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Mi capita spesso di vedere opere teatrali nelle quali la recitazione ambisce magari al canone teatrale, ma la regia è decisamente cinematografica.

Il grande mattatoio

Invece del grande mattatore, capita spesso di assistere, ahimé non solo in contesti provinciali e dilettantistici, a rappresentazioni indecenti di piéce celebri. La scenografia che non va e tenta attualizzazioni selvagge, i costumi sempre per lo stesso principio o inappropriati o troppo post moderni.

Scivoliamo nella critica solo quando un particolare ci urta a tal punto da mutare la nostra comprensione dell’opera, o al punto da disturbare semplicemente il nostro silenzio catartico. Uno spettatore, un modo di ricezione, non mi ricordo chi lo diceva ma sono sostanzialmente d’accordo. E per quanto sia impossibile incontrare il piacere di ognuno, il bravo regista e il bravo scenografo cercano quantomeno di accodarsi a tendenza di successo, se proprio non sanno cogliere il Volkgeist o la Weltanschaunng.

La regia e la recitazione

Ma la regia, che è il personalissimo tocco poetico di un singolo, può essere influenzata da correnti disparate. Pensiamo anche solo ai canoni stretti della recitazione: nessun attore si metterebbe mai a imbastire una recitazione semi-cantata da tragedia greca. Mai, nemmeno nel teatro più avanguardistico. Se non, forse, in un contesto di sperimentazione, questo lo concedo, ma deve essere dichiarata la fonte di questa stranezza della recitazione cantata, oppure si deve essere in seno a una rievocazione storico-culturale…

E arriviamo alla regia cinematografica

Ed ecco che siamo arrivati: la regia consente margini più ampi, o meglio li consentirebbe. Ma troppo spesso mi trovo di fronte a opere teatrali, magari d’autore, magari opere prime, ma comunque accomunate dalla tendenza agli spazi e ai tempi della regia cinematografica.

 

Dal Salone dei Rifiutati si è arrivati a valori da capogiro. Da street art si è passati a protagonisti dei mercati dell’arte internazionali.

Nuovo museo dell’hip hop

Cosa accomuna questi fenomeni al nuovo museo dell’Hip Hop che andrà a nascere a New York, nel Bronx, è facile intuirlo. Fenomeni nati da spinte assolutamente nazional popolari, con pochissimo di già scritto, con alcune competenze di base, che si sono però poi declinate in forme artistiche nuove.

Se sulle competenze artistiche di Cezanne può risultare più facile esprimersi, più difficile risulta però trovarle in 50Cent. Se il primo sapeva confezionare delle nature morte assolutamente da Salon, credibili, “ufficiali”, 50Cent non ha mai preso in mano una chitarra probabilmente in vita sua. Non parliamo della trasgressione “consentita” di un Beethoven, non parliamo di mercati d’arte alternativi, come hanno da sempre costituito le avanguardie. In un mercato che tuttavia, si potrà dire, si è sempre presentato come differenziato rispetto a quello della musica, e che ha bisogno di grande legittimazione.

Un’ulteriore riflessione si potrebbe fare, sul fatto che forse alla fine dell’800 era ancora molto difficile per chi non possedesse uno strumento, o le facoltà per imparare a usarlo, la possibillità di spiccare in ambito musicale. Invece l’artista di strada, il fabbricatore di caricature, il pittore di fotografie, esistevano eccome. Quindi, la differenziazione dal marasma sarà stata probabilmente maggiormente necessaria ad un basso livello per chi si dedicava alle arti figurative, piuttosto che al musicista.

Il musicista hip hop

Il musicista hip hop ha oggi più possibilità del coetaneo di Mozart di accedere a strumenti musicali. L’attrezzatura per comporre music hip hop è diventata di facile approvvigionamento, l’utilizzo degli strumenti, a livelli di base, s’intende, è facilitato dalla disponibilità di informazioni presenti on-line.

E quindi, perché un filtro tra musica “aulica” e ciarpame non ha impedito a questi esponenti di dubbio gusto, di dubbia preparazione, di essere legittimati.

Semplicemente, la disponibilità di mezzi si è unita a una cultura che è figlia del secolo scorso: la cultura di massa.

Non credo che visiterò quel museo.

 

Era in Barton Fink dei fratelli Coen, l’attore italo-americano dal sarcasmo pungente. Per essere una star di Holliwood, ma non solo. Parlo di John  Turturro, che a partire da marzo interpreterà uno dei più grandi classici del romanzo storico della fine del Novecento: Il nome della rosa, di Umberto Eco.

Da Spike Lee ai fratelli Coen, Turturro è transitato anche per il cinema commerciale, per poi approdare a una fiction Rai . Promette molto, con la sua eloquenza rapida, nei panni dell’astuto monaco protagonista, che consocevamo come Sean Connery nel film originale.

La giustificazione

Ecco, so che la stavate aspettando e quindi accontento le vostre aspettative: devo giustificarmi per questo imperdonabile scivolone nazional-popolare. Un blog che nasce come culturale non può che dirimere la questione di una fiction Rai come un transitorio interesse del volgo ineducato verso uno dei picchi della fiction storiografica contemporanea. Un romanzo storico in fondo ben orchestrato e sicuramente preciso, ma pur sempre un romanzo storico… E si fermassero qui i commenti!

Sono sicuro che parlare di fiction Rai in certi ambienti diventa inderogabilmente im-popolare (che paradosso, la televisione popolare per eccellenza). Ma visto che a me piacciono i paradossi, e credo dopo aver visto i trailer che questa fiction potrebbe recare la precisione necessaria per tramandare almeno una parte del reale contenuto del romanzo, non posso che parlarne.

E invitarvi tutti, sommessamente, a vederla.

Possiamo occuparci di diritto d’autore rimanendo sul filo dell’allusione storico-letteraria, senza mai entrare nel vivo dell’agone politico. Possiamo ingarbugliarci nelle definizioni e nelle nostre placide esistenze di fruitori passivi dei giganti tecnologici e di info sharing. Tutte belle cose, belle esperienze, ma in questo frangente, dopo essermi dilungato così voluttuosamente sul concetto di copyright e di diritto d’autore, e della liceità del pagamento obbligatorio per chi scrive di arte e cultura… Ma viceversa, ho fatto anche elogi dell’enciclopedista volontario, cioè di chi scrive gratia artis, e non facendosi pagare alimenta un concetto di cultura indipendente. Non posso esimermi dal commentare le vicissitudini che sta avendo la legge europea sul copyright.

La nuova legge sul copyright

Innanzi tutto, un concetto-chiave, il “mercato unico digitale europeo”. Vediamo cosa significa in termini politici: lo stato-nazione in senso ottocentesco deve avere la possibilità, come forse oggi ha un po’ meno, di controllare le transazioni economiche che avvengono entro i suoi confini.

Fin qui, la fiera delle banalità: transazioni economiche, movimenti finanziari, anche passaggi d’eredità, esercizio della libera professione… Ogni retribuzione deve quantomeno essere passata sotto gli occhi dell’autorità politica, benché poi questa tendenza possa infinitamente declinarsi in modelli statali più o meno tendenti al modello liberista, o liberalista.

Lo Stato nazione gioisce delle riforme sul copyright?

Quindi, anche internet, come il Mercato, nella parziale cessione di autorità che la Comunità Europea ha comportato, dev’essere concepito, o quantomeno normato, come “unico”.

Concepire il diritto di internet come unico è più semplice che concepire internet come unico. Il mondialismo che connota questo nuovo mezzo di comunicazione è in realtà in contrasto secondo me con la tendenza dello Stato a normare entro i propri confini nazionali.

 

Si sa che le cronache e l’opinionismo di bassa lega sono sempre pronti a sveltire i processi culturalipiù di quanto non accada realmente. E così la conversione dell’umanità moderna allo smart phone sembrava essere diventata la nuova caratteristica topica della modernità. Quindi, l’homo post-modernus (si potrà dire?) è un uomo con un’appendice al cobalto e silicio tra leproprie dita, capace di consultarla appropriatamente, ricavandoci in un’ora le informazioni che fino al secolo precedente un uomo solo accumulava in tutta una vita. E parliamo di un uomo mediamente colto, figuratevi chi non leggeva e apprendeva unicamente dalla propria esperienza e dalla vulgata…

Homo post modernus e smart phone

Ma ecco, lo smart phone continuava a essere associato alla nostra evoluzione anche da opinionisti che volevano assurgere al rango di filosofi. Quindi, se la macchina a vapore e il binario erano la fine dell’Ottocento, se la stampa a caratteri mobili il Quattrocento, lo smart phone agli inizi degli anni Duemila.

Calo delle vendite 2018

Ma ecco che una prima avvisaglia dello sbandieramento eccessivo proprio dei cronachisti e degli opinionisti comincia a manifestarsi: si è registrato per quest’anno il primo calo delle vendite degli smart phone. ” Secondo le stime di Strategy Analytics, il 2018 si è chiuso con consegne in flessione del 5% rispetto all’anno precedente” riporta il sito dell’Ansa, e anche se ancora parliamo di stime, penso che non sia avventato pensare a un calo fisiologico nelle vendite, dovuto banalmente alla disponibilità del prodotto, che non sempre è un bene di consumo da obsolescenza programmata e dal ricambio facile. Molti articoli hanno un picco iniziale nelle vendite, che corrisponde alla moda dell’approvvigionamento, e poi quando diventano un lusso acquisito diventano anche meno venduti. La sfida del gioielliere, o del venditore di auto di lusso, sta appunto nel lusso.

Lusso o moda?

Nel lusso, oppure… Nel puntare al ribasso creando un prodotto sempre peggiore, dal costo sempre inferiore, con nuovi accessori, e con obsolescenza programmata con tempi ancora più brevi. A noi la scelta.

Si crede spesso che nel Medioevo le conoscenze anatomiche si fossero formate più sulla tradizione antica che su dissezioni. La pratica dello smembramento dei cadaveri a scopo di studio, così dice uno stereotipo piuttosto diffuso, nel Medioevo non era consentita a causa di restrizioni politico-religiose. Che poi, a voler ben dire, prima dell’età moderna non ha troppo senso operare la distinzione tra religione e politica…

In realtà già alla fine del XIII secolo i medici usciti dall’Università di Bologna erano ricercatissimi in tutta la penisola per la medicina legale: le loro conoscenze anatomiche umane potevano essere preziosissime qualora si fosse verificata una morte “sospetta” e fosse necessario aprire un cadavere.

Questo cappello introduttivo perché l’idea falsa che l’anatomia non si praticasse risponde secondo me alla nostra necessità di eroi moderni. Immaginiamo ad esempio un Leonardo Da Vinci che dissezionava cadaveri illegalmente per poter disegnare i particolari di tendini e muscoli così precisamente.

Abbiamo bisogno di eroi moderni.

E vorrei, da completo ignorante in materia, parlare di una figura di eroe scientifico, che ha combattuto con mezzi culturali, legali e scientifici per una battaglia che credeva di civiltà e di affermazione della dignità della ricerca scientifica in quanto tale. Sto parlando di Silvano Dalla Libera, che si è spento due giorni fa. Considerato un paladino dell’agricoltura ogm, Dalla Libera era formalmente un agricoltore, che come alcuni altri ha deciso di sfidare legalmente il sistema seminando mais ogm.

Una battaglia per la ricerca scientifica e per la libertà di applicazioni biotecnologiche all’agricoltura. Pur astenendomi dal giudizio scientifico, saluto Silvano Dalla Libera come un libertario.

 

Ho ritrovato scartabellando del vecchio materiale di quand’ero ragazzo una fotocopia che  l’insegnante di greco antico e latino ci fornì al liceo, per meglio riflettere sul Cratilo di Platone. Sono rimasto talmente colpito dalla profondità della filosofia che ci ho riscontrato, e dall’acutezza con la quale abbiamo trattato il volume, che ho deciso di riportarlo.

Non me ne vogliate se mi concedo questo momento così spiccatamente intellettuale, prendetelo come un omaggio sommesso all’eccellenza della scuola italiana.

“Cratilo”-Riflessione confusa in risposta alle osservazioni sollevate ieri a lezione. 

  1. “Che se poi l’abitudine non è affatto Convenzione sarebbe meglio dire che non la somiglianza è dimostrazione, ma l’abitudine invece; è questa infatti, come pare, che significa per mezzo del simile e del dissimile.” (dice Socrate)

E l’abitudine presuppone rapporto, non è del tutto arbitraria. Per riprendere l’esempio fatto ieri a lezione, “tavolo” non è stata una scelta casuale, i latini lo chiamavano “tabula” composto da “ta-bula”, “stendere” più suffisso “-bula” che forma un sostantivo designante strumento(come fa-bula, da for, faris: “parlare”) (Francesco Bonomi,vocabolario Etimologico della lingua italiana). Insomma, quello che spaventa Socrate, e Cratilo, è la dissociazione che Ermogene compie tra linguaggio e ratio non strumentale, ovvero ratio conoscitiva. Perché lo sappiamo, tutto ciò che si presenta come arbitrario molto più difficilmente diventa oggetto di studio. L’ossessione positivista per la catalogazione scientifica non è un’assoluta novità per la storia umana, anzi è una necessità quasi di specie dell’homo sapiens sapiens, almeno quanto la curiosità che ad essa si accompagna. Negare totalmente una ratio al linguaggio sembra, anche a Platone/Socrate, poco da “sapiente”, non è difficile da comprendere.

  1. “E credo anche che uno se si desse molto da fare ne troverebbe molti altri [esempi] dai quali sarebbe spinto a ritenere che chi pose i nomi intendeva significare al contrario che le cose non vanno né si muovono ma se ne stanno immobili.”

Notiamo come lo schematismo non voglia comunque configurarsi come troppo dogmatico: Platone ammette una quota di movimento all’interno dell’abitudine (potremmo azzardarci a dire “regola”?), o forse, meglio, conferisce all’abitudine stessa lo statuto di “mobile”.

Certo la dissertazione paretimologica di Socrate e Cratilo su “scleron” sembra ingenua, e nemmeno la giustificazione nelle tuttora esistenti parole onomatopeiche ci fa ricredere con sicurezza, rimaniamo scettici. Ma non dimentichiamo che siamo figli di una scuola strutturalista e grammatica che ha compiuto passi da gigante dalla “lambda con idea di debolezza” e “rho con idea di forza”. Memento, non tutto è attualizzabile, e la rivalutazione a posteriori… molto spesso è poco conoscitiva.

PS: Per rispondere all’esempio del ragazzo, sono d’accordo che si possa decidere di chiamare un tavolo “blar” (?), ma sfido a ricostruire un sistema grammaticale complesso… Ovviamente, senza utilizzarne uno preesistente. Da un lato la libertà che ogni parlante si prende, dall’altro il retaggio normativo grammaticale, imprescindibile. Che, emotivamente parlando, sconcerta al punto da credere, in momento di debolezza, a un ipotetico Legislatore.”

 

Un altro anno si è concluso e di nuovo temo di non aver raggiunto quel che mi ero prefissato.

La pace nel mondo?

Forse, come proclamano le modelle nei contest di bellezza. Non so per quale motivo, forse è un’abitudine, forse è una mia costruzione che non tiene conto delle sfaccettature della realtà. Ma no, non è la pace nel mondo.

Divulgazione storica, letteraria, artistica accanita e frecciate meno pietose che altrove. Questa è l’idea che nella costruzione di questo blog che cresce mi è nata tra le righe, di solito distrattamente alla fine di ogni pubblicazione nuova.

Nei buoni propositi dell’anno nuovo inserisco una cura più regolare. Parcere subiectis non è mai stato il mio detto latino preferito.

Di nuovo, le feste mi lasciano del tempo per riflettere su un nuovo piano d’attacco. Buon anno nuovo e critico a tutti!

PGB

Un momento penoso, non solo per il fatto di cronaca ma anche per la cronaca stessa che ci è fiorita sopra.

Non so che dire. Pensavamo di essere riusciti con la tecnologia ad emanciparci dalla fame, dalle guerre, dalla violenza. Il tifoso morto il 26 dicembre non fa che ricordarci di quanto la nostra anima bestiale di tanto in tanto trovi una forma e aggredisca la nostra normalità.

Perché ne parlo, rinfocolando una polemica che prevedo già di lunga durata? Perché se mi sono ripromesso di ingaggiare una battaglia culturale, penso che una forma di tifo da parte mia sia senz’altro presente. Non ho scelto di aprire un blog di tecnologia (anche perché le mie competenze in merito sono inferiori a quelle artistiche/di fruizione della cultura).

Non ho scelto però nemmeno di addentrarmi nel complicato terreno dell’opinionismo politico, che spesso ha molto più i connotati di tifo del tifo stesso. No, la cultura non prevede che un michelangiolista investa con la sua auto un pre-raffaellita. C’è posto per la magagna, per l’interesse, per la ruberia e per il malaffare anche nel mondo museale. Ma come si può arrivare dalla bellezza della fruizione artistica a un gesto di violenza deliberata verso chi quella bellezza non la può apprezzare?

Ho sentito giudizi davvero accorati su artisti passati a miglior vita. Ho sentito anche appelli molto entusiastici a finanziamenti settoriali, per aiutare questo o quell’ambito della ricerca accademica.

Non parliamo delle invidie accademiche, per pudore, e per umiltà, visto che le conosco solo per sentito dire e mai in prima persona. E, come Tucidide, racconto quel che ho visto.

L’hanno investito per una partita di calcio. Non ci sono più parole. Mi taccio e porgo un saluto alla famiglia.

Ricordo di aver visto non ricordo in che occasione un documentario che inquadrava l’interno dell’appartamento della poetessa polacca Wisława Szymborska. Il documentario partiva dal racconto biografico della poetessa e proseguiva narrando del ritiro del Nobel nel ’96, da lei personalmente descritto come “la catastrofe di Stoccolma”.

Nel suo appartamento ricordo esserci stati innumerevoli gingilli, bomboniere, souvenir, calamite, oggetti piccoli senza una funzione, spesso variopinti e luccicanti. Mi è sembrato, ricordo di aver pensato, la tana di una gazza ladra, piuttosto che il rifugio dalla Modernità di una grandissima e toccante poetessa.

Il kitsch

Kitsch, così l’ha chiamato lei stessa, una volta interrogata dall’intervistatore (abbiate pazienza, non ricordo proprio chi fosse). Aveva dato fiato ad un’apologia del kitsch che ho trovato spassosa e insieme coraggiosa, perché era sincera.

Ecco, in clima di tripudio natalizio, con lucine epilettiche e babbi natale abbarbicati su ogni balcone, mi sono ricordato che Andy Warhol amava il Natale. Famosa è la sua foto vicino a un albero di Natale non addobbato, lo sono meno invece le sue riproduzioni di ghirlande natalizie di età giovanile. Se non vale la pena soffermarvicisi, perché come tutte l opere di Pop Art ha senso solo se è pop, ovvero se tanti la conoscono e la riproducono spasmodicamente, Warhol e il Natale hanno probabilmente più in comune di quelloche non pensiamo. Nella sue biografie si parla spesso dell’infanzia religiosa trascorsa con la famiglia. Gli amici ricordano la sua munificenza nel fare i regali.

Insomma, pensando a mille accessori kitsch e a gadget inutili e a vetrine sfarzose, ho pensato che lo spirito di Andy Warhol, ma anche dell’apartamento di una nota poetessa polacca, è una delle facce di questa festa, e che così ce la dobbiamo probabilmente tenere.

Buon Natale a tutti!

PGB