Archives for category: Paolo Giorgio Bassi

Dalle ex colonie, alla fascinazione per il nostro intrigante Paese. Nel mondo, a quanto emerge dai dati conclusivi della XVIII edizione della Settimana della Lingua Italiana nel mondo, si parla sempre più italiano.

Sempre più studiosi di italiano

La settimana si concluderà il 21 ottobre. Il tema quest’anno è: “L’Italiano e la rete, le reti per l’Italiano”.

Dalle ultime rilevazioni relative all’anno scolastico 2016/2017, risultano circa 2.145.093 studenti di italiano, distribuiti in 115 Paesi. Le rilevazioni mostrano un importante aumento degli studenti di italiano che sono passati da 1.522.184 nell’anno scolastico 2012/2013, a 1.761.436 nel 2013/2014 fino agli oltre 2 milioni odierni.

(Fonte: Il Sole 24Ore online)

Ma attenzione a trarre conclusioni troppo entusiastiche: il dato si riferisce in parte al rilevato crescente interesse per la nostra lingua. Ma va precisato che la rilevazione risente di un affinamento delle tecniche di rilevazione statistica stesse: infatti si sono considerati nella ricerc numerosi istituti privati, associazioni culturali, realtà sommerse che erano riuscite  a svincolarsi dai censimenti ufficiali.

Italiano sì, italiano no

La rilevazione è fondamentale per comprendere come le conoscenze che sono patrimonio di una popolazione, o meglio, di una Nazione, vengono recepite. Per quanto il concetto di Nazione appaia oggi come anacronistico, ma non mi suona troppo bene parlare di patrimonio “statale” o “linguistico”. Nella diffusione della cultura il concetto di Nazione è veicolare, se ci pensiamo: aggiungere fascino e senso di appartenenza anche a una comunità che non ne ha poi tanto è quello che contraddistingue la buona promozione culturale da quella che non oltrepasserà mai le porte della città. Detto ciò, la banalizzazione non è mai una buona scelta.

Rilevato a metà

Non basta, come sostiene l’articolo che ho citato sopra, rilevare “a metà”. Certo, è importante avere un dato certo, che ci dica quanto l’italiano è studiato nel mondo. Ma considerando il dato precedente come inattendibile, stiamo causalmente ammettendo che questa informazione in fondo non è poi così nuova.

 

Quanto di più temuto da un naturologo dell’epoca, la condanna di Plinio il Vecchio ha impressionato molti studenti.

La condanna dello scienziato

Così mi piaceva concepirlo in adolescenza, come un martire votato alla Verità al di sopra del reale pericolo che questa comportava. L’episodio del Vesuvio che esplode in fiamme e lapilli è indicativo di questa tendenza: la condanna è quella di non abbandonare i ranghi in ogni senso possibile.

Un incidente mortale

Va detto infatti che Plinio il Vecchio non solo volle, come racconta il nipote, arrivare il più vicino possibile al vulcano. Ma anche, e forse soprattutto, voleva mantenere i ranghi, essendo a capo della flotta stanziata al Capo Miseno. L’incidente mortale del quale fu vittima fu quindi anche la fine delle sue scoperte scientifiche, che per l’epoca furono assai promettenti. Ma anche, probabilmente, la fine delle prospettive per il nipote, che certo non sarà stato indifferente a fomentare la fama dello zio, anche per un possibile tornaconto personale.

Lo dico senza intenzioni negative o machiavelliche, semplicemente dopo la Storia romana di Mommsen non credo sia più possibile prescindere da queste interpretazioni res-publicane.

Condannato dalla fame per il sapere

Questo, del “condannato dalla fame per il sapere”, è il profilo che conosciamo di Plinio il Vecchio.

E’ anche piuttosto facile adattarsi a un modello senza conoscere, oltre alla lettera del nipote, altra fonte storica e letteraria. Certo, mi si potrà obiettare, non è facile cogliere un uomo in punto di morte mentre si arrampica sul Vesuvio. E d’accordo, già Plinio il Giovane è stato fortunato a scamparla, probabilmente. Tuttavia va ricollocato nella sua cornice: Plinio il Vecchio era certamente un appassionato di natura, ma anche un uomo del suo tempo.

Condannato dalla sua fame del sapere, sicuramente un ruolo l’avrà giocato anche la fame di gloria.

E possiamo dire che alla fine aveva ragione lui.

Trovo a dir poco ironica la notizia che leggo casualmente sul Corriere Milano. In estrema sintesi: si trova un cumulo di rifiuti in un campo, vengono chiamati gli agenti. Questi frugano in mezzo alle suppellettili, poltrone, mobili, cartacce, vecchi libri. Trovano un tesi di laurea battuta a macchina, scritta 60 anni fa, e attraverso il nome impresso in copertina risalgono agli eredi della studentessa, colpevoli del fattaccio.

Montesquieu traditore

Che lo spirito delle leggi sia o meno nel contenuto della tesi in questione, non ci è dato saperlo. Ma la ratio del provvedimento di frugare nei rifiuti d’altri, se ci pensiamo, è di per  sé la scoperta dell’illecito, e non la violazione della privacy.

Se vogliamo quindi uno spirito della legge, che poi è di per sé la ratio stessa, prevede che si possa attuare una simile ricostruzione. Le attività ispettive e investigative si basano su questo principio del libero frugar, nel nobile intento di scovare gli illeciti. In questo caso, ambientali, e di estrema carenza di senso civico e rispetto delle norme sullo smaltimento dei rifiuti.

Ma che dire, in questo caso la ratio del provvedimento ha scovato uno dei manuali più basilari per chi vuole capire cosa sia la ratio nelle leggi.

Mi immagino la sorpresa degli agenti nel trovare il manuale, con un nome e cognome in bella vista, rivelatore come il cuore di Edgr Allan Poe. Chissà se a scuola avevano ricevuto solide nozioni sull’immenso pensatore e giurista francese, chissà se hanno colto l’ironia.

Geniale la trovata marketing di Renzo Rosso, fondatore di Diesel, la nostra casa di moda con sede nella veneta Breganze.

Come trasformare un fenomeno che mina alla stabilità stessa del proprio brand, quale è la falsificazione? Ma è semplice.

Auto-falsificarsi il brand

Così ha fatto Rosso, aprendo un negozietto “Deisel” in Canal Street, ChinaTown. Se l’abbigliamento da strada newyorchese non guadagnerà magari in incremento da questa capata delle multinazionali della moda, e per di più italiane, lo faranno i fortunati acquirenti dei prodotti Deisel. Infatti l’inserimento di telecamere agli angoli dello shop ha consentito di registrare le reazioni diffidenti dei clienti. Cosa che non ha impedito di comprare loro gli oggetti, molto simili al brand Diesel originale, con lievissime modifiche e un ovvio livellamento sui prezzi della zona. Quindi, molto bassi.

Anche l’assetto del negozio ha voluto rispettare il disordine e la scarsa organizzazione tipici dei negozi di una certa (bassa) caratura. Ma il marchio falsificato non ha fermato i clienti dall’acquisto.

Come ipotizza Rosso, gli stessi oggetti acquisiranno un valore di mercato molto superiore quando si capirà che erano pezzi unici, e gli utenti li rivenderanno su internet.

Una piccola perdita di fatturato, quindi, per via dell’abbassamento considerevole dei prezzi, in nome di una lungimirante scelta di marketing futura.

Certo, una multinazionale della moda può sicuramente permetterselo senza speculare troppo sull’esito favorevole o meno dell’iniziativa.

Quel che possiamo dire con occhio semiotico è che auto-taroccarsi per combattere in veste pubblica il taroccamento è un’arma a doppio taglio. Da un lato, dimostrare che prodotti taroccati possono essere “buoni”, sarà una necessaria conclusione. Dall’altro, l’autoironia in comunicazione sembra che premi sempre, forse soprattutto negli ambiti artistici (quindi anche della moda). Laddove la fidelizzazione non si basa forse su principi puramente fideistici, ma piuttosto su adesioni entusiastiche e irrazionali.

Alla faccia della scelte consapevoli di brand.

(articolo originale letto qui)

Sempre più incuriosito dal fenomeno del free touring, di cui ho già parlato. 

Credo che prima o poi mi spaccerò per un turista statunitense e parteciperò a una di queste esperienze di economia “dal basso”.

Duomo, Piazza Mercanti, Castello Sforzesco, Teatro alla Scala, San Bernardino alle Ossa, Università Statale, Galleria Vittorio Emanuele II.

“…And much more” recita uno dei tour più convenzionali. Non so cosa proporrei se avessi ancora l’età per imbarcarmi da guida in questo genere di avventura.

Probabilmente una “Milano degli Sforza”, con approccio tematico a tutti i monumenti e ai luoghi simbolo di questa rinomata famiglia italiana. O magari un tour dei teatri, con le principali prime che hanno contribuito a renderli famosi. Con una necessaria parentesi storica sull’epoca nella quale ogni tetro è stato in auge, qualche curiosità morbosa sulla vita del castrato 500esco di turno… Reperire queste informazioni nella memoria è tanto più difficile, quanto è facile ricordarle quando le si sente come unica nozione relativa a una città.

Avrei sicuramente trasferito la saggistica sociologica che studiavo a considerazioni abitative, attuali. Le gentrificazioni, l’abusivismo edilizio, le vie “della moda”, “della finanza”… Se penso a quanti differenti percorsi tematici si possono affrontare in una città come Milano, quasi rimpiango di non essere nato in tempi più recenti.

Prima o poi partecipo.

E’ senza veli la Milano della fashion week terminata qualche giorno fa.

Non è stata solo una kermesse di alta moda: sono state aperte per l’occasione:

la storica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, che il Comune mette a disposizione anche per le sfilate dei designer emergenti, supportati dalla Camera della moda, e il Museo della scienza e della tecnica e la Triennale. Ed entrare nel Teatro Lirico, benché ancora in corso di ristrutturazione, per assistere al defilé di Antonio Marras.

(Fonte: Il Sole24Ore)

La Scala ospita domenica sera la prima edizione del Green Carpet Fashion Awards Italia.

Non solo moda, non solo manifattura, ma cultura del bello che dalla Fashion Week in sé si dipana a altri campi d’applicazione artistica.

La valorizzazione di questi due teatri, poi, nati come massima forma di aggregazione culturale nel tardo ‘700. I salotti milanesi si raccoglievano nei loro palchetti alla Scala per discettare di politica, ma più spesso per spiare il corsetto del vicino, per parlare di scandali, per scambiarsi impressioni sul pittore più in voga… A luci semi-accese, con il concerto che invadeva i silenzi (e non, come oggi, viceversa). Lì si consumava la vita mondana di Milano. Alla Scala il teatro grande, al Lirico, originariamente “la Canobbiana”, il teatro piccolo.

Dobbiamo figurarcela chiaramente, l’inestimabile promozione che questi influencer ospiti a Milano possono consentire. Un’immagine colta con Instagram regala una diffusione molto più capillare di quella che l’advertising di un museo o di un sito riesca volontariamente a fare.

Quindi, se la trasversalità di una manifestazione di moda la rende meno autoreferenziale, i milanesi non possono che gioirne.

 

 

 

E’ a Milano il bar ispirato a Wes Anderson. Il cineasta, che si sta facendo strada fuori dalla nicchia estetica, comincia a diventare fenomeno diffuso e a contare all’attivo molte pubblicazioni di spessore. Non lo conosco benissimo personalmente, ma vedendo alcuni frame e li trovo perfettamente sovrapponibili al bar Luce nella Fondazione Prada.

Quel che conta è l’advertisement, dicono i ristoratori e gli operatori della notte, quando parlano degli ultimi trend in fatto di locali. Qui siamo di fronte a una multinazionale della moda, una certezza di marchio. In questo caso subentra una forma di mecenatismo interessato da parte di Prada, che con Wes Anderson ha già collaborato. Si parla di un mini-film di collaborazione, Castello Cavalcanti.

Mecenatismo come forma di ritorno economico, quindi. Wes Anderson sponsorizzato.

Un format che trovo di grandissimo successo, del quale ho già parlato in altre occasioni. La mano privata non può che costituire un respiro di sollievo per le nostre opere dimenticate e in-valorizzate. Questo caso però è ancora differente.

Qui un regista contemporaneo e uno sponsor si fondono. Il turismo culturale sarebbe dell’appassionato di film di Anderson che va a cercarne l’atmosfera in un luogo reale.

Ricreare un luogo di fantasia cinematografica non è certo una novità. Molti bar “a tema” annacquano l’autorialità originaria in un alleggerimento gustabile come i pop-corn della multisala. Come nella multisala, un pacchetto artistico (cinema/visione) viene scomposto, e viene fruito anche da chi ama soltanto il gusto dei pop-corn. Del cappuccino, in questo caso.

 

 

122mila presenze stimate per il Festival Letteratura di Mantova di quest’anno.

Una città che come spazi non brilla certo per la larghezza dei boulevards. Piazza Sordello ben si presta ai gazebo e alle folle oceaniche del Festival Letteratura, ma il resto delle vie del centro storico risulta intasato, e i ristoratori si fregano le mani ma sembrano accusare il ritmo frenetico.

Un investimento, questo festival che l’anno scorso ha compiuto vent’anni di vita, e che ha valso a Mantova il fregio di Capitale della Cultura 2015.

Non vorrei sbilanciarmi nella valutazione sugli autori coinvolti, ma la pretesa di una folla oceanica richiede necessariamente l’adeguamento del contenuto?

Leggo ora l’editoriale di Davide Longo sul Festival letteratura, il tono decisamente più da “festival” che da “letteratura”. Alle apologie del mostro sacro dello storytelling seguono commenti entusiastici sul “clima” e sulla “democrazia” del festival: al festival possono essere chiamati a partecipare autori alle prime armi come navigati poeti sconosciuti, come autori da ribalta.

Senza nulla togliere al raduno di massa, le critiche in merito sono doverose. Si continueranno a raccontare storie anche quando il digitale avrà definitivamente soppiantato il cartaceo, si continueranno ad ascoltare e vi si assisterà. L’eterno ritorno della narrazione, lo concepisco. Capisco anche la necessità di chiamare “storytelling” la tekne di raccontare con chiarezza, ordine e adeguata retorica ogni storia.

Ma così poco è l’antico, in questa sfilata letteraria. Così tanto spazio invece ha sapore di promozione. Come, ripeto, è giusto che sia per un festival. Ma uno spazio dedicato ai grandi che hanno reso grande l’Italia con le loro penne, non credo nuocerebbe alla partecipazione di massa. Approfittando proprio dell’investimento sul format ammiccante al pop fatto finora.

Non credo che spingere la Letteratura oltre il limite del contemporaneo costituisca una perdita.

In termini di pubblico. In ogni caso, un plauso a Mantova per l’iniziativa, e per la continuità e l’alto profilo logistico. Comunque, se lo meritano.

Il palazzo dell’Anteo a Milano inaugura finalmente la sua veste di tempio del cinema. Con ben 11 sale cinematografiche, tra cui una con film on-demand, una per i film in lingua originale e una con annesso ristorante. Per aggregazione si aggiungono una nursery e un Caffé letterario.

Molt suggestiva la scelta di intitolare le sale a cinema storici della città come Excelsior, Astra, President, Rubino, Astoria, Obraz. Si parla di sale ora chiuse.

All’inaugurazione Cristiana Capotondi e Claudio Bisio, che ha definito coraggiosi i soci dell’Anteo. L’orario d’apertura è sicuramente coraggioso e competitivo, dalle 10 del mattino fino all’una di notte. All’interno sarà presente anche la Biblioteca dello Spettacolo, con libri, documenti, saggi e cataloghi.

Quello spirito imprenditoriale di cui ho già parlato investe anche uno dei rami dell’industria dello spettacolo rimasti più vivi. La settima arte si può dire sia rimasta infatti una forma d’intrattenimento piuttosto popolare, anche purtroppo nel senso deteriore. Ma stavolta sono speranzoso: la programmazione della  sala Obraz prevede ad esempio “Il diritto del più forte” di Fassbinder e “L’infernale Quinlan” di Orson Welles, con una superba Marlene Dietrich.

Trovo innovativa l’uscita dal formato proiezione-sala buia-attenzione sul film. Come nei teatri d’opera di un tempo, nella sala ristorante (gestita da Eataly) si può mangiare guardando il film. Wagner introdusse il buio in sala, e mi Hitchcock la chiusura delle porte a film iniziato.

Ma staticità non è sinonimo di tradizione.

La tradizione è ciò che viene “tràdito”, raccontato, e non vorrei sfociare nella banalità, ma trovo una boccata d’aria fresca questa sala ristorante. Altra suggestione che mi evoca, le gigantesche chiese protestanti anglicane con ristorante all’interno. Più che di tradizione gastronomica parlerei proprio di traslazione di un bisogno culturale: da oggetto di attenzione assoluta, a primaria gioia della fruizione, accompagnabile liberamente con un atto come il pasto?

Sono speculazioni, ovviamente. Complimenti al coraggio dei soci dell’Anteo, comunque.

Penso che il concetto di free tour sia abbastanza indicativo dei grossi cambiamenti che sono intercorsi negli ultimi vent’anni nell’idea di promozione turistica.

Si moltiplicano online siti nei quali è possibile prenotare il cosiddetto “free tour” di una città. Solitamente, una grande capitale europea, una Londra o una Parigi, o una Berlino. La grandezza della città rende sensato quello che il Free Tour rappresenta.

Una visita inedita: il free tour solitamente esce dal convenzionale.

Mi è capitato qualche tempo fa di incappare a Londra in un gruppo di turisti attratti da una guida che pontificava sull’arte di strada. Il ragazzo, un giovane britannico spigliato, portava questa ventina di individui fuori da Marble Arch, dirigendosi in direzione opposta al centro.

Non ho seguito la comitiva ma ho poi approfondito. Coloro che conducono i free tour devono motivare i turisti raccolti a donare qualche soldo alla fine del tour, e per farlo lanciano la sfida sulla competitività più assoluta. Nei contenuti, intendo. Questo giro di street art è sicuramente qualcosa di impensabile per me, e nemmeno avrei saputo come prenotare. Ora vedo che esistono moltissimi siti dai quali è possibile prenotare comodamente una visita, da casa propria in fase di programmazione del viaggio, oppure a poco tempo di distanza dal tour, ovviamente nei limiti della disponibilità.

Trovo un segno dei tempi che questi giovani guide lavorino in assoluta assenza di qualsiasi garanzia di guadagno. Come gli artisti di strada, se vogliamo, ma in termini sociologici come gli agenti di vendita e gli artigiani: in comune con i primi, l’investimento nell’auto-promozione. Con i secondi, l’originalità del prodotto, che però in questo caso non ha nemmeno un prezzo fisso.

La net society rende indubbiamente più semplice questo scambio fluido di competenze. 

Ben venga per le città, nelle quali gli sguardi inediti si lasciano promuovere con l’incentivo di un guadagno. Per quanto incerto.