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Paradossale? Non proprio. E’ quello che accadrà alla Galleria d’arte Moderna, GAM di Milano.

La mostra in questione si chiama “Images of Italy, contemporary photography from the Deutsche BAnk collection”. Curioso che la location di un titolo del genere sia, per l’appunto, l’Italia stessa, ma si sa che la nostra esterofilia non conosce limiti… Scherzi a parte, non ho visto la mostra, inaugurata il 25 settembre e che chiuderà i battenti il 27 ottobre.


La prima mostra in Italia che presenta una selezione di opere fotografiche della Deutsche Bank Collection, una delle principali collezioni corporate d’arte contemporanea a livello mondiale.
È un percorso tra le immagini dell’Italia fermate dall’obiettivo dei più noti artisti italiani e tedeschi, quello che si snoda tra la Sala da Ballo, la Sala 29 e la Sala del Parnaso della GAM. La mostra comprende fotografie scattate a partire dagli anni Cinquanta e fino ai giorni nostri da Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Armin Linke, Candida Höfer e Heidi Specker, solo per citarne alcuni (Fonte: il comunicato stampa dell’evento).

Le opere di Images of Italy sono esposte nelle tre sedi italiane del Gruppo: il quartier generale di Milano Bicocca, l’edificio milanese di via Turati e la sede di Piazza SS. Apostoli a Roma.

Mi piacerebbe sapere chi degli ispiratori e partecipatori del primo Fuorisalone, che fioriva spontaneamente negli anni ’80, abbia pensato al Salon des Refusés.

Un accostamento un po’ azzardato effettivamente, che compiace chi come me vuole avere a ogni costo la velleità letteraria/artistica, a chiave interpretativa dei fenomeni del contemporaneo.

Ma ecco, il Salon nasce su volontà reale, innanzi tutto. Lo istituì Napoleone III nel 1863, e la scelta polemica del sovrano non sfuggì certo agli artisti che lì si trovarono ad esporre. Se l’Accademia aveva canoni troppo rigidi, qualche ingegno lungimirante e non allineato avrebe potuto creare, dal rifiuto dell’Accademia, una nuova tendenza artistica.

Si può dire che così nacquero gli Impressionisti, e così nacque l’odierno mercato d’arte.

Una spinta anti-istituzionale e liberatrice da circuiti atavici che si impossessavano elitariamente del diritto di proclamare un oggetto “arte”.

Il Fuorisalone conclusosi a Milano il 22 aprile è un’operazione commerciale e d’intrattenimento, e su questo non ci piove. Inutile fantasticare su possibili seconde o terze interpretazioni.

Il canone del Fuorisalone

Qual è il canone del Fuorisalone? La garanzia di assegnamento dello spazio pubblico è dichiarata “spontanea”, sul sito dell’iniziativa. Non sarò certo io a mettere in dubbio la spontaneità di assegnazione, sono convinto che la democraticità d’assegnazione sia però molto diversa dal criterio universalistico del “tutti i rifiutati da”.

Innanzi tutto, qui nessuno è rifiutato. Anzi, si sono creati oggetti di design (molto curiose le smart houses)  tarati sul gusto del grande pubblico, adatti alla comunicazione in ambienti meno formali della Design Week a porte chiuse.

C’è chi potrebbe obiettare che da un certo punto in poi, conoscendo i canoni d’accettazione del Salon, qualcuno potrebbe averli raggirati appositamente per finire nei Refusés. E in effetti così fu, e l’iniziale universalismo lasciò giustamente il posto a una maggiore “tendenza”, e al raduno di artisti sottoforma di correnti, nate dalla solidarietà e dalla consapevolezza date dal comune rifiuto ricevuto.

Tutta un’altra cosa, ma i tempi cambiano.

D’altro canto anche la fiscalità ha inseguito l’arte per inseguirne il denaro sottostante, talvolta a buon diritto quando nasconde l’evasione, talaltro penalizzando un settore creativo che avrebbe invece bisogno di maggior fiducia e agevolazioni.

Così scrive Marilena Pirrelli a proposito del mercato dell’arte italiano. La trovo un’analisi molto lucida e comprensiva di tutti i fattori in gioco. Lei parla di “resistenze e esclusività”, riferendosi probabilmente alle sacche arenate dove la promozione non ha capito che si deve rivolgere a investitori generosi, ma anche, e soprattutto, fare rete.

Impresa culturale e creativa

Sembra che il networking, o il “fare rete”, sia la necessità prima alla quale deve votarsi ogni amministratore pubblico, ma anche ogni soggetto privato, per riuscire a intravedere uno spiraglio di successo.

È stato fatto un grande lavoro da parte della commissione Cultura della Camera che si è tradotto, dopo la falcidia della Commissione Bilancio, in una definizione. Sembra nulla ma in realtà è un passo importante: il riconoscimento delle Icc (Impresa culturale e creativa) non è cosa così scontata e rappresenta un lascito importante alla prossima legislatura. Con l’introduzione in Manovra poi di un credito di imposta, per quanto limitato, il segnale dell’importanza del settore culturale per l’economia nazionale diventa ancor più evidente.

Necessario cambiare la normativa

Questi fattori sono evidentemente di natura politica: la politica fa una scelta di campo, che è quella della promozione, e ricapitalizza le imprese che si dedicano alla cultura. Ma poi la normativa si deve adeguare a questi cambiamenti, e intervenire in senso logistico. Ecco che la maggior parte delle attuali leggi sulla promozione a valorizzazione culturale appartengono al periodo del Ventennio.

Alcuni provvedimenti

Qualche provvedimento positivo c’è, e li cita anche Pirrelli nell’articolo che ho riportato. Sono la legge 124 del 4 agosto 2017 , che vuole semplificare la circolazione internazionale dei beni culturali. In discussione c’è poi la legge sui delitti contro il patrimonio culturale. Tutti segnali positivi, ma bisogna attendere gli sviluppi normativi per capire se l’impatto sarà davvero rivoluzionario, com’è ora che avvenga.

Macbeth in Sardegna, da quale classe sociale sarebbe stato rappresentato? Così sarebbe portato a chiedersi il sociologo che lo tentasse di attualizzare, secondo la buona pratica di un filone tardo ottocentesco di recupero d’ambiente arcaico per veicolare il moderno. Non amo personalmente l’attualizzazione nel suo senso topico, ovvero non amo che l’ambiente prenda il sopravvento su quello che dovrebbe essere lo spirito hegeliano dell’opera, che l’autore voleva pervasivo e degno di essere ricordato dai posteri.

Il rispetto per il contesto storico, insieme allo sguardo strutturalista crea in me un ingenuo e generico “rispetto del testo”. Ma tant’è, e applico il criterio al selvaggio “Macbettu” di Alessandro Serra, spettacolo che non ho visto ma del quale vengono date abbastanza sinossi sulla rete. Una caratteristica della critica teatrale da web è che racconta molti più dettagli logistici di quello che faceva la critica “colta” di un D’Amico, ad esempio.

Quindi, io so che lo spettacolo è in logudurese. E che la traduzione del testo shakesperiano prevede alcune variazioni di trama consistenti. Inoltre, dicono, il testo si sviluppa come un canto, il protagonista è un pescatore. Però, attenzione, se qualcuno sta storcendo il naso nel sentire l’odore della paventata attualizzazione, non temete, gli attori sono tutti maschi. Come nel più tradizionale teatro elisabettiano.

Macbeth in Sardegna è quindi il pescatore ambizioso e cantante

La moglie, come la Lady Macbeth nella comune memoria, lo spinge quindi ad avere ambizioni sociali superiori. Non recupero informazioni su come avvenga la coercizione, difficile da rendere in un contesto di “canto”, quale descrivono la pièce.

Il canto forse sostituisce, formalmente, la ritmica della versificazione, aggiungendoci la melodia, e questo può risultare un ammicco alla tradizione della Grecia dei classici.

Non ci è dato saperlo. In ogni caso, sicuramente la visibilità che stiamo contribuendo a dare a quest’opera dipende molto dall’hazard del titolo e poco dalla conoscenza del suo contenuto. Sapere poi che l’opera è stata ispirata da un reportage nei carnevali della Barbagia non contribuisce a togliermi i dubbi di attualizzazione selvaggia e assai poco rispettosa dello spirito del testo.

Mi domando perché non “Amletu”.

Riporto da Ansa:

VENEZIA, 15 DIC – Il cda della Biennale di Venezia, su proposta del presidente Paolo Baratta, ha deciso di nominare Ralph Rugoff direttore del settore Arti Visive con lo specifico incarico di curare la 58/a Esposizione Internazionale d’Arte del 2019. La rassegna si terrà dall’11 maggio al 24 novembre 2019; vernice 8, 9 e 10 maggio; inaugurazione al pubblico sabato 11 maggio.
Per Baratta “l’incarico a Ralph Rugoff conferma l’intenzione della Biennale di qualificare la Mostra come luogo di incontro tra il visitatore, l’arte e gli artisti. Una Mostra che impegni i singoli visitatori in un diretto confronto con le opere nel quale la memoria, l’inatteso, l’eventuale provocazione, il nuovo e diverso possano sollecitare lo sguardo, la mente e l’emozione di chi osserva, dandogli l’occasione di una intensa e diretta esperienza”. Rugoff dal 2006 è direttore della Hayward Gallery di Londra.
E’ stato tra l’altro direttore artistico della XIII Biennale di Lione.

Ho letto qualcosa di Rugoff durante gli anni ’80, quando scriveva di critica d’arte.

Una penna agile, e alcuni pareri fulminanti

Apprendo ora si è occupato di artisti del calibro di David Hammons, Mike Kelley, Paul McCarthy, Luc Tuymans, Andreas Gursky, Jean-Luc Mylayne, Raymond Pettibon e Jason Rhoades. Non uno sprovveduto, ma comunque un abito giovanile, come si attaglia alla Biennale.

La direzione precedente della biennale di Lione lascia ben sperare in un lavoro quantomento d’impatto sull’audience. Tenere alta l’attenzione della stampa non è facile, anche se la rilevanza di questa manifestazione è grande. Forse è arrivata a superare la necessità stringente di advertising, per quanto sia sempre necessario, ovviamente.

La scelta di un americano è in linea con la poca attenzione alla nazionalità che questo tipo di assegnazioni stanno assumendo. D’altra parte, può sembrare assurdo il vincolo campanilistico fine a se stesso. Cecilia Alemani era un volto molto più noto nel panorama nazionale, certo, ma non bisogna dimenticare la forte impronta internazionalista che la Biennale ha ormai assunto. Che impone, sempre a mio parere, che l’advertising prosegua com’è ora, rivolto ad alcuni bersagli esteri.

Per ora reperirò una raccolta di saggi di Rugoff. Si intitola “Circusa Americanus”. Speriamo.

Fu prima di diventare uno dei tenori wagneriani più famosi di tutti i tempi, tanto da essere invitato a Bayreuth, che il giovane tenore Giuseppe Borgatti si ritrovò a cantare alla prima a LaScala dell’Andrea Chénier. Era il marzo 1896 e il verismo era tendenza che bel si accoppiava con le istanze sociali della giovane monarchia italica.

Umberto Giordano infatti ha impostato buona parte della sua carriera su questo filone, con Fedora, cantato alla prima nientemeno che da Enrico Caruso. Il Voto anche, e Marina, opera prima con la quale partecipò a un concorso operistico poi vinto da Cavalleria Rusticana.

L’Andrea Chénier

L’Andrea Chénier non è opera per chi ha gusti tradizionali. I vocalizzi sono molti, e soddisfacenti solo se avete la fortuna di trovare un inteprete che sa colorare senza risultare forzato. A mio personale parere, anche un inteprete che non vibra troppo nei momenti di virtuosismo.

Storicamente le rappresentazioni di questo spettacolo sono diminuite dopo i primi trent’anni di continue riproposizioni, ma la popolarità dell’opera mi sembra che sia rimasta notevole. LaScala ha scelto di aprirvi la nuova stagione operistica, con un tenore azero che non conosco, Yusif Eyvazov. La controparte femminile è l’istrionica Anna Netrebko, che si sta facendo un discreto nome nella scena italiana e internazionale.

Il libretto è di Luigi Illica e si ispira a André Chénier, poeta francese vissuto in età rivoluzionaria. I buoni sentimenti rivoluzionari sono indorati dall’aura di positività semplice che accomuna la gran parte delle coppie tenore/soprano protagoniste nelle opere tardo-ottocentesche.  Il baritono, che nel triangolo assume solitamente il ruolo di oppositore, qui è entrambi. Anch’egli è innamorato di Maddalena, la giovane nobile che viene però conquistata dall’idealismo rivoluzionario di Chénier. Sarà la sua nefasta intercessione a far condannare a morte il poeta dal tribunale di Robespierre (salvo poi pensirsene entro il terzo quadro).

Infine il verismo, come prevedibile, si annacqua, e i due amanti muoiono, mentre il baritono si dispera.

Una bella opera, che consiglio a chi ama il virtuosismo, e a chi digerisce questo genere di trama.

E’ stato in scena fino a ieri il Mercante di Venezia al Teatro Fontana di Milano.

La regia di Filippo Renda ha voluto restituire alla pièce l’attualizzazione della quale sembra non si possa fare a meno quando un autore supera la soglia del normalmente rappresentato e entra nell’Empireo dei Grandi.

Di  Shakespeare si conta anche una versione cinematografica dell’attore hollywoodiano Michael Fassbender, che ho visto e trovato sorprendentemente onesta nella filologia, e insieme carica di quella modernità testuale intrinseca che le opere del Bardo hanno. Forse, l’esperienza della commedia, forse il tono tragico sempre mediato da un realismo non timido e molto teatrale.

Fatto sta che la questione che ci si pone di fronte a un Mercante scanzonato, circondato da personaggi scanzonati, con i toni tra il grottesco e il superficiale del presente magnifico e dalle sorti progressive, è: ma perché Shakespeare? Il tema della giustizia sembra essere il rovello di quest’opera, che lascia sospesa la questione della “pound of flesh”.

Un piccolo suggerimento, per la prossima attualizzazione: nel Mercante originale, la questione è risolta.

Tra i declivi verdeggianti di Varallo, sulle sponde del Sesia, nasce per volontà di un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa il Sacro Monte di Varallo. Siamo alle soglie dell’età moderna e il culto delle reliquie è in piena auge. Il Sacro Monte si presta alla riproposizione dei luoghi sacri della via Dolorosa di Gerusalemme, e qui si crea un culto destinato a durare nei secoli.

Ci passeranno reali e santi (il più celebre Carlo Borromeo). Ma soprattutto lascerà la sua impronta Gaudenzio Ferrari, il Michelangelo piemontese. Le statue in legno colorato dell’annunciazione, dei personaggi del presepe, fino alla cappello dei Magi, sono calde e potenti.

Se di Michelangelo vero e proprio non parliamo, è vero che così è ricordato l’artista da certa critica.

Dal 23 marzo al 1 luglio 2018 è stata annunciata una grande mostra sull’artista cinquecentesco nelle tre sedi di Novara, Vercelli e Varallo Sesia.

I curatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, promettono incognite espositive. Sul percorso, l’assessorato alla cultura di regione Piemonte assicura che una grande parte sarà riservata alla didattica, sulla quale conviene investire. Sia per i finanziamenti che si possono ricevere in vista dello status di progetto didattico, banalmente, sia per la maggiore e garantita diffusione.

Dal punto di vista scolastico, visto quanto si parla ultimamente di didattiche alternative, la visita alla mostra è sicuramente interessante. Gaudenzio Ferrari si presta poi alla facile comprensione, con la sua matericità, i volti eloquenti, ma anche con la storia semplice che nella maggior parte dei dipinti veicola.

A Varallo, la stori evangelica. A Novara invece la storia della sua maturità, nel periodo più manierista e “alla moda” con le tendenze pittoriche del momento. Come non ricordare il michelangiolesco polittico della basilica di san Gaudenzio di Novara?

O, in Cattedrale santa Maria Assunta, lo Sposalizio di santa Caterina, di quasi dichiarata ascendenza raffaellesca?

Un’occasione da non perdere.

Gaudenzio Ferrari, Statue in legno dei Magi, Sacro Monte di Varallo

 

Mi chiedevo da ragazzo cosa significasse nella poetica dell’arte il non-finito. Nel regolare percorso della storia dell’arte scolastica, si arriva al periodo della vecchiaia di Michelangelo. L’accurata tecnica di levigatura del marmo, da lui perpetrata come un rituale sacro, comincia a scemare nei quattro Schiavi. Così vengono chiamati posteriormente i quattro uomini sbozzati grezzamente nel marmo, nell’atto di liberarsi da simboliche e letterali catene.

Il mio ricordo scolastico è sicuramente sfumato dal passare degli anni, ma sono abbastanza sicuro di aver legato indissolubilmente il concetto di modernità a quelle statue incompiute. Che poi, nella storia della critica d’arte ci sia sempre un certo ammicco verso la vaghezza, è una considerazione piuttosto ordinaria.

Il non-finito era ora descritto come necessità dell’artista, ormai famoso: doveva spostarsi da una città all’altra e da una commissione all’altra, e non poteva certo trascinarsi i manufatti con sé. In certi altri casi, e malricordo se fossero gli schiavi, il pezzo di marmo si rivelava inadatto per la scultura. Secondo la sua personalissima e celeberrima visione dello sbozzare, già nel blocco grezzo è insita la figura. Lo scultore come un fedele sacerdote/artigiano estrae significato già contenuto nella pietra che pare inespressiva. Quindi, era come se il blocco si rivelasse erroneamente interpretato.

Lo smaliziato fruitore vede l’errore scultoreo, o la necessità pratica di abbandono. O addirittura, ricordo certi compagni dalla pragmatica malizia, la pigrizia dello scultore troppo affermato.

La modernità si collocava, nella mia mente, a questo punto. Senza indulgere in interpretazioni a posteriori, o in critica d’arte, che non è il mio campo:

E’ incredibilmente moderno che un’opera abbandonata per incuria, fatta da un Nome e un Cognome rinomato, venga comunque conservata, discussa, tenuta viva.

Gli schizzi di Picasso, modernissimi e strapagati dagli acquirenti, sembrano molto più simili all’idea di opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, come voleva Benjamin, piuttosto che alle ultra-venerate reliquie. Anche se all’occhio non esperto potrebbe risultare il contrario.

Alla Met Fifth Avenue omaggeranno il “Divine Draftsman and designer” Michelangelo Buonarroti.

Il Metropolitan Museum of Art dimostra, come necessario per un museo del suo calibro, un costante interesse per il Rinascimento italiano e in particolare per l’aspetto disegnativo di questo suo colossale esponente. Draftsman Michelangelo lo fu sicuramnte, prima ancora che cimentarsi nell’arte figurativa a tutto tondo rappresentata dalla pittura.

Sono annunciati per l’esposizione più di 130 disegni, tre sculture e il suo primo dipinto da aspirante artista, realizzato a quanto pare quando era appena dodicenne.

L’aspetto disegnativo di Michelangelo è in effetti iconico, non solo come storia dell’arte da qui al passato, ma anche nella percezione comune. Un tondo Doni e un Mosé, cosa possono avere in comune se non la fattezza, l’humanitas che anni di scuola dell’obbligo hanno contribuito a fissare nella nsotra memoria?

“Draft” è quindi diventato il tema dell’abilità creativa di questo artista. Una draft-star, direi!

Altro gran disegnatore italiano omaggiato nel 2003, sempre dal Met, è stato Leonardo. Chi se non lui aveva fatto del labor limae della matita un fattore altamente distintivo? Un altro autore italiano iconico, peraltro.

Ricordo il celebre cìparagone che sif aceva tra i due, raffrontando i cartoni della battaglia di Anghiari e di quella di Cascina. In quella michelangiolesca di Anghiari, i corpi contorti si avvinghiano con precisione anatomica e un moto costaante e circostanziato alla scena. Diversissima da quella Cascina col cranio dell’uomo dall’espressione disumana così evidente. A ricordarci in realtà la disumanità del realismo, stavolta non affibbiato a una classe sociale ma alla crudezza della guerra, come fatto interiore prima che come dinamica collettiva.

Fatti entrambi per essere esposti nelle sale di Palazzo Vecchio, i due cartoni non furono in realtà mai completati dagli artisti originari. Aristotile da Sangallo finisce Michelangelo, mentre Leonardo è consegnato all’umidità dell’ambiente e completamente perduto.