Archives for posts with tag: Paolo Giorgio Bassi

Immaginavo che prima o poi nel bel mezzo di queste peregrinazini normative qualcuno avrebbe alzato pacatamente le antenne, chiedendosi: ma dove sta andando a parare?

In un blog che si occupa di cultura, ha in effetti senso chiedersi che ruolo abbia il giornalismo… Sì, ha senso, ma in termini diffusivi più che sostanziali. Il giornalismo, e il radiogiornalismo, stanno però alla diffusione della cultura, spesso, come il volantino sta al successo del locale notturno. Qualcuno si fermerà per provare il coktail più insolito millantato da quei quadratini di carta sempre più centimetrici che distribuiscono nelle zone della movida. Ma quanti, dico, quanti almeno che non frequentano già quell’intorno, andranno effettivamente nel bar pubblicizzato dal quadratino suddetto? Io potrei riferirmi a una fascia d’età che paradossalmente è più avulsa dalle logiche della carta stampata con intenti pubblicitari. Noi persone della mia età, diceva sempre un mio conoscente di una ventina d’anni meno attempato, tendiamo a spregiare la carta in una iper-correzione dovuta al nostro volerci omologare al digitale. Come a dire, non siamo digitalizzati a sufficienza, e vogliamo mostrare di esserlo. O meglio, direi io, come diceva Baricco parlando della barbarie: siamo profondi come istanze di base. Ci avviciniamo quindi alla digitalizzazione con la nostra abituale profondità, e vediamo il cubetto di carta come obsoleto, vintage. Invece dovremmo con la volatilità rapida dei “giovani” afferrare il volantino, cercarci la suggestione visiva e la promozione, come gli esseri umani ancora fanno con le immagini anche fisse.

Comunque, è fatta e rifuggo il giornalismo e il radiogiornalismo. Non penso che la promozione culturale possa passare solo da lì. Penso però che se parliamo di sovvenzioni statali, sia un OBBLIGO parlare dell’editoria in senso ampio. I libri, le case editrici. Quelle buone, che ancora cercano di riportare il classico sotto la migliore luce, quelle che ospitano i contemporanei quanto basta per non curarli troppo. Che su questi contemporanei attuano un lavoro di selezione professionale, e non emotivista. Io vorrei uno Stato che finanzi le opere d’arte buone, ben fatte, professionali. Anche se il criterio è difficile da trovare, ma penso che potrei proporre qualche buon nome per una ipotetica giuria. Per ora, tutto questo è utopia. Pura.

Ho trovato una tabellina relativa all’anno 2013. La tabellina compara l’IVA applicata sui beni di consumo, e quella applicata sulla stampa. Questo in diversi Paesi europei, il che ci dà uno sguardo d’insieme sulla questione:

(Fonte)

Parliamo di 6 anni trascorsi dal 2013, quindi è chiaro che non è mia intenzione fare un’analisi comparativa attuale. Però questa disparità, tra una Norvegia con l’IVA al 25%, che sgrava completamente l’editoria, e l’Austria che la dimezza soltanto, è abbastanza evidente. Potremmo dire che come l’Italia molti altri Stati si comportano nei confronti dell’editoria più come finanziatori indiretti che diretti.

Dei Paesi sovra-citati 10 applicano anche sussidi diretti, sempre secondo la relazione del briefing che ho preso in considerazione. 8 invece non li applicano.

E’ interessante vedere in questo articolo quanti Paesi applichino il supporto selettivo all’editoria. Quello che ho descritto altrove come spinoso problema, è percepito ovviamente come tale non solo dall’Italia.

Ora che abbiamo visto come l’Italia non sia troppo discosta da una media piuttosto variegata, vorrei aggiungere proprio due battute sulla selettività di contenuto. Innanzi tutto, invocare la censura di Stato è fuori luogo. Ma anche, elargire prebende.

Ho espresso in questi tre interventi il quadro logico che grossomodo mi sono fatto in merito alla questione. Spero che la mia decisione di semplificazione massima serva a chi ancora non conosceva il problema, e ora forse lo vede.

Alla prossima!

Sono in fibrillazione i salotti benparlanti del Web, soprattutto quelli più libertari: è di nuovo in discussione al Parlamento europeo la legge sul copyright.

In breve

Sembra che con l’approvazione di questa mattina i grandi colossi dell’informazione online dovranno attenersi al citazionismo bibliografico proprio come già fanno i giganti dell’editoria. Per chi concepisce i libri e i giornali come antiquata costrizione, questa può sembrare una novità priva di qualsivoglia utilità: perché fermare- si chiedono questi paladini del libero pensiero, questi illuministi digitali – perché ostacolare la diffusione della libera informazione?
Ma non ci si ferma qui, e si arriva a chiedersi la liceità politica di un simile provvedimento: non stiamo mettendo un bavaglio (leggere: monetizzando) la libera informazione?

Monetizzare la libera informazione

Vivere in un Panopticon foucaultiano, quale è il mondo digitalizzato nel quale ci troviamo a esprimere le nostre opinioni, fa sì che probabilmente il concetto di spazio grigio sia assai male interpretato. Non possiamo uscire dalla nostra percezione, o da come concepiamo la nostra percezione. Questo che sto facendo è un tentativo di tradurre il termine “cultura” in senso sociologico, e altri meglio di me l’hanno già fatto,

ma proviamoci applicando la definizione che ne ho dato: la percezione dell’uomo delle caverne è che l’animale selvatico sia rosso, bruno e nero. La sua percezione è intrisa della cultura che lo anima. Il nonno nei suoi racconti così lo descriveva, rosso è il sangue e quindi il terrore, l’invincibile e il vincibile, perché il sangue può essere anche ordinario. Come la dimensione ctonia, anche quella bestiale sono scortate da vicino dalla percezione che se ne ha. La libertà, quale aleatorio concetto. Ma voglio fare il gioco degli antropologi, e pensarla come la bestia, come il sangue, come la terra. La libertà è percepita come la libertà di ricercare un contenuto che si crede plurivoco ma universale. Il welfare della libertà ha abituato al servizio dell’informazione a costo zero, e quindi per alcuni Millennial probabilmente pagare un libro è diventato definitivamente un gesto obsoleto. Pagare del contenuto, ancor di più.

Sono riuscito a non scomodare nemmeno un contenuto politico, e ne vado fiero.

La regia cinematografica è arrivata anche nel teatro, e fin qui nessuna novità: fin da Aristotele, cioé da quando abbiamo una memoria storica del teatro, si dice che i registi tentino di riprodurre la realtà. La realtà non è altro che la riproduzione che nel nostro cervello avviene del mondo fenomenico, per dirla come gli empiristi.

E il mondo fenomenico cos’è se non la stampa della linea temporale nella nostra percezione, condita dai diversi picchi d’attenzione concessici dalla memoria, dai sensi, anche dall’intensità fenomenica stessa del presente?

La regia

E quindi la regi tenta di ricreare, in modo  soggettivo, il collegamento con questo mondo fenomenico, nella mimesi aristotelica più pura. Ecco che in una regia teatrale barocca la macchina assumeva a questo punto un ruolo fondamentale. Ecco che viceversa gli stratagemmi per rappresentare l’osceno diventavano i più vari: dove non si può mimare un accoltellamento, ad esempio in un dramma storico shakespeariano, allora subentra l’mmaginazione del pubblico.

Quando gli attori raccontano

Siamo abituati a pensare che il romanziere, il poeta, lo sceneggiatore raccontino. In realtà la tecnica del racconto di seconda mano è un spediente narrativo molto diffuso, e spesso messo in mano agli attori. Il messo che entra e riferisce una notizia, ad esempio. Oppure il personaggio di nome “Prologo” nel tetro greco e romano, con la parodia che tutti ricordiamo nel “Sogno di una notte di mezza estate”, sempre shakespeariano.

Non dimentichiamoci del teatro

Io capisco che il metodo cinematografico assommi in sé talmente tanta cura dell’effetto speciale e della narrazione mista che diventa difficile tornare a un banale “racconto di seconda mano”. Mi pare che si chiamasse racconto “eterodiegetico”, giusto per farcire un po’ questo intervento di nozionismo.

Ma ecco, fate teatro. Facciate teatro. Il cinema c’è, ed è una forma d’arte con i suoi canoni. Se la riproponiamo senza la potenza dell’effetto speciale, a mio parere abbiamo perso un’importante occasione di varietà artistica.

Ma forse sono vecchio io.

Mi capita spesso di vedere opere teatrali nelle quali la recitazione ambisce magari al canone teatrale, ma la regia è decisamente cinematografica.

Il grande mattatoio

Invece del grande mattatore, capita spesso di assistere, ahimé non solo in contesti provinciali e dilettantistici, a rappresentazioni indecenti di piéce celebri. La scenografia che non va e tenta attualizzazioni selvagge, i costumi sempre per lo stesso principio o inappropriati o troppo post moderni.

Scivoliamo nella critica solo quando un particolare ci urta a tal punto da mutare la nostra comprensione dell’opera, o al punto da disturbare semplicemente il nostro silenzio catartico. Uno spettatore, un modo di ricezione, non mi ricordo chi lo diceva ma sono sostanzialmente d’accordo. E per quanto sia impossibile incontrare il piacere di ognuno, il bravo regista e il bravo scenografo cercano quantomeno di accodarsi a tendenza di successo, se proprio non sanno cogliere il Volkgeist o la Weltanschaunng.

La regia e la recitazione

Ma la regia, che è il personalissimo tocco poetico di un singolo, può essere influenzata da correnti disparate. Pensiamo anche solo ai canoni stretti della recitazione: nessun attore si metterebbe mai a imbastire una recitazione semi-cantata da tragedia greca. Mai, nemmeno nel teatro più avanguardistico. Se non, forse, in un contesto di sperimentazione, questo lo concedo, ma deve essere dichiarata la fonte di questa stranezza della recitazione cantata, oppure si deve essere in seno a una rievocazione storico-culturale…

E arriviamo alla regia cinematografica

Ed ecco che siamo arrivati: la regia consente margini più ampi, o meglio li consentirebbe. Ma troppo spesso mi trovo di fronte a opere teatrali, magari d’autore, magari opere prime, ma comunque accomunate dalla tendenza agli spazi e ai tempi della regia cinematografica.

 

Dal Salone dei Rifiutati si è arrivati a valori da capogiro. Da street art si è passati a protagonisti dei mercati dell’arte internazionali.

Nuovo museo dell’hip hop

Cosa accomuna questi fenomeni al nuovo museo dell’Hip Hop che andrà a nascere a New York, nel Bronx, è facile intuirlo. Fenomeni nati da spinte assolutamente nazional popolari, con pochissimo di già scritto, con alcune competenze di base, che si sono però poi declinate in forme artistiche nuove.

Se sulle competenze artistiche di Cezanne può risultare più facile esprimersi, più difficile risulta però trovarle in 50Cent. Se il primo sapeva confezionare delle nature morte assolutamente da Salon, credibili, “ufficiali”, 50Cent non ha mai preso in mano una chitarra probabilmente in vita sua. Non parliamo della trasgressione “consentita” di un Beethoven, non parliamo di mercati d’arte alternativi, come hanno da sempre costituito le avanguardie. In un mercato che tuttavia, si potrà dire, si è sempre presentato come differenziato rispetto a quello della musica, e che ha bisogno di grande legittimazione.

Un’ulteriore riflessione si potrebbe fare, sul fatto che forse alla fine dell’800 era ancora molto difficile per chi non possedesse uno strumento, o le facoltà per imparare a usarlo, la possibillità di spiccare in ambito musicale. Invece l’artista di strada, il fabbricatore di caricature, il pittore di fotografie, esistevano eccome. Quindi, la differenziazione dal marasma sarà stata probabilmente maggiormente necessaria ad un basso livello per chi si dedicava alle arti figurative, piuttosto che al musicista.

Il musicista hip hop

Il musicista hip hop ha oggi più possibilità del coetaneo di Mozart di accedere a strumenti musicali. L’attrezzatura per comporre music hip hop è diventata di facile approvvigionamento, l’utilizzo degli strumenti, a livelli di base, s’intende, è facilitato dalla disponibilità di informazioni presenti on-line.

E quindi, perché un filtro tra musica “aulica” e ciarpame non ha impedito a questi esponenti di dubbio gusto, di dubbia preparazione, di essere legittimati.

Semplicemente, la disponibilità di mezzi si è unita a una cultura che è figlia del secolo scorso: la cultura di massa.

Non credo che visiterò quel museo.

 

Era in Barton Fink dei fratelli Coen, l’attore italo-americano dal sarcasmo pungente. Per essere una star di Holliwood, ma non solo. Parlo di John  Turturro, che a partire da marzo interpreterà uno dei più grandi classici del romanzo storico della fine del Novecento: Il nome della rosa, di Umberto Eco.

Da Spike Lee ai fratelli Coen, Turturro è transitato anche per il cinema commerciale, per poi approdare a una fiction Rai . Promette molto, con la sua eloquenza rapida, nei panni dell’astuto monaco protagonista, che consocevamo come Sean Connery nel film originale.

La giustificazione

Ecco, so che la stavate aspettando e quindi accontento le vostre aspettative: devo giustificarmi per questo imperdonabile scivolone nazional-popolare. Un blog che nasce come culturale non può che dirimere la questione di una fiction Rai come un transitorio interesse del volgo ineducato verso uno dei picchi della fiction storiografica contemporanea. Un romanzo storico in fondo ben orchestrato e sicuramente preciso, ma pur sempre un romanzo storico… E si fermassero qui i commenti!

Sono sicuro che parlare di fiction Rai in certi ambienti diventa inderogabilmente im-popolare (che paradosso, la televisione popolare per eccellenza). Ma visto che a me piacciono i paradossi, e credo dopo aver visto i trailer che questa fiction potrebbe recare la precisione necessaria per tramandare almeno una parte del reale contenuto del romanzo, non posso che parlarne.

E invitarvi tutti, sommessamente, a vederla.

Possiamo occuparci di diritto d’autore rimanendo sul filo dell’allusione storico-letteraria, senza mai entrare nel vivo dell’agone politico. Possiamo ingarbugliarci nelle definizioni e nelle nostre placide esistenze di fruitori passivi dei giganti tecnologici e di info sharing. Tutte belle cose, belle esperienze, ma in questo frangente, dopo essermi dilungato così voluttuosamente sul concetto di copyright e di diritto d’autore, e della liceità del pagamento obbligatorio per chi scrive di arte e cultura… Ma viceversa, ho fatto anche elogi dell’enciclopedista volontario, cioè di chi scrive gratia artis, e non facendosi pagare alimenta un concetto di cultura indipendente. Non posso esimermi dal commentare le vicissitudini che sta avendo la legge europea sul copyright.

La nuova legge sul copyright

Innanzi tutto, un concetto-chiave, il “mercato unico digitale europeo”. Vediamo cosa significa in termini politici: lo stato-nazione in senso ottocentesco deve avere la possibilità, come forse oggi ha un po’ meno, di controllare le transazioni economiche che avvengono entro i suoi confini.

Fin qui, la fiera delle banalità: transazioni economiche, movimenti finanziari, anche passaggi d’eredità, esercizio della libera professione… Ogni retribuzione deve quantomeno essere passata sotto gli occhi dell’autorità politica, benché poi questa tendenza possa infinitamente declinarsi in modelli statali più o meno tendenti al modello liberista, o liberalista.

Lo Stato nazione gioisce delle riforme sul copyright?

Quindi, anche internet, come il Mercato, nella parziale cessione di autorità che la Comunità Europea ha comportato, dev’essere concepito, o quantomeno normato, come “unico”.

Concepire il diritto di internet come unico è più semplice che concepire internet come unico. Il mondialismo che connota questo nuovo mezzo di comunicazione è in realtà in contrasto secondo me con la tendenza dello Stato a normare entro i propri confini nazionali.

 

Si sa che le cronache e l’opinionismo di bassa lega sono sempre pronti a sveltire i processi culturalipiù di quanto non accada realmente. E così la conversione dell’umanità moderna allo smart phone sembrava essere diventata la nuova caratteristica topica della modernità. Quindi, l’homo post-modernus (si potrà dire?) è un uomo con un’appendice al cobalto e silicio tra leproprie dita, capace di consultarla appropriatamente, ricavandoci in un’ora le informazioni che fino al secolo precedente un uomo solo accumulava in tutta una vita. E parliamo di un uomo mediamente colto, figuratevi chi non leggeva e apprendeva unicamente dalla propria esperienza e dalla vulgata…

Homo post modernus e smart phone

Ma ecco, lo smart phone continuava a essere associato alla nostra evoluzione anche da opinionisti che volevano assurgere al rango di filosofi. Quindi, se la macchina a vapore e il binario erano la fine dell’Ottocento, se la stampa a caratteri mobili il Quattrocento, lo smart phone agli inizi degli anni Duemila.

Calo delle vendite 2018

Ma ecco che una prima avvisaglia dello sbandieramento eccessivo proprio dei cronachisti e degli opinionisti comincia a manifestarsi: si è registrato per quest’anno il primo calo delle vendite degli smart phone. ” Secondo le stime di Strategy Analytics, il 2018 si è chiuso con consegne in flessione del 5% rispetto all’anno precedente” riporta il sito dell’Ansa, e anche se ancora parliamo di stime, penso che non sia avventato pensare a un calo fisiologico nelle vendite, dovuto banalmente alla disponibilità del prodotto, che non sempre è un bene di consumo da obsolescenza programmata e dal ricambio facile. Molti articoli hanno un picco iniziale nelle vendite, che corrisponde alla moda dell’approvvigionamento, e poi quando diventano un lusso acquisito diventano anche meno venduti. La sfida del gioielliere, o del venditore di auto di lusso, sta appunto nel lusso.

Lusso o moda?

Nel lusso, oppure… Nel puntare al ribasso creando un prodotto sempre peggiore, dal costo sempre inferiore, con nuovi accessori, e con obsolescenza programmata con tempi ancora più brevi. A noi la scelta.

Si crede spesso che nel Medioevo le conoscenze anatomiche si fossero formate più sulla tradizione antica che su dissezioni. La pratica dello smembramento dei cadaveri a scopo di studio, così dice uno stereotipo piuttosto diffuso, nel Medioevo non era consentita a causa di restrizioni politico-religiose. Che poi, a voler ben dire, prima dell’età moderna non ha troppo senso operare la distinzione tra religione e politica…

In realtà già alla fine del XIII secolo i medici usciti dall’Università di Bologna erano ricercatissimi in tutta la penisola per la medicina legale: le loro conoscenze anatomiche umane potevano essere preziosissime qualora si fosse verificata una morte “sospetta” e fosse necessario aprire un cadavere.

Questo cappello introduttivo perché l’idea falsa che l’anatomia non si praticasse risponde secondo me alla nostra necessità di eroi moderni. Immaginiamo ad esempio un Leonardo Da Vinci che dissezionava cadaveri illegalmente per poter disegnare i particolari di tendini e muscoli così precisamente.

Abbiamo bisogno di eroi moderni.

E vorrei, da completo ignorante in materia, parlare di una figura di eroe scientifico, che ha combattuto con mezzi culturali, legali e scientifici per una battaglia che credeva di civiltà e di affermazione della dignità della ricerca scientifica in quanto tale. Sto parlando di Silvano Dalla Libera, che si è spento due giorni fa. Considerato un paladino dell’agricoltura ogm, Dalla Libera era formalmente un agricoltore, che come alcuni altri ha deciso di sfidare legalmente il sistema seminando mais ogm.

Una battaglia per la ricerca scientifica e per la libertà di applicazioni biotecnologiche all’agricoltura. Pur astenendomi dal giudizio scientifico, saluto Silvano Dalla Libera come un libertario.