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Dopo che Ettore Modigliani morì, nel giugno del 1946, spetterà a Fernanda Wittgens l’arduo compito di riaprire realmente la Pinacoteca di Brera. La grandiosa riapertura sarà nel 1950.

Figlia di un professore di lettere del Parini, Fernanda si laurea in Storia dell’arte con Paolo D’Ancona, con una tesi sui libretti d’arte dei pittori dell’Ottocento.

Inizia come insegnante, poi giornalista, e alla Piancoteca di Brera v inizialmente con la qualifica di “operaia avventizia”. Qui diventa assistente di Ettore Modigliani, e il resto della storia è noto. La storia dell’arte lombarda fu uno dei cardini dell’interesse di questa figura di intellettuale dalla fortissima vena indipendente.
Fu incarcerata con l’accusa di antifascismo a San Vittore durante la guerra.

A guerra finita, pur essendo politicamente vicina a Ferruccio Parri e al Partito d’Azione, rifiutò tutti gli incarichi politici che le vennero offerti, rimarcando la necessità di autonomia degli intellettuali dal potere.

Fece acquisire alla Pinacoteca la Cena in Emmaus del Caravaggio, fondamentale per la sua concezione di percorso espositivo con al centro l’arte lombarda.

Visto che abbiamo parlato di Ettore Modigliani, toccava alla sua succeditrice , indispensabile per la riapertura post bellica di Brera. L’anno scorso è uscita la sua autobiografia, sempre per Skira edizioni, dal titolo “Sono Fernanda Wittgens, una vita per Brera”. Con l’idea che la storia museale è fatta sì di grandi opere, ma per allocarle sono state necessarie grandi figure.

Un temperamento alacre, questo è l’Ettore Modigliani che emerge dalla sua autobiografia pubblicata da Skira edizioni.

Un uomo dai molteplici interessi, che arriva in una Milano inizialmente ostile, e piano piano inizia a costruirsi una geografia degli affetti e dei contatti intellettuali che lo porterà al viaggio epocale della Pinacoteca.

Il curatore è Marco Carminati, che raccoglie le memorie in possesso degli eredi di Ettore Modigliani, che per chi non lo ricorda fu direttore della Pinacoteca di Brera dal 1908 al 1935 e soprintendente della Lombardia dal 1910 al 1935.

Proteggere le opere dalle guerre, lavorare alacremente per difendere il patrimonio contenuto nella Pinacoteca: questo l’intento del grande curatore.

Una carriera anche internazionale, la sua, in quanto fu organizzatore della più importante mostra, mai realizzata, sull’arte antica italiana alla Burligton House di Londra nel 1930, per la quale ottenne l’onorificenza di Cavaliere dell’Impero britannico.

I natali da famiglia ebrea non furono per lui auspici di buona fortuna: nel 1943 dovette infatti scappare dal pubblico e nascondersi con la propria famiglia. Fu nominati nuovamente soprintendente dopo la guerra, e si occupò di restaurare il cumulo di macerie rimasto, per riportarlo all’antico splendore.

Una lettura necessaria per comprendere una figura necessaria alla storia del patrimonio museale italiano.

Non vorrei essere profetico, ma ora che rileggo il mio precedente intervento, a giochi fatti quella “ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo” sembra più che mai reale.

Il film vincitore di questa edizione è stato “Parasite” di Bong Joon-ho, regista coreano contemporaneo che già nel 2017 aveva scatenato non pochi pruriti sempre al festival, con il suo ” Okja”.

Ma andiamo con ordine, il regista si può dire che abbia attirato il faro dell’opinione pubblica con il suo socialissimo “Snowpiercer”. Un thriller fantascientifico, un treno bloccato nel ghiaccio nel quale convivono gli appartenenti a classi sociali diverse, con diversi privilegi. IL gioco della rivolta degli inferiori è rappresentato con le tinte incalzanti della fantascienza.

Le tinte diventano non meno labili ma più fiabesche in “Okja”. Okja è una satira sociale in piena regola, che non manca di staffilare il marketing e le logiche della grande distribuzione, non meno che l’animalismo più becero. Da questo film in poi ho il mondo cinefilo ha iniziato a guardare il regista coreano con qualche grammo di interesse in più: un conto è il film distopico, molto alla moda e quasi abusato da teen movie sull’onda di Hunger Games. Ma qui non siamo in un teen movie, sicuramente, e nemmeno nel tono naif e pregnante del cinema d’animazione di Myazaki. Pure molto di moda, peraltro.

Okja sta nel mezzo, con la sua forte carica di esplicita satira sociale.

“Parasite” è la versione scremata dal contesto, possiamo dire, di questo interesse del regista per la classe sociale, che inizia con la fantascienza di Snowpiercer e prosegue nell’animalismo. Parasite è una storia di riscatto vero e proprio, ma con una punta di thriller. Diciamo che l’aspetto sociale è decisamente quello più riuscito, e quello che ha più incantato la giuria occidentale e affascinata dall’occhio critico di un degno esponente di un PAese emergente. Inutile dirlo: Paese con contraddizioni sociali eclatanti.

Ho visto il programma del festival di Cannes 2019, e come immaginerete non posso esimermi da alcune considerazioni. Qualche titolino per sciacquarsi dall’accusa facile della ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo.

Lungi da me il denigrare un programma così fitto di occhi ammiccanti e meno sulla contemporaneità. Ho visto solo alcune delle clip che girano, ma già LEs Miserables, o Atlantique, sembrano rassegne sull’alterità del contemporaneo. Ben venga, l’epica pasoliniana, ben venga. Ma quest’anno a parte l’atteso ultimo Tarantino e l’autobiografia di Almodovar, no vedo altri potenziali cult per le grandi masse.

Detto ciò, nessuno di noi è a caccia del film “da Cannes a Oscar”. Se Tarantino magari con la sua luccicante storia nostalgica holliwoodiana potrebbe anche tornare al red carpet degli Oscar, dopo quello francese, degli altri non sono così certo.

Bisognerà vedere i film per giudicare, ma a occhio direi che la preponderanza per il sociale renderà il prossimo festival 2020 quantomeno surrealista. Quantomeno. Ma sono previsioni.

Immaginavo che prima o poi nel bel mezzo di queste peregrinazini normative qualcuno avrebbe alzato pacatamente le antenne, chiedendosi: ma dove sta andando a parare?

In un blog che si occupa di cultura, ha in effetti senso chiedersi che ruolo abbia il giornalismo… Sì, ha senso, ma in termini diffusivi più che sostanziali. Il giornalismo, e il radiogiornalismo, stanno però alla diffusione della cultura, spesso, come il volantino sta al successo del locale notturno. Qualcuno si fermerà per provare il coktail più insolito millantato da quei quadratini di carta sempre più centimetrici che distribuiscono nelle zone della movida. Ma quanti, dico, quanti almeno che non frequentano già quell’intorno, andranno effettivamente nel bar pubblicizzato dal quadratino suddetto? Io potrei riferirmi a una fascia d’età che paradossalmente è più avulsa dalle logiche della carta stampata con intenti pubblicitari. Noi persone della mia età, diceva sempre un mio conoscente di una ventina d’anni meno attempato, tendiamo a spregiare la carta in una iper-correzione dovuta al nostro volerci omologare al digitale. Come a dire, non siamo digitalizzati a sufficienza, e vogliamo mostrare di esserlo. O meglio, direi io, come diceva Baricco parlando della barbarie: siamo profondi come istanze di base. Ci avviciniamo quindi alla digitalizzazione con la nostra abituale profondità, e vediamo il cubetto di carta come obsoleto, vintage. Invece dovremmo con la volatilità rapida dei “giovani” afferrare il volantino, cercarci la suggestione visiva e la promozione, come gli esseri umani ancora fanno con le immagini anche fisse.

Comunque, è fatta e rifuggo il giornalismo e il radiogiornalismo. Non penso che la promozione culturale possa passare solo da lì. Penso però che se parliamo di sovvenzioni statali, sia un OBBLIGO parlare dell’editoria in senso ampio. I libri, le case editrici. Quelle buone, che ancora cercano di riportare il classico sotto la migliore luce, quelle che ospitano i contemporanei quanto basta per non curarli troppo. Che su questi contemporanei attuano un lavoro di selezione professionale, e non emotivista. Io vorrei uno Stato che finanzi le opere d’arte buone, ben fatte, professionali. Anche se il criterio è difficile da trovare, ma penso che potrei proporre qualche buon nome per una ipotetica giuria. Per ora, tutto questo è utopia. Pura.

Ho trovato una tabellina relativa all’anno 2013. La tabellina compara l’IVA applicata sui beni di consumo, e quella applicata sulla stampa. Questo in diversi Paesi europei, il che ci dà uno sguardo d’insieme sulla questione:

(Fonte)

Parliamo di 6 anni trascorsi dal 2013, quindi è chiaro che non è mia intenzione fare un’analisi comparativa attuale. Però questa disparità, tra una Norvegia con l’IVA al 25%, che sgrava completamente l’editoria, e l’Austria che la dimezza soltanto, è abbastanza evidente. Potremmo dire che come l’Italia molti altri Stati si comportano nei confronti dell’editoria più come finanziatori indiretti che diretti.

Dei Paesi sovra-citati 10 applicano anche sussidi diretti, sempre secondo la relazione del briefing che ho preso in considerazione. 8 invece non li applicano.

E’ interessante vedere in questo articolo quanti Paesi applichino il supporto selettivo all’editoria. Quello che ho descritto altrove come spinoso problema, è percepito ovviamente come tale non solo dall’Italia.

Ora che abbiamo visto come l’Italia non sia troppo discosta da una media piuttosto variegata, vorrei aggiungere proprio due battute sulla selettività di contenuto. Innanzi tutto, invocare la censura di Stato è fuori luogo. Ma anche, elargire prebende.

Ho espresso in questi tre interventi il quadro logico che grossomodo mi sono fatto in merito alla questione. Spero che la mia decisione di semplificazione massima serva a chi ancora non conosceva il problema, e ora forse lo vede.

Alla prossima!

Sono in fibrillazione i salotti benparlanti del Web, soprattutto quelli più libertari: è di nuovo in discussione al Parlamento europeo la legge sul copyright.

In breve

Sembra che con l’approvazione di questa mattina i grandi colossi dell’informazione online dovranno attenersi al citazionismo bibliografico proprio come già fanno i giganti dell’editoria. Per chi concepisce i libri e i giornali come antiquata costrizione, questa può sembrare una novità priva di qualsivoglia utilità: perché fermare- si chiedono questi paladini del libero pensiero, questi illuministi digitali – perché ostacolare la diffusione della libera informazione?
Ma non ci si ferma qui, e si arriva a chiedersi la liceità politica di un simile provvedimento: non stiamo mettendo un bavaglio (leggere: monetizzando) la libera informazione?

Monetizzare la libera informazione

Vivere in un Panopticon foucaultiano, quale è il mondo digitalizzato nel quale ci troviamo a esprimere le nostre opinioni, fa sì che probabilmente il concetto di spazio grigio sia assai male interpretato. Non possiamo uscire dalla nostra percezione, o da come concepiamo la nostra percezione. Questo che sto facendo è un tentativo di tradurre il termine “cultura” in senso sociologico, e altri meglio di me l’hanno già fatto,

ma proviamoci applicando la definizione che ne ho dato: la percezione dell’uomo delle caverne è che l’animale selvatico sia rosso, bruno e nero. La sua percezione è intrisa della cultura che lo anima. Il nonno nei suoi racconti così lo descriveva, rosso è il sangue e quindi il terrore, l’invincibile e il vincibile, perché il sangue può essere anche ordinario. Come la dimensione ctonia, anche quella bestiale sono scortate da vicino dalla percezione che se ne ha. La libertà, quale aleatorio concetto. Ma voglio fare il gioco degli antropologi, e pensarla come la bestia, come il sangue, come la terra. La libertà è percepita come la libertà di ricercare un contenuto che si crede plurivoco ma universale. Il welfare della libertà ha abituato al servizio dell’informazione a costo zero, e quindi per alcuni Millennial probabilmente pagare un libro è diventato definitivamente un gesto obsoleto. Pagare del contenuto, ancor di più.

Sono riuscito a non scomodare nemmeno un contenuto politico, e ne vado fiero.

La regia cinematografica è arrivata anche nel teatro, e fin qui nessuna novità: fin da Aristotele, cioé da quando abbiamo una memoria storica del teatro, si dice che i registi tentino di riprodurre la realtà. La realtà non è altro che la riproduzione che nel nostro cervello avviene del mondo fenomenico, per dirla come gli empiristi.

E il mondo fenomenico cos’è se non la stampa della linea temporale nella nostra percezione, condita dai diversi picchi d’attenzione concessici dalla memoria, dai sensi, anche dall’intensità fenomenica stessa del presente?

La regia

E quindi la regi tenta di ricreare, in modo  soggettivo, il collegamento con questo mondo fenomenico, nella mimesi aristotelica più pura. Ecco che in una regia teatrale barocca la macchina assumeva a questo punto un ruolo fondamentale. Ecco che viceversa gli stratagemmi per rappresentare l’osceno diventavano i più vari: dove non si può mimare un accoltellamento, ad esempio in un dramma storico shakespeariano, allora subentra l’mmaginazione del pubblico.

Quando gli attori raccontano

Siamo abituati a pensare che il romanziere, il poeta, lo sceneggiatore raccontino. In realtà la tecnica del racconto di seconda mano è un spediente narrativo molto diffuso, e spesso messo in mano agli attori. Il messo che entra e riferisce una notizia, ad esempio. Oppure il personaggio di nome “Prologo” nel tetro greco e romano, con la parodia che tutti ricordiamo nel “Sogno di una notte di mezza estate”, sempre shakespeariano.

Non dimentichiamoci del teatro

Io capisco che il metodo cinematografico assommi in sé talmente tanta cura dell’effetto speciale e della narrazione mista che diventa difficile tornare a un banale “racconto di seconda mano”. Mi pare che si chiamasse racconto “eterodiegetico”, giusto per farcire un po’ questo intervento di nozionismo.

Ma ecco, fate teatro. Facciate teatro. Il cinema c’è, ed è una forma d’arte con i suoi canoni. Se la riproponiamo senza la potenza dell’effetto speciale, a mio parere abbiamo perso un’importante occasione di varietà artistica.

Ma forse sono vecchio io.

Mi capita spesso di vedere opere teatrali nelle quali la recitazione ambisce magari al canone teatrale, ma la regia è decisamente cinematografica.

Il grande mattatoio

Invece del grande mattatore, capita spesso di assistere, ahimé non solo in contesti provinciali e dilettantistici, a rappresentazioni indecenti di piéce celebri. La scenografia che non va e tenta attualizzazioni selvagge, i costumi sempre per lo stesso principio o inappropriati o troppo post moderni.

Scivoliamo nella critica solo quando un particolare ci urta a tal punto da mutare la nostra comprensione dell’opera, o al punto da disturbare semplicemente il nostro silenzio catartico. Uno spettatore, un modo di ricezione, non mi ricordo chi lo diceva ma sono sostanzialmente d’accordo. E per quanto sia impossibile incontrare il piacere di ognuno, il bravo regista e il bravo scenografo cercano quantomeno di accodarsi a tendenza di successo, se proprio non sanno cogliere il Volkgeist o la Weltanschaunng.

La regia e la recitazione

Ma la regia, che è il personalissimo tocco poetico di un singolo, può essere influenzata da correnti disparate. Pensiamo anche solo ai canoni stretti della recitazione: nessun attore si metterebbe mai a imbastire una recitazione semi-cantata da tragedia greca. Mai, nemmeno nel teatro più avanguardistico. Se non, forse, in un contesto di sperimentazione, questo lo concedo, ma deve essere dichiarata la fonte di questa stranezza della recitazione cantata, oppure si deve essere in seno a una rievocazione storico-culturale…

E arriviamo alla regia cinematografica

Ed ecco che siamo arrivati: la regia consente margini più ampi, o meglio li consentirebbe. Ma troppo spesso mi trovo di fronte a opere teatrali, magari d’autore, magari opere prime, ma comunque accomunate dalla tendenza agli spazi e ai tempi della regia cinematografica.

 

Dal Salone dei Rifiutati si è arrivati a valori da capogiro. Da street art si è passati a protagonisti dei mercati dell’arte internazionali.

Nuovo museo dell’hip hop

Cosa accomuna questi fenomeni al nuovo museo dell’Hip Hop che andrà a nascere a New York, nel Bronx, è facile intuirlo. Fenomeni nati da spinte assolutamente nazional popolari, con pochissimo di già scritto, con alcune competenze di base, che si sono però poi declinate in forme artistiche nuove.

Se sulle competenze artistiche di Cezanne può risultare più facile esprimersi, più difficile risulta però trovarle in 50Cent. Se il primo sapeva confezionare delle nature morte assolutamente da Salon, credibili, “ufficiali”, 50Cent non ha mai preso in mano una chitarra probabilmente in vita sua. Non parliamo della trasgressione “consentita” di un Beethoven, non parliamo di mercati d’arte alternativi, come hanno da sempre costituito le avanguardie. In un mercato che tuttavia, si potrà dire, si è sempre presentato come differenziato rispetto a quello della musica, e che ha bisogno di grande legittimazione.

Un’ulteriore riflessione si potrebbe fare, sul fatto che forse alla fine dell’800 era ancora molto difficile per chi non possedesse uno strumento, o le facoltà per imparare a usarlo, la possibillità di spiccare in ambito musicale. Invece l’artista di strada, il fabbricatore di caricature, il pittore di fotografie, esistevano eccome. Quindi, la differenziazione dal marasma sarà stata probabilmente maggiormente necessaria ad un basso livello per chi si dedicava alle arti figurative, piuttosto che al musicista.

Il musicista hip hop

Il musicista hip hop ha oggi più possibilità del coetaneo di Mozart di accedere a strumenti musicali. L’attrezzatura per comporre music hip hop è diventata di facile approvvigionamento, l’utilizzo degli strumenti, a livelli di base, s’intende, è facilitato dalla disponibilità di informazioni presenti on-line.

E quindi, perché un filtro tra musica “aulica” e ciarpame non ha impedito a questi esponenti di dubbio gusto, di dubbia preparazione, di essere legittimati.

Semplicemente, la disponibilità di mezzi si è unita a una cultura che è figlia del secolo scorso: la cultura di massa.

Non credo che visiterò quel museo.