Archives for posts with tag: Paolo Giorgio Bassi

Paradossale? Non proprio. E’ quello che accadrà alla Galleria d’arte Moderna, GAM di Milano.

La mostra in questione si chiama “Images of Italy, contemporary photography from the Deutsche BAnk collection”. Curioso che la location di un titolo del genere sia, per l’appunto, l’Italia stessa, ma si sa che la nostra esterofilia non conosce limiti… Scherzi a parte, non ho visto la mostra, inaugurata il 25 settembre e che chiuderà i battenti il 27 ottobre.


La prima mostra in Italia che presenta una selezione di opere fotografiche della Deutsche Bank Collection, una delle principali collezioni corporate d’arte contemporanea a livello mondiale.
È un percorso tra le immagini dell’Italia fermate dall’obiettivo dei più noti artisti italiani e tedeschi, quello che si snoda tra la Sala da Ballo, la Sala 29 e la Sala del Parnaso della GAM. La mostra comprende fotografie scattate a partire dagli anni Cinquanta e fino ai giorni nostri da Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Armin Linke, Candida Höfer e Heidi Specker, solo per citarne alcuni (Fonte: il comunicato stampa dell’evento).

Le opere di Images of Italy sono esposte nelle tre sedi italiane del Gruppo: il quartier generale di Milano Bicocca, l’edificio milanese di via Turati e la sede di Piazza SS. Apostoli a Roma.

La nuova inaugurazione dell’aeroporto di Linate è vicina, e quale migliore occasione promozionale che un concerto di Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti? Idolo delle nuove generazioni, ma anche di qualche vecchia, il cantante si è ritagliato un palco d’eccezione per il suo Linate Beach Party, il concerto di chiusura del suo ultimo tour che ha fatto ballare le spiagge italiane.

Il palcoscenico di 100 metri, avrà di fronte uno spazio di 250 per 300 metri quadrati, con la previsione di 100mila persone presenti.

Ma ne prevedono 250mila per l’Air Show in programma per il 13 e 14 ottobre, evento sempre organizzato da Linate in occasione della riapertura.

Oltre 24 ore di intrattenimento musicale da tutto il mondo, 70 punti di ristorazione, aerei esposti, aerei storici esposti, voli di mongolfiere.

Gli spettacoli faranno dimenticare ai milanesi i disagi causati dai lavori in corso a Linate? Staremo a vedere

Arrivato all’apice della fama e dei riconoscimenti pubblici, Checov rimette a posto molti aspetti della sua vita, un attimo prima della morte per tubercolosi. Si sposa con un’attrice moscovita, compra una casa a Yalta, in Crimea, per trascorrere delle giornate vicino al mare respirando aria buona.

Ha appena scritto “Il giardino dei ciliegi”, tra sbocchi di tosse, consigli dei medici, e pressioni di Nemirovski e Stanislavski, da Mosca. Comincia a fare il punto dell sua opera artistica, e a chiedersi se tra i suoi 250 racconti ci sia mai stato un filo conduttore.

La verità

Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina; si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire. Mi si rimprovera di scrivere solo di avvenimenti mediocri, di non avere eroi positivi.

Ma dove trovarli, questi eroi positivi, se attorno a lui le strade non sono nemmeno lastricate, si muore di fame, l’ambiente provinciale, i godimenti sono piccoli e le gioie noiose.

Volevo solo dire alla gente in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa. L’importante è che le persone comprendano questo; se lo comprendono, inventeranno sicuramente una vita diversa e migliore.

Muore tentando una cura in Germania, in compagnia della moglie.

Non ci sono eroi

Termina così la vita di un grandissimo di ormai due secoli fa, ma dalla modernità indiscutibile. I suoi non sono eroi, non ci sono palpiti di nazionalismo, nè fremiti politici tra i suoi pacati industriali, provinciali possidenti terrieri, aristocratici decaduti, ma nemmeno tra i suoi popolari. In lui c’è uno Zola senza eroismo.

Se una biografia non definisce la qualità artistica di un’opera, ho comunque voluto parlare di questo personaggio che fin da ragazzo mi ha sempre affascinato, con il suo tratto di deciso realismo, con la sua coerenza costi quel che costi.

Un uomo del nostro tempo forse, più che del suo.

Due sono stati i Gabbiani di Checov, se vogliamo considerare le rappresentazioni teatrali: uno, quello della prima, disastrosa rappresentazione. Come attori, dei msotri sacri dell’epoca, che declamavano a ogni occasione. Purtroppo il contesto della prima fu una serata in onore di una celebre attrice comica dell’epoca, quindi il pubblico iniziò la serata con una vena ridanciana che mal si accordava con i tempi dello spettacolo.

Il gabbiano 1

La prima rappresentazione fu il 17 ottobre 1895 al Teatro Alexandriskij di Pietroburgo. Tra il cast stellato, anche Vera Fedorovna Komissarzevskaja, nella parte di Nina, assolutamente all’altezza della parte come dimostrerà nelle successive rappresentazioni, ma stavolta fraintesa e non apprezzata dal pubblico. Checov non aspettò la fine dello spettacolo, uscì dal teatro senza salutare nessuno e chiese per diversi mesi agli amici di non nominare il triste evento. Dalla critica arrivò una stroncatura. Sembrava che la pièce non fosse destinata a riscuotere successo.

Il gabbiano 2

Gli scrive l’amico Nemirovic-Danceko, scrittore, drammaturgo nonché neo direttore del teatro d’arte di Mosca insieme al giovane regista Stanislavskij. COncordano insieme che il Gabbiano meritava di essere recitato una seconda volta, cosa della quale inizialmente Anton non era entusiasta. Ma vista una prova, con la bravura del giovane regista e degli attori, Checov si fece convincere.

Il successo della prima fu colossale. Alla fine del primo atto, il silenzio in sala. Poi l’applauso scrosciante. Un passo storico per l’inizio di un sodalizio che avrebbe portato l’incontro di due geni agli scranni della gloria letteraria.

Hippie, santone, maestro di vita: tutte le etichette affibbiate a Tolstoj vedono un necessario compendio: era un grande scrittore, un grande intellettuale, un convinto moralista.

Checov e Tolstoj

Di Tolstoj, Anton Checov leggeva tutto. Lo conosceva bene, di penna, e non ostentava la mis-conoscenza come forma di arroganza intellettuale, come pure si usa fare in diverse epoche storiche. Nel 1894, dopo un altro viaggio in Europa, a Checov capita finalmente l’occasione di incontrare Tolstoj dal vivo, e l’esperienza lo riempie di concitazione. L’incontro si svolse ovviamente a Jasnaja Poljana, la celebre riserva in cui lo scrittore dimorò a lungo e morì, dove si era fatto costruire appositamente un enorme frutteto in accordo con la polizia russa. “E’ pieno di talento e ha senza dubbio un cuore buonissimo ma al momento non sembra possedere un punto di vista a ben definito sulla vita” dice Tolstoj sul più giovane scrittore.

Vapore o scorza di betulla

La filosofia tolstoiana ha avuto un potente effetto su di me, ha guidato la mia vita per un periodo di sei, sette anni… Ora qualcosa si ribella in me. La ragione e il senso di giustizia mi dicono che vi è maggior amore per l’uomo nell’elettricità e nel vapore piuttosto che nella castità e nel rifiuto di mangiar carne. La guerra è un male, il sistema giudiziario è pessimo, lo so; ma non per questo devo camminare con calzature in scorza di betulla e dormire su una stufa.

Stima intellettuale

Sopra ogni considerazione però, Checov considerava Tolstoj, com’è naturale, un padre spirituale. Al di là delle considerazioni di natura pragmatica sulle scelte filosofiche, lo definì sempre come un genio, un maestro.

Tolstoj è una forza, ha un’autorità enorme, e finché sarà vivo lui il cattivo gusto in letteratura, la volgarità sfacciata e meschina, la vanità grossolana o irritante saranno respinte lontano.

Direi che possiamo considerarla un’attestazione di stima.

L’arte che domina ogni cosa.

Questo, in brevissima sintesi, il commento del prolifico scrittore non appena ebbe visto l’Italia. Un viaggio di piacere, quello di Checov, al quale si fece convincere dall’amico Aleksej Suvorin, direttore del maggiore giornale conservatore di Pietroburgo “Novoje Vremia” (Tempo Nuovo) . Insieme all’Italia, la Francia. In entrambe tornerà a distanza di qualche anno, quando la sua vita professionale e la sua fama di scrittore saranno ormai decisamente affermate.

Ma per questo primo, timido viaggio all’estero, Checov rimane incantato dalle bellezze della nostra penisola. Di Venezia dice:

“Mai in vita mia ho visto città più bella di Venezia. Qui tutto è scintillio e gioia di vivere”.

L’amore per l’arte è per lui il genius loci italiano:

“A parte la bellezza dei paesaggi e la dolcezza del clima, l’Italia è l’unico paese in cui ci si senta convinti che l’arte domina davvero ogni cosa. E tale convinzione infonde coraggio”.

Inutile dire che ho immaginato il contatto di un così sensibile drammaturgo con le macchiette dei personaggi della commedia dell’Arte, come doveva essere in ambienti extra-goldoniani.

Righe e versi in affitto, e sempre sotto pseudonimo. Questo faceva il giovane Checov, pensando di guadagnare due soldi per facilitarsi la vita universitaria. Tra gli sproloqui del padre e i figli dei parenti che strillano dalle stanze di fianco alla sua, Anton cerca disperatamente la propria fiamma artistica. La prima opera drammaturgica, il Platonov, la archivia immediatamente come immatura, e la pubblica revisionata solo diversi anni dopo la stesura.

La prima opera drammaturgica e la passione per la medicina

Platonov è un parassita provinciale, dongiovanni sia come libertine frequentazioni, sia come cinismo ostentato e vissuto.

Oltre alla medicina, la moglie legittima, ho un’amante, la letteratura. Ma non ne parlo perché vive nell’illegalità e morirà nell’illegalità.

Infatti Anton Checov continua con il perseguimento della propria carriera medica, a quanto si dice curando gratuitamente parenti e amici, studiando con costanza.

La laurea in medicina e la prima raccolta sono due avvenimenti che non a caso avvengono lo stesso anno: “La raccolta di Melpomene” sono racconti pubblicati a sue spese sotto pseudonimo, un lievissimo successo di pubblico ma una grande soddisfazione personale per il figlio del droghiere di Taganrog. Nello stesso anno, il 1887, cominciano però anche a manifestarsi i primi sintomi della tisi, la malattia che lo porterà alla morte.

Gli introiti, grazie alla vita professionale ma anche ai compensi delle riviste, cominciano a aumentare. Si prospetta per Checov una nuova vita, quella adulta, carica di gratificazioni personali e del riscatto di un giovane provinciale.

Un’epoca di lutti e di perdite gravissime per la letteratura russa, gli anni ’80 dell’Ottocento. A pochi anni di distanza muoiono Turgenev, Saltykov-Scedrin, Dostoevskij, Ostrovskji. Nello stesso periodo Tolstoj regna sulla scena filosofica e morale ormai incontrastato, ma accanto a lui sta nascendo una delle più promettenti carriere drammaturgiche del mondo dell’epoca: Anton Checov. Un medico proveniente dalla provincia, trasferitosi a Mosca senza pretese letterarie, ma con la ferma intenzione di scrivere delle miserie e grandezze umane in tono quanto più realistico possibile.

Terzo di una famiglia di sei figli, Checov  vive, stando ai suoi racconti, un’infanzia orribile. Nasce il 17 gennaio 1987 a Taganrog, sulla riva nord est del mare di d’Azov.

Ritornandovi più tardi – scrive Checov – ho potuto rendermi conto di quanto Taganrog sia sporca, insignificante, pigra, ignorante, noiosa. Non c’è una sola insegna che non abbia errori d’ortografia. LE vie sono deserte. L’indifferenza è generale, così come la tendenza ad accontentarsi di pochi copechi e di un futuro incerto.”

La passione per il teatro gli nasce durante gli anni del ginnasio russo, quando comincia a vedere grandi classici al teatro di città. Con il cappotto del padre.

Raggiunge la famiglia a Mosca solo per frequentarvi l’università di medicina. Il padre infatti aveva dichiarato fallimento ed era scappato nella capitale, per vivere d’espedienti insieme al resto della famiglia. Checov grazie a una borsa di studio si iscrive all’università, ed è qui che la sua carriera di novelliere e drammaturgo, timidamente, comincia.

Ho sempre trovato difficile immaginarmi la quotidianità dei grandi personaggi, ma se penso alla freschezza, all’ironia delle opere checoviane, tutto mi posso immaginare tranne che un professionista che stacca dalla sua mansione quotidiana, torna nel proprio nido famigliare “caotico ed esecrabile”, come Checov lo descrive, e prende in mano la penna.

Ma la sua brillante carriera è appena iniziata, e da quello studente squattrinato Mosca si attende grandi risultati.

 I resti perfettamente conservati di una donna sono stati trovati agli Uffizi di Firenze nell’area di scavo adiacente all’aula di San Pier Scheraggio. Si tratta di uno scheletro rinascimentale, spiega il museo, perfettamente conservato e risalente presumibilmente alla fine del ‘400. Le spoglie sono in un punto dove un tempo c’era una chiesa, esistente prima ancora che gli Uffizi fossero edificati e ne ‘inglobassero’ gli spazi. Era un luogo di culto molto frequentato, tra l’altro anche dal sommo poeta Dante Alighieri.
    Gli scavi archeologici effettuati sotto la guida della Soprintendenza da circa 20 anni, hanno riportato alla luce una porzione dei sotterranei dell’antico edificio religioso, che, come usava nel passato, veniva anche usato come luogo di sepoltura. Lo scheletro, indicato con codice identificativo 101, verrà ora portato ai laboratori di archeoantropologia della Soprintendenza per essere sottoposto ad esami ed analisi.

(Fonte: Ansa)

Dopo quanto tempo è lecito considerare un cadavere una prova documentale? Intendiamoci, lo è già per la medicina legale, ma i miei pensieri veleggiavano più verso l’archeologia. C’è mai stato qualcuno a teorizzare il minimo tempo speso da una decomposizione per autorizzare lo scavo su di essa?

Una scheletro del 1500 è prova documentale? Studi sull’alimentazione se ne possono fare, anche se le abitudini mondane dell’epoca possiamo ben saccheggiarle al di fuori delle tombe. E poi, ai fini di quale ricerca storica interessa avere questi dettagli così approfonditi?

Mentre le donzella viene spolverata, io mi pongo questi quesiti. Chissà se uno storico dell’arte penserà mai (o avrà pensato) a legittimare il confine tra fas e nefas, in questo spaventoso e prolifico campo.

Un ISchia FIlm Festival che non si vergogna della propria italianit’, non c-[ che dire.

Il programma quest’anno è piuttosto monotono:

Arrivederci Saigon (Italia, 2018) di Wilma Labate
Bentornato Presidente(Italia, 2019) di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi
C’è tempo (Italia, 2019) di Walter Veltroni
Copperman (Italia, 2019) di Eros Puglielli
Domani è un altro giorno (Italia, 2019) diSimone Spada
Drive me home(Italia, 2018) di Simone Catania
Lazzaro Felice (Italia, Svizzera, Francia e Germania, 2018) di Alice Rohrwacher
Ma cosa ci dice il cervello (Italia, 2019) di Riccardo Milani
Modalità aereo (Italia, 2019) di Fausto Brizzi
Moschettieri del re – La penultima missione (Italia, 2018) di Giovanni Veronesi
Non ci resta che il crimine (Italia, 2019) di Massimiliano Bruno
La paranza dei bambini(Italia, 2019) di Claudio Giovannesi
Ride(Italia, 2018) di Valerio Mastandrea
Sembra mio figlio (Italia, 2018) di Costanza Quatriglio
Sulla mia pelle (Italia, 2018) di Alessio Cremonini
L’uomo che comprò la luna (Italia, 2019) di Paolo Zucca
Il viaggio di Yao (Francia e Senegal, 2018) di Philippe Godeau
Il vizio della speranza(Italia, 2018) di Edoardo De Angelis
 

Le date del festival sono dal 29 giugno al 6 luglio.