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Ultimo giorno di collocamento per gli ordini del Btp Futura, il nuovo bond emesso dall’Unione Europea per aiutare le economie prostrate in seguito all’impatto del Coronavirus. 

Qualche dettaglio – per riassumere

Quel che già sapevamo era che il Tesoro ha stabilito a 1,15%, 1,30% e 1,45% le cedole minime garantite, a 10 anni. Invece i tassi cedolari saranno stabiliti alla fine del collocamento, e cioè… Oggi!

Sapevamo anche che il Btp Futura è destinato unicamente agli investitori retail, ovvero ai piccoli risparmiatori e famiglie, virtualmente coloro che sono stati maggiormente colpiti dall’impatto del virus.

Ordini raccolti

A ieri si parlava di poco più di 561 milioni. Come deciso dal Ministero dell’Economia, il collocamento si chiuderà oggi. Ancora non ci sono dei dati ufficialmente divulgati, ma possiamo dire che il Btp Futura abbia quantomeno attirato l’attenzione degli investitori retail. 

Il premio fedeltà

C’è un’ulteriore prova della buona fede di chi ha ideato questo titolo, che sta a mio parere nel premio fedeltà. Un premio compreso tra l’1% e il 3% per tutti gli investitori che detengono il titolo fino a scadenza, nel 2030. 

Sarà in linea con l’andamento del Pil, e questo lo rende variabile, ma comunque la garanzia dell’1% per un piccolo risparmiatore non può che essere un dettaglio ghiotto. 

 

 

 

Non tutti i mali vengono per nuocere, verrebbe da dire considerando chi ha scelto di vedere il Coronavirus come un’opportunità, invece che come una paura sempre dietro l’angolo. 

La criptovaluta

Iniziamo dalla notizia che mesi fa mi ha lasciato piuttosto perplesso. In seguito alla crisi del 2008 numerose frange di investitori che hanno speculato contro i mutui sub-prime si ritrovarono poi premiati, e sembra che sia accaduta un vicenda simile a chi ha deciso di comprare le Coronacoin.

Immesse sul mercato da una società con sede nelle isole britanniche dell’Oceano Indiano, le Coronacoin sono 7,6 miliardi, come la popolazione mondiale. 

Si tratta di un puro e semplice titolo in deflazione, perché – è orribile dirlo, ma questo è il funzionamento della valuta – man mano che si registrano le contagi e morti per Covid, i token delle valute in circolazione calano.

L’ideatore della valuta, Alan Johnson, promette che il 20% del ricavato del progetto sarà destinato alla Croce Rossa. 

Le assicurazioni

Non so se vi è capitato, ma a me personalmente sono arrivate diverse pubblicità di polizze anti-Covid. Mi pare che in realtà siano poco più che delle polizze salute, nella maggior parte dei casi.

Quel che si vede in molti casi è la delega di gestione a blockchain, che dovrebbero rendere automatico e snello il processo della sottoscrizione di queste polizze.

È presto per fare un calcolo costi/benefici; probabilmente vedremo il ricavato di queste soluzioni tra qualche mese.

Il settore biomedico (che però non ha speculato)

Come abbiamo già accennato, il settore biomedico è l’unico vincitore, anche morale, di questa crisi. 

Di speculazione non si tratta, visto che parliamo di un ambito necessariamente in crescita, che potrebbe anche rendere l’Italia più competitiva sul mercato globale.

Allo stesso modo del biomedicale, anche gli strumenti di chat, videochat e simili sono in netta crescita. Com’era inevitabile, visto che l’intero sistema scolastico italiano si è spostato sui vari Meet, Zoom, Whatsapp, eccetera.

Posso dire di aver assistito, incolume, a un’altra rivoluzione.

Un giugno insolitamente fresco presenta la riapertura.

Timidamente le attività culturali fanno capolino, dopo mesi di sonno, di disperazione per gli operatori che con esse portavano a casa lo stipendio, e di vero e proprio dolore per impresari, organizzatori, direttori di teatri e musei.

Riapriamo

Constatare la riapertura dà sempre un senso di sollievo. Siamo così raramente in balia degli eventi, in questo mondo sicuro e privo di guerre, che non avremmo mai potuto pensare a una pandemia.

E va bene, a questo punto l’hanno detto in talmente tanti che la mia voce va solo a banalizzare quello che poteva essere il lirismo dei primi tempi. Ma una cosa è certa: non ci dimenticheremo di cosa vuol dire chiudere i battenti alla cultura.

La normativa

Per chi volesse, la normativa di riferimento è facilmente reperibile online (qui quella per la Lombardia). Presto ci abitueremo ad andare a teatro – quei pochi che hanno riaperto perché potevano permetterselo, quantomeno – muniti di mascherina. 

In quanto luoghi pubblici al chiuso, i teatri italiani avranno una inferiore incidenza di pubblico, per via del necessario distanziamento. E dal palcoscenico, si vedrà sotto di sé un esercito di mascherine.

Ma poco importa. La cultura riapre, e questo è quanto stavamo con trepidazione attendendo.

Era il 9 giugno 1950 quando la Pinacoteca di Brera riaprì sotto le abili mani di Fernanda Wittgens

Una data simbolica

Riapre oggi, senza ulteriori indugi, la Pinacoteca dopo il blocco dovuto al Coronavirus. Una data che richiama senza ombra di dubbio quella ufficiale, storica apertura dopo le devastazioni della guerra. C’erano voluti 5 anni di preparazione, recupero, restaurazione per riaprire dignitosamente e riportare l’istituto ai suoi precedenti fasti.

In realtà, a qualcosa di più, perché le vesti della Pinacoteca oggi, come nel 1950, sono radicalmente diverse rispetto al pre-chiusura. 

Cosa cambia con la riapertura della Pinacoteca di Brera

Gli ingressi sono ovviamente contingentati, e non è consentita la visita a più di 152 persone alla volta. L’entrata è sempre gratuita, almeno fino all’autunno.

Purtroppo non saranno visitabili le sale fisicamente più piccole, non potendo consentire al loro interno il distanziamento sociale necessario per prevenire un’ulteriore ondata del virus.

Non sarà la stessa cosa, ammirare la Pinacoteca con il distanziamento sociale. Però va detto anche che sicuramente gli investimenti di lungo termine cambieranno la loro forma.

Come una maggiore fiducia nel sistema economico fa sì che i progetti e le installazioni diventino più magniloquenti, confidando nell’introito e nella diffusione di un flusso turistico che non si arresta, ora il virus ha messo in discussione la continuatività di questo flusso.

È naturale che gli investimenti nell’arte cambieranno, e quelli museali in particolar modo.

Una Pinacoteca che non sarà più la stessa

Infatti, se già l’interesse per il digitale aveva dettato gran parte dell’agenda della Pinacoteca prima del lockdown, possiamo dire che la quarantena abbia fatto mettere ai curatori il piede sull’acceleratore.

Non dimentichiamoci che la Pinacoteca di Brera è stata una delle prime a consentire, nella seconda metà di marzo, un tour virtuale all’interno delle proprie sale. 

Tanti altri avevano attivato alcune tranche di tour, o parti di mostre, ma qui si parla di un tour integrale, comprensivo delle mostre provvisorie. L’attenzione al digitale si ritrova quindi ancora più acuita in seguito a questa riapertura. La Pinacoteca non sarà più la stessa.

 

Se n’è parlato tanto, ma è arrivato forse il momento di fare due conti. Questo Mes è vantaggioso o è svantaggioso per una prospettiva di lungo termine dell’economia italiana?

Innanzi tutto, vediamo di approfittarne per fare un ripassino di finanza di base. Vediamo insieme come si calcola il rendimento di un titolo.

Come si calcola il rendimento

Il rendimento di un titolo si calcola facendo un incrocio di 3 valori: prima di tutto il tempo che si impiega per l’operazione. Poi, l’ammontare dell’investimento iniziale, e infine i flussi di cassa dell’investimento stesso, che vanno a definire l’ammontare finale ricevuto dall’investitore.

Così è un’equazione estremamente semplificata e molto banalizzata, ma è utile per capire grossomodo cosa significano le percentuali che vediamo nei telegiornali relativamente ai titoli statali. Va poi aggiunto che i titoli di Stato prevedono l’opzione delle cedole, cioè una sorta di pagamento rateizzato all’investitore, che comunque alla scadenza prevista riceverà indietro l’intero ammontare del suo debito, più gli interessi.

Come si calcola in pratica il rendimento? C’è un’operazione molto complessa, che potete comodamente trasferire su un foglio Excel, oppure potete chiederla al vostro financial advisor di fiducia. Insomma, non c’è modo di perdersi con il rendimento.

Siamo Mes male?

Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis sostiene che in Italia ci sia una “narrativa ingannevole” per quanto riguarda il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes). 

Ma ormai non è del tutto vero: sono molti infatti gli analisti finanziari italiani che vedono il Mes come un’opportunità. Soprattutto alla luce della forte spesa che gli Stati membri dovranno affontare per il Coronavirus (parliamo circa del 2% del Pil).

In sostanza, un punto forte è la non-condizionalità che il Fondo applica per erogare i prestiti, cosa che lo rende diverso dal tentato salvataggio della Grecia di qualche tempo fa.

Il Sole 24Ore a differenza di quanto avvenuto in passato per i salvataggi di Stati membri come accadde con la Grecia. Unico vincolo, che si investa sulla spesa per la sanità pubblica.

Si parla di circa 36 miliardi di euro, virtualmente, a disposizione dell’Italia, con un tasso annuale a 0,1% e costo annuale di 0,005%.  Volete provare a fare il calcolo?

Continua dall’articolo sul Coronavirus e sulle sue implicazioni nell’inconscio collettivo, secondo un professore di storia e storia della medicina dell’Università di Yale:

Si potrebbe parlare di tubercolosi, e di quanto fosse diversa nel periodo romantico, nel XIX secolo. È davvero strano, perché, per me, la tubercolosi è uno dei modi più raccapriccianti e dolorosi di morire, dove, alla fine, si soffoca, eppure, d’altra parte, la si fa glorificare con eroine liriche sul palcoscenico che vengono percepite come belle. Oppure “La capanna dello zio Tom”, che non riguarda solo la schiavitù. Riguarda anche la tubercolosi.

Non sono un luddista [possiamo intenderlo come “complottista”, ndr] per quanto riguarda la scienza, ma le scienze a volte hanno delle conseguenze non gradevoli. Prendiamo la teoria dei germi. La teoria dei germi in realtà ha contribuito a stigmatizzare i poveri. La tubercolosi non era una malattia delle classi belle, ma delle classi brutte che erano sporche e povere. Lì, l’intera interpretazione cambia. Se si guarda a “L’immoralista” di André Gide, all’inizio del ventesimo secolo, egli considera il suo stesso caso di tubercolosi come la cosa più spregevole e disgustosa che possa mai accadere. L’idea di una bella malattia è scomparsa per sempre, e la tubercolosi non lo è più.

[…] Non sono sicuro che sia esattamente divertente, ma penso che la reazione di Napoleone alle malattie che stavano distruggendo il suo governo sia stata tragica e grottesca, in un certo senso di umorismo nero, dove non dà valore alla vita dei suoi soldati. È quindi in grado di parlare dell’arrivo della febbre gialla nelle Indie Occidentali come di un insulto personale.

Credo che questo sia qualcosa che potremmo vedere ancora una volta. È qualcosa di cui forse si può ridere. Forse la storia è meglio vederla come commedia a posteriori, ma non credo che quello che sta per accadere quest’anno a proposito di questa particolare epidemia negli Stati Uniti sarà affatto divertente. Avere funzionari alla Casa Bianca che dicono: “Oh, non è altro che il comune raffreddore, abbiamo tutto sotto controllo”, quando non hanno niente sotto controllo, a quanto vedo, e hanno messo al comando persone che non credono nemmeno nella scienza.

L’articolo è finito. Non volevo dar sfoggio di facile opinionismo, anche perché non ho riportato l’intervista integralmente. Però ci sono degli spunti interessanti che forse vale la pena raccogliere.

In continuazione al mio articolo precedente, collegandomi al discorso Coronavirus: le epidemie hanno avuto alcuni aspetti positivi per quanto riguarda la storia dei diritti umani, ma anche diversi risvolti inquietanti:

Sono convinto che il XIX secolo sia stato un periodo terribile, non solo di ribellione ma anche di oppressione politica. Per esempio, il massacro di persone dopo la rivoluzione del 1848 in Francia, a Parigi in particolare, o dopo la Comune di Parigi. Parte della ragione per cui questo fu così violento e sanguinoso era che le persone che erano al comando vedevano le classi lavoratrici come pericolose dal punto di vista non solo politico, ma anche sanitario.

[…] In questo caso, a Wuhan, una città di circa undici milioni di abitanti, e poi nella provincia di Hubei, che conta quasi sessanta milioni di persone, hanno deciso di imporre un blocco.

È una cosa che rimanda a misure messe in atto durante la peste e che si è ripetuta più e più volte, anche nell’epidemia di Ebola. Il problema del cordone sanitario è che è maldestro, come un martello. Arriva troppo tardi e rompe quell’elemento fondamentale della salute pubblica che è l’informazione. Vale a dire che, minacciata dall’isolamento, la gente smette di collaborare con le autorità.

[…]il regime ha cominciato lentamente a cambiare rotta. Si vede che, col passare del tempo, i cinesi sono stati molto diligenti nel raccogliere i documenti, cercando di suscitare la cooperazione della popolazione, in un certo senso per riparare i danni dei primi tempi. 

Da questa parte in poi l’articolo si concentra sulla risposta che gli artisti hanno dato alla “peste”. Intendendo anche le risposte artistiche dei singoli. Diciamo, più in generale, le visioni creative che l’epidemia ha suscitato.

Ne parleremo nel prossimo post. Anticipo intanto che non parleremo più di Manzoni. Se mai qualche mio lettore ne fosse appassionato…

Continuo dal mio articolo precedente, collegandomi al discorso Coronavirus e a quanto le epidemie facciano spesso emergere i più reconditi e inconsci sentimenti di una collettività.

Quando Bruce Aylward, che ha guidato la missione dell’OMS in Cina, alla fine è tornato a Ginevra, ha detto che la cosa più importante che deve accadere, se vogliamo essere preparati ora e in futuro, è che ci deve essere un cambiamento assolutamente fondamentale nella nostra mentalità. Dobbiamo pensare che dobbiamo lavorare insieme come specie umana per essere organizzati per prenderci cura l’uno dell’altro, per renderci conto che la salute delle persone più vulnerabili tra noi è un fattore determinante per la salute di tutti noi, e, se non siamo preparati a farlo, non saremo mai e poi mai pronti ad affrontare queste sfide devastanti per la nostra umanità.

Beh, è un pensiero molto triste, se posso dirlo, perché penso che sia improbabile che si verifichi un tale cambiamento di mentalità.

[…] Credo che questo sia qualcosa che fa emergere anche le più alte qualità. In effetti, si scrivono anche romanzi su questi grandi eventi. Influisce sulla nostra letteratura e sulla nostra cultura. Penso al grande romanzo sulla peste, che è “I Promessi Sposi”, del romanziere italiano Alessandro Manzoni. Parla dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Borromeo, che entrò nelle case dei parassiti e fu disposto a sacrificare la sua vita per prendersi cura dei più poveri e dei più malati del suo gregge.

[…]

il successo della ribellione haitiana e di Toussaint Louverture è stato determinato soprattutto dalla febbre gialla. Quando Napoleone inviò la grande armata per ripristinare la schiavitù ad Haiti, la ribellione degli schiavi ebbe successo perché gli schiavi africani avevano l’immunità che gli europei bianchi che erano nell’esercito di Napoleone non avevano. Questo portò all’indipendenza haitiana. Anche, se si pensa dal punto di vista americano, fu questo che portò alla decisione di Napoleone di abbandonare la proiezione del potere francese nel Nuovo Mondo e quindi di accordarsi, con Thomas Jefferson, nel 1803, con l’Acquisto della Louisiana, che raddoppiò le dimensioni degli Stati Uniti.

(Continua)

 

Apro questa parentesi perché Art Dubai ha annunciato proprio in questi giorni che rinvierà l’esibizione, per quest’anno. La causa, ovviamente, il Coronavirus.

La 14ª edizione della fiera internazionale dell’arte, in programma dal 25 al 28 marzo 2020, ha quindi deciso di fermarsi e valutare quando sarà un momento più propizio per ripartire.

Arco Madrid

Non si ferma invece Arco Madrid, che è riuscita a inaugurare la scorsa settimana.

Altre mostre d’arte in Europa e USA

Oltre a Arco, abbiamo il 5 marzo Tefaf a Maastricht. Riportano gli organizzatori:

 Le misure che Tefaf sta prendendo per fornire un ambiente sicuro a tutti gli espositori, i visitatori e al nostro staff, tra queste servizi precauzionali, come servizi di pulizia aggiuntivi per tutto il giorno e la distribuzione e il posizionamento di disinfettanti per le mani in fiera. (Fonte: Il Sole 24 Ore)

Per  The Armory Show (Piers 90 e 94) le anteprime VIP iniziano già il 4 marzo. Invece ADAA Art Show è già in corso. 

Altre fiere il cui futuro è incerto sono: PAD Paris Art + Design (1-5 aprile), Paris Photo New York (2-5 aprile), P rinted Matter L.A. Art Book Fair (3-5 aprile), Art Brussels (23-26 aprile), Affordable Art Fair , che ha in programma edizioni consecutive a Bruxelles (20-22 marzo) e New York (26-29 marzo) e Tbilisi Art Fair (14-17 maggio).

Il destino già scritto di Miart

È triste quando un evento del genere si prospetta all’orizzonte, ma con Milano in quarantena e i voli dagli States quasi interamente bloccati, la prossima edizione di miart è molto probabilmente saltata.

La fiera era in programma dal 17 al 19 aprile.

Invece il Salone del Mobile è già confermato dal 16 al 21 giugno 2020.

Si attende una nuova data anche per la prima mostra “soppressa” sull’onda dell’epidemia, MIA Photo Fair, che si sarebbe dovuta tenere dal 19 al 22 marzo.

Coronavirus: un danno economico non indifferente

Una considerazione ridondante, forse… Ma il danno economico che questo Coronavirus sta generando nell’indotto turistico e artistico italiano non andrà sottovalutato. Ho paura che gli scenari che si apriranno in futuro non saranno per nulla positivi, per quella fetta del nostro PIL che vive degli spostamenti della gente.

Ho trovato un articolo interessante sul New Yorker, che parla di come le epidemie nel corso della storia abbiano modificato il sentire della gente. Non ho potuto non riferirlo ai recenti fatti da Coronavirus.

Senza pretese accademiche ho provato a tradurne alcuni brani che ho trovato più interessanti.

Il libro di cui parliamo è “Epidemie e società: Dalla peste nera al presente”, di Frank M. Snowden, professore a Yale di storia e storia della medicina. In sostanza, lo studioso ripercorre gli effetti negativi che le epidemie hanno avuto nell’indirizzare le peggiori discriminazioni contro fasce sociali già non certo privilegiate. Vediamo:

Le malattie epidemiche non sono eventi casuali che affliggono le società in modo capriccioso e senza preavviso. Al contrario, ogni società produce le proprie specifiche vulnerabilità. Studiarle significa comprendere la struttura della società, il suo tenore di vita e le sue priorità politiche.

[…]

Le epidemie hanno a che fare con il nostro rapporto con la nostra mortalità, con la morte, con la nostra vita. Riflettono anche le nostre relazioni con l’ambiente, lo spazio che ci costruiamo attorno e l’ambiente naturale che risponde ai nostri stimoli. Mostrano le relazioni morali che abbiamo l’uno verso l’altro come persone.

[…]

Lo scoppio della peste, per esempio, ha sollevato l’intera questione del rapporto dell’uomo con Dio. Come è possibile che un evento di questo tipo possa accadere con una divinità onnisciente e che desidera il bene? Chi permetterebbe che i bambini siano torturati, così orribilmente in così tanti? La peste ha anche avuto un effetto enorme sull’economia. La peste bubbonica uccise metà della popolazione vivente e, quindi, ebbe un effetto enorme sull’avvento della rivoluzione industriale, sulla schiavitù e sulla servitù. Anche le epidemie, come stiamo vedendo ora, hanno effetti tremendi sulla stabilità sociale e politica. Hanno determinato gli esiti delle guerre, e a volte possono anche essere la causa dell’inizio di guerre.

(continua)