Archives for posts with tag: Paolo Giorgio Bassi

Tutto iniziò con due modellini. Da un lato, il team degli ingegneri di Airbus, supportato da diversi Paesi europei, tra cui NON l’Italia. 

Dall’altro, l’americano Boeing. Era nell’aria, ma la libera concorrenza consentiva all’Europa, per quanto partner commerciale degli States, di scommettere su un diverso modello di velivolo.

Il casus belli

Quale sia il migliore, poco ci importa. Quello che ci interessa è il compromesso al quale si è pervenuti: nessuno pesti i piedi a nessuno. Tutto sembrava filare, finché Germania, Francia, Inghilterra e Spagna hanno deciso di destinare aiuti statali alla Airbus, scatenando nell’ottobre 2019 le ire trumpiane.

Nonostante l’Italia fosse esclusa, alcuni suoi prodotti DOC hanno subito un rialzo doganale del 25%.

È quindi in un clima decisamente teso che è stato accolto il nuovo aiuto di stato promesso da alcuni Paesi europei alla Airbus, deragliata dalla recente pandemia. 

Con i conti quasi in rosso, la compagnia ha bisogno più che mai di un intervento di salvataggio. Già il primo intervento  stato era mal digerito dagli Stati Uniti, che hanno riversato il mal di pancia in uno dei modi consentiti dalla diplomazia internazionale: i dazi. 

Ma su questo secondo intervento è una scommessa: il potere negoziale europeo potrebbe aumentare, visto che anche gli States hanno dato una spintarella ai conterranei di Boeing.

La Wto avrebbe dovuto esprimersi in merito alla questione, ma la pandemia, strano a dirsi, ha posticipato il giudizio ad ottobre, lasciando sostanzialmente un punto di domanda nell’aria.

Salviamo il salame

Diventa immediatamente motivo d’interesse per l’Italia tutelare con un negoziato ad hoc i propri prodotti DOC (perdonate il bisticcio). Ivan Scalfarotto, sottosegretario agli Affari Esteri con delega alle politiche commerciali e i dazi, si è incontrato virtualmente con l’omologo statunitense. 

La lista di proscrizione dei prodotti destinati al rialzo dei dazi verrà aggiornata. 

Sembra che il 12 agosto (questa la data del provvedimento statunitense) il salame sarà salvo. 

 

Non proprio una novità, i green bond, visto che se ne parla i proporzioni variabili più o meno in tutti i consessi di menti ecologiste, almeno dal 2007.

La crescita lenta e inesorabile 

I green bond, o climate bond, hanno conosciuto negli ultimi 15 anni una crescita pressoché inesorabile. La crescente attenzione per l’ambiente si è dimostrata non solo un ultimo atto mediatico, ma anche una tendenza delle aziende. 

Celebre è stato il caso della catena di American bar Starbucks, che ha emesso 3 green bond per finanziare il proprio progetto di un brand collaterale di caffè ecosostenibile. 

Nel raccontare il bond, il CFO di Starbucks, Scott Maw, ha dichiarato: “L’emissione di un bond incentrato sul sourcing sostenibile dimostra che la sostenibilità non è solo un add-on, ma è parte integrante di Starbucks, compresa la nostra strategia e le nostre finanze”.

L’idea di strategia è centrale per questo tipo di obbligazioni.

La strategia

Se consideriamo da un punto di vista puramente finanziario questo tipo di bond, vediamo com la durata media tenda ad essere di 8 anni. Inoltre, è possibile e consigliato sviluppare uno sguardo di lungo termine, piuttosto che una valutazione della resa azionaria, anno per anno. 

Come si riesce a fare una valutazione simile? Molto semplicemente, usando un elenco degli strumenti green che vengono negoziati sui mercati MOT e ExtraMOT. Riguardo a questi, un soggetto terzo (per quanto riguarda Borsa Italiana) è responsabile di certificare come vengono utilizzati i proventi dei green bond.

È evidente che il rischio di fare un investimento sbagliato è legato a doppio filo alla capacità di comprendere una strategia “green” sul lungo periodo.

Quali ambiti riguardano i green bond

Serve dirlo, in conclusione. I green bond riguardano ambiti come l’efficienza energetica, l’energia da fonti pulite, l’uso sostenibile di acqua e terra, la prevenzione dell’inquinamento, il trattamento dei rifiuti, i trasporti e l’edilizia.

 

C’è in questo momento in commercio un libro dal titolo “Fossili fantastici e chi li ha trovati“, scritto per tutti i palati dal paleontologo Donald R. Prothero. 

Tra le varie scoperte che hanno cambiato il volto della paleontologia ne ho trovata una particolarmente divertente: il velociraptor era un tacchino.

Le piume

In sostanza, grazie a numerosi fossili di dinosauri rinvenuti in Cina, abbiamo scoperto come diversi di essi fossero, in realtà, pennuti. Se lo sono chiesti per anni, i paleontologi, dando luogo a un vero e proprio enigma. Allo stato attuale della ricerca, è stata data una risposta che si considera momentaneamente definitiva. Ma ne parlerò nell’ultimo capitoletto.

Questo dimostra quanto poco ne sappiamo dei nostri amici rettili, ma soprattutto quanto il cinema influenzi le masse nel non rivedere informazioni: tutti ci ricordiamo il Velociraptor di Jurassic Park, un perfido animaletto estremamente veloce e crudele.

L’Antartide

Forse sarebbe meglio chiamarla Atlantide. Qui sono infatti conservati, come ci racconta il libro in termini entusiastici, dei veri e propri tesori. Qui troviamo innumerevoli tracce documentali di specie e climi del Mesozoico, e qui sono state rinvenute agli inizi degli anni ’90 ossa quasi intere di grandi carnivori. 

Qui ci sono anche le conferme delle vegetazione che popolava il pianeta, dalle araucarie, alla ginkgo, alle felci.

Le piume e i dinosauri

Una delle specie più utili per dirimere la questione dinosauri/piume è il Sinosaurotterige. Ritrovato nella provincia cinese di Lianoning nel 1996, questo dinosauro presentava delle piume arancioni e nere su tutto il corpo, perfettamente conservate.

Anche il Velociraptor era, molto probabilmente, piumato. Dobbiamo immaginare diverse specie di piume, ma soprattutto non dobbiamo escludere le specie di dinosauri che la scuola ci ha fatto conoscere da bambini. 

La bellezza del saggio di Prothero è la passione con cui narra gli eventi, e la loro concatenazione. Impossibile intuirla per un profano.

Ho letto con grande sorpresa della sua scomparsa su LaLettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera. È scomparso esattamente un mese fa, il 15 giugno. 

Debilitato dal Covid-19, si era solo parzialmente ripreso dopo il ricovero. Un altro dei molteplici che sono caduti. Ma ricordiamo Giulio Giorello per chi non ha avuto occasione di conoscerlo.

Chi era Giulio Giorello

Innanzi tutto, un intellettuale. Un intelletto decisamente poliedrico, visto che si occupò di matematica, di fumetto e di letteratura irlandese (riporto il Corriere).

Sempre nell’inserto del Corriere si riporta l’intervista che rilasciò il 30 aprile 2006 al Corriere: con un’intuizione pro-tempore parlò della medicina che spesso ci spinge a considerarci non più di una sequela di disagi.

Non proprio una polemica, visto che il monito era a vivere la pienezza della vita, godendone soprattutto gli aspetti imprevedibili conseguenza della nostra fragilità.

I ricordi di chi lo conobbe

Io ne lessi solo qualche articolo, e a dir la verità mi ricordavo l’impressione che uno di questi mi suscitò. Leggendo meglio le testimonianze che alcuni colleghi pubblicano su di lui, mi sono ricordato che era un articolo sulla libertà, e ho subito collegato il nome all’articolista.

Quindi non potrei onestamente dire che lo conosco. Ma indubbiamente, dando un’occhiata al curriculum, parliamo di una mente dall’apertura indiscutibile.

Penso che potrebbe essere un’occasione per leggere qualcosa in più.

Intanto: ciao, Giulio!

 

 

Ultimo giorno di collocamento per gli ordini del Btp Futura, il nuovo bond emesso dall’Unione Europea per aiutare le economie prostrate in seguito all’impatto del Coronavirus. 

Qualche dettaglio – per riassumere

Quel che già sapevamo era che il Tesoro ha stabilito a 1,15%, 1,30% e 1,45% le cedole minime garantite, a 10 anni. Invece i tassi cedolari saranno stabiliti alla fine del collocamento, e cioè… Oggi!

Sapevamo anche che il Btp Futura è destinato unicamente agli investitori retail, ovvero ai piccoli risparmiatori e famiglie, virtualmente coloro che sono stati maggiormente colpiti dall’impatto del virus.

Ordini raccolti

A ieri si parlava di poco più di 561 milioni. Come deciso dal Ministero dell’Economia, il collocamento si chiuderà oggi. Ancora non ci sono dei dati ufficialmente divulgati, ma possiamo dire che il Btp Futura abbia quantomeno attirato l’attenzione degli investitori retail. 

Il premio fedeltà

C’è un’ulteriore prova della buona fede di chi ha ideato questo titolo, che sta a mio parere nel premio fedeltà. Un premio compreso tra l’1% e il 3% per tutti gli investitori che detengono il titolo fino a scadenza, nel 2030. 

Sarà in linea con l’andamento del Pil, e questo lo rende variabile, ma comunque la garanzia dell’1% per un piccolo risparmiatore non può che essere un dettaglio ghiotto. 

 

 

 

Con gli spauracchi e i capri espiatori abbiamo imparato a farci i conti quotidianamente, grazie alla recente epidemia di Covid-19. Potremmo aver calato però involontariamente l’attenzione da altri fenomeni di terrorismo ideologico, concentrandoci su salute e dispositivi medici.

Mentre ci affannavamo per evitare lotte all’untore di manzoniana memoria infatti, alcune immagini di trasmettitori in fiamme in UK ci hanno fatto sobbalzare sulle poltrone.

Gli spauracchi

Il 5G è una nuova forma di tecnologia della comunicazione, che dovrebbe sfruttare l’ampiezza di banda meglio rispetto all’odierno 4G. Dovrebbe anche, dicono gli articolisti meno approssimativi, consentire a chi vive in una zona remota di avere maggiore e migliore accesso a una connessione di buon livello.

Dibattito più attuale che mai, se consideriamo l’enorme risorsa culturale della scuola a distanza, che solo una decina d’anni fa non sarebbe stata pensabile.

Perché la paura

Quindi, che senso avrebbe un’opposizione a prescindere? Non mi addentro nel dibattito, perché mi sono fatto spiegare la questione da persone che lavorano nel settore, e tuttora credo di non avere la competenza tecnologica sufficiente per dirimerlo.

Però posso dire una cosa: mettere a fuoco una struttura di interesse pubblico significa che lo spauracchio è in qualche modo andato a segno.

Al di là della sacrosanta validità di ogni dibattito su ogni innovazione tecnologica, non possiamo non stupirci che un Paese storicamente così civile sia teatro di simili aberrazioni.

Il valore della conoscenza scientifica

Non serve essere engagé per trovare ributtante un simile effetto di una propaganda scientifica che non è stata evidentemente svolta correttamente.

Anche perché, com’è possibile che nemmeno in Italia ci sia un dibattito scientifico che tutti possiamo comprendere? Da un lato ci sono quelli che difendono questa nuova tecnologia a spada tratta, dall’altro i complottisti, che conosciamo come arroccati.

Ma se invece di un marketing martellante si farà una corretta informazione, forse quante antenna la salveremo dalla furia piromane.

Non tutti i mali vengono per nuocere, verrebbe da dire considerando chi ha scelto di vedere il Coronavirus come un’opportunità, invece che come una paura sempre dietro l’angolo. 

La criptovaluta

Iniziamo dalla notizia che mesi fa mi ha lasciato piuttosto perplesso. In seguito alla crisi del 2008 numerose frange di investitori che hanno speculato contro i mutui sub-prime si ritrovarono poi premiati, e sembra che sia accaduta un vicenda simile a chi ha deciso di comprare le Coronacoin.

Immesse sul mercato da una società con sede nelle isole britanniche dell’Oceano Indiano, le Coronacoin sono 7,6 miliardi, come la popolazione mondiale. 

Si tratta di un puro e semplice titolo in deflazione, perché – è orribile dirlo, ma questo è il funzionamento della valuta – man mano che si registrano le contagi e morti per Covid, i token delle valute in circolazione calano.

L’ideatore della valuta, Alan Johnson, promette che il 20% del ricavato del progetto sarà destinato alla Croce Rossa. 

Le assicurazioni

Non so se vi è capitato, ma a me personalmente sono arrivate diverse pubblicità di polizze anti-Covid. Mi pare che in realtà siano poco più che delle polizze salute, nella maggior parte dei casi.

Quel che si vede in molti casi è la delega di gestione a blockchain, che dovrebbero rendere automatico e snello il processo della sottoscrizione di queste polizze.

È presto per fare un calcolo costi/benefici; probabilmente vedremo il ricavato di queste soluzioni tra qualche mese.

Il settore biomedico (che però non ha speculato)

Come abbiamo già accennato, il settore biomedico è l’unico vincitore, anche morale, di questa crisi. 

Di speculazione non si tratta, visto che parliamo di un ambito necessariamente in crescita, che potrebbe anche rendere l’Italia più competitiva sul mercato globale.

Allo stesso modo del biomedicale, anche gli strumenti di chat, videochat e simili sono in netta crescita. Com’era inevitabile, visto che l’intero sistema scolastico italiano si è spostato sui vari Meet, Zoom, Whatsapp, eccetera.

Posso dire di aver assistito, incolume, a un’altra rivoluzione.

La notizia è stata comunicata dall’Ansa e ha rallegrato un po’ gli animi abbattuti da questo finesettimana denso di cattive notizie. 

Riapre il museo Accorsi-Ometto

E il museo sarà a disposizione dei visitatori con collezioni finora inedite. È evidente che numerose gallerie, esposizioni e collezioni private avranno bisogno di darsi una rispolverata e di presentarsi a questa sorta di primavera un nuovo abito.

Se Botticelli aveva pensato a fiori, vento, fogliame e onde, noi dobbiamo adeguarci ai mezzi che l’umana nostra natura dispone. La collezione Accorsi-Ometto propone uno stupendo vassoio in tartaruga, con inserti in madreperla, oro e ottone. 

Realizzato a Napoli nella prima metà del Settecento, il vassoio fu donato da papa Benedetto XIV al marchese Leopoldo del Carretto di Gorzegno e Moncrivello.

Provò ad acquistarlo Ometto stesso, nell’ottica di riportarlo nei natio Piemonte, senza mai riuscire a concludere la trattativa. Il pezzo ha un valore di 300.000 euro, e il tempo ha fatto il suo corso, facendolo infine arrivare nel museo giusto in tempo per le riapertura.

Barocco, barocchissimo!

La Sala della arti barocche è stata la depositaria dell’onore. Qui si potrà vedere il prestigioso vassoio esposto, che accompagnerà il libro dei disegni dei gioielli dei Savoia-Carignano.

Il libro dei gioielli dei Savoia-Carignano

Una storia appassionante, che ha visto intrecciata alla storia del libro quella del colosso della moda D&G. L’avrebbero acquistato, se il vincolo a mantenere l’opera in Italia non li avesse fermati. 

Il libro risale al 1720-30 e riporta diversi disegni incredibili, a preludio della successiva manifattura. Sarà esposto aperto sulla pagina recante il disegno del Grande Collare della Santissima Annunziata.

Accanto, il Piccolo Collare, della seconda metà dell’Ottocento, appartenuto al conte Luigi Cibrario.

Un’occasione gratuita e stimolante per vedere le sale di una Fondazione che si annovera tra le più attive a Torino. È comunque meglio prenotare in anticipo.

Un giugno insolitamente fresco presenta la riapertura.

Timidamente le attività culturali fanno capolino, dopo mesi di sonno, di disperazione per gli operatori che con esse portavano a casa lo stipendio, e di vero e proprio dolore per impresari, organizzatori, direttori di teatri e musei.

Riapriamo

Constatare la riapertura dà sempre un senso di sollievo. Siamo così raramente in balia degli eventi, in questo mondo sicuro e privo di guerre, che non avremmo mai potuto pensare a una pandemia.

E va bene, a questo punto l’hanno detto in talmente tanti che la mia voce va solo a banalizzare quello che poteva essere il lirismo dei primi tempi. Ma una cosa è certa: non ci dimenticheremo di cosa vuol dire chiudere i battenti alla cultura.

La normativa

Per chi volesse, la normativa di riferimento è facilmente reperibile online (qui quella per la Lombardia). Presto ci abitueremo ad andare a teatro – quei pochi che hanno riaperto perché potevano permetterselo, quantomeno – muniti di mascherina. 

In quanto luoghi pubblici al chiuso, i teatri italiani avranno una inferiore incidenza di pubblico, per via del necessario distanziamento. E dal palcoscenico, si vedrà sotto di sé un esercito di mascherine.

Ma poco importa. La cultura riapre, e questo è quanto stavamo con trepidazione attendendo.

Era il 9 giugno 1950 quando la Pinacoteca di Brera riaprì sotto le abili mani di Fernanda Wittgens

Una data simbolica

Riapre oggi, senza ulteriori indugi, la Pinacoteca dopo il blocco dovuto al Coronavirus. Una data che richiama senza ombra di dubbio quella ufficiale, storica apertura dopo le devastazioni della guerra. C’erano voluti 5 anni di preparazione, recupero, restaurazione per riaprire dignitosamente e riportare l’istituto ai suoi precedenti fasti.

In realtà, a qualcosa di più, perché le vesti della Pinacoteca oggi, come nel 1950, sono radicalmente diverse rispetto al pre-chiusura. 

Cosa cambia con la riapertura della Pinacoteca di Brera

Gli ingressi sono ovviamente contingentati, e non è consentita la visita a più di 152 persone alla volta. L’entrata è sempre gratuita, almeno fino all’autunno.

Purtroppo non saranno visitabili le sale fisicamente più piccole, non potendo consentire al loro interno il distanziamento sociale necessario per prevenire un’ulteriore ondata del virus.

Non sarà la stessa cosa, ammirare la Pinacoteca con il distanziamento sociale. Però va detto anche che sicuramente gli investimenti di lungo termine cambieranno la loro forma.

Come una maggiore fiducia nel sistema economico fa sì che i progetti e le installazioni diventino più magniloquenti, confidando nell’introito e nella diffusione di un flusso turistico che non si arresta, ora il virus ha messo in discussione la continuatività di questo flusso.

È naturale che gli investimenti nell’arte cambieranno, e quelli museali in particolar modo.

Una Pinacoteca che non sarà più la stessa

Infatti, se già l’interesse per il digitale aveva dettato gran parte dell’agenda della Pinacoteca prima del lockdown, possiamo dire che la quarantena abbia fatto mettere ai curatori il piede sull’acceleratore.

Non dimentichiamoci che la Pinacoteca di Brera è stata una delle prime a consentire, nella seconda metà di marzo, un tour virtuale all’interno delle proprie sale. 

Tanti altri avevano attivato alcune tranche di tour, o parti di mostre, ma qui si parla di un tour integrale, comprensivo delle mostre provvisorie. L’attenzione al digitale si ritrova quindi ancora più acuita in seguito a questa riapertura. La Pinacoteca non sarà più la stessa.