stato alla Fis (Fondazione Italiana Sommelier).

Parliamo di vino

Devo dire che trovo apprezzabile la cultura dell’affinazione di palato che abbiamo in Italia e in Francia, in merito a vino e oli, principalmente. Il vino difeso dalla Fondazione Italiana Sommelier è certo un vino diverso da quello del produttore franciacortino, ma vorrei focalizzarmi più su queste due notizie lette su Ansa, che sulla caratura culturale endogena  del vino.

Il Valore del Tempo

Non farò però l’ingenuità di prescindere dalla retorica che aleggia intorno al vino stesso. “Il valore del tempo” è proprio il titolo di questo undicesimo Forum Internazionale della cultura del vino.

Non serve certo questo singolo episodio a certificazione di una tendenza alla valorizzazione, che è di brand piuttosto che di “cultura”, e giustamente. Queste le parole del presidente Fis:

”In oltre 30 anni di attività abbiamo lavorato perché l’Italia si emancipasse alla conoscenza di un prodotto che genera una esperienza culturale di conoscenza alla biodiversità italiana. L’insieme dei vitigni del mondo infatti rappresenta solo una piccola parte rispetto alle varietà di uve presenti dal Piemonte alla Sicilia. La conoscenza territoriale di questo prodotto, a volte demonizzato, ci deve rendere consapevoli, anche nelle aule scolastiche, di un patrimonio unico che da’ futuro all’Italia” (fonte: Ansa).

Esenti da etichetta nutrizionale

Ma la seconda notizia che mi preme riportare riguarda la normativa europea, uno dei massimi baluardi (normativi, più che intrinsecamente culturali) di DOP, DOC e pregio vinicolo: la Commissione europea ha rigettato l’idea di apporre un’etichetta nutrizionale alle bevande alcoliche.

Benché ci si esima così dalla corretta informazione del consumatore, il che aprirebbe a mio parere un dibattito su come una cultura nuova si sovrapponga alla necessaria valorizzazione di una pre-esistente.