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Paradossale? Non proprio. E’ quello che accadrà alla Galleria d’arte Moderna, GAM di Milano.

La mostra in questione si chiama “Images of Italy, contemporary photography from the Deutsche BAnk collection”. Curioso che la location di un titolo del genere sia, per l’appunto, l’Italia stessa, ma si sa che la nostra esterofilia non conosce limiti… Scherzi a parte, non ho visto la mostra, inaugurata il 25 settembre e che chiuderà i battenti il 27 ottobre.


La prima mostra in Italia che presenta una selezione di opere fotografiche della Deutsche Bank Collection, una delle principali collezioni corporate d’arte contemporanea a livello mondiale.
È un percorso tra le immagini dell’Italia fermate dall’obiettivo dei più noti artisti italiani e tedeschi, quello che si snoda tra la Sala da Ballo, la Sala 29 e la Sala del Parnaso della GAM. La mostra comprende fotografie scattate a partire dagli anni Cinquanta e fino ai giorni nostri da Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Armin Linke, Candida Höfer e Heidi Specker, solo per citarne alcuni (Fonte: il comunicato stampa dell’evento).

Le opere di Images of Italy sono esposte nelle tre sedi italiane del Gruppo: il quartier generale di Milano Bicocca, l’edificio milanese di via Turati e la sede di Piazza SS. Apostoli a Roma.

Dopo che Ettore Modigliani morì, nel giugno del 1946, spetterà a Fernanda Wittgens l’arduo compito di riaprire realmente la Pinacoteca di Brera. La grandiosa riapertura sarà nel 1950.

Figlia di un professore di lettere del Parini, Fernanda si laurea in Storia dell’arte con Paolo D’Ancona, con una tesi sui libretti d’arte dei pittori dell’Ottocento.

Inizia come insegnante, poi giornalista, e alla Piancoteca di Brera v inizialmente con la qualifica di “operaia avventizia”. Qui diventa assistente di Ettore Modigliani, e il resto della storia è noto. La storia dell’arte lombarda fu uno dei cardini dell’interesse di questa figura di intellettuale dalla fortissima vena indipendente.
Fu incarcerata con l’accusa di antifascismo a San Vittore durante la guerra.

A guerra finita, pur essendo politicamente vicina a Ferruccio Parri e al Partito d’Azione, rifiutò tutti gli incarichi politici che le vennero offerti, rimarcando la necessità di autonomia degli intellettuali dal potere.

Fece acquisire alla Pinacoteca la Cena in Emmaus del Caravaggio, fondamentale per la sua concezione di percorso espositivo con al centro l’arte lombarda.

Visto che abbiamo parlato di Ettore Modigliani, toccava alla sua succeditrice , indispensabile per la riapertura post bellica di Brera. L’anno scorso è uscita la sua autobiografia, sempre per Skira edizioni, dal titolo “Sono Fernanda Wittgens, una vita per Brera”. Con l’idea che la storia museale è fatta sì di grandi opere, ma per allocarle sono state necessarie grandi figure.

Un temperamento alacre, questo è l’Ettore Modigliani che emerge dalla sua autobiografia pubblicata da Skira edizioni.

Un uomo dai molteplici interessi, che arriva in una Milano inizialmente ostile, e piano piano inizia a costruirsi una geografia degli affetti e dei contatti intellettuali che lo porterà al viaggio epocale della Pinacoteca.

Il curatore è Marco Carminati, che raccoglie le memorie in possesso degli eredi di Ettore Modigliani, che per chi non lo ricorda fu direttore della Pinacoteca di Brera dal 1908 al 1935 e soprintendente della Lombardia dal 1910 al 1935.

Proteggere le opere dalle guerre, lavorare alacremente per difendere il patrimonio contenuto nella Pinacoteca: questo l’intento del grande curatore.

Una carriera anche internazionale, la sua, in quanto fu organizzatore della più importante mostra, mai realizzata, sull’arte antica italiana alla Burligton House di Londra nel 1930, per la quale ottenne l’onorificenza di Cavaliere dell’Impero britannico.

I natali da famiglia ebrea non furono per lui auspici di buona fortuna: nel 1943 dovette infatti scappare dal pubblico e nascondersi con la propria famiglia. Fu nominati nuovamente soprintendente dopo la guerra, e si occupò di restaurare il cumulo di macerie rimasto, per riportarlo all’antico splendore.

Una lettura necessaria per comprendere una figura necessaria alla storia del patrimonio museale italiano.

Siamo a Milano in via delle Orsole, l’edificio è quello della Camera di Commercio Metropolitana di Milano-Monza-Brianza-Lodi.

Il bando lanciato per la sua ristrutturazione è stato vinto attraverso la piattaforma Concorrimi dell’Ordine degli Architetti di Milano, dallo studio romano Transit. Insieme a loro, le società di Milano WiP Architecture Technical Engineering, United Consulting e Msc Associati.

Il progetto

Si era parlato, nel bando originario, di ristrutturazione, mentre lo studio ha fatto una proposta di demolizione e ricostruzione.

Camera di commercio in via delle Orsole, com’è ora

E’ quest’ultimo aspetto che mi ha colpito, principalmente perché i suddetti architetti dicono in un’intervista al Sole 24Ore di volersi rifare ai grandi maestri del Novecento.

Un’epoca non lontana nel tempo quindi, ma che cambierebbe notevolmente il paesaggio nel quale la struttura si inserisce, oltre che la struttura stessa. “Abbiamo fortemente voluto e ricercato un progetto che fosse profondamente milanese, utilizzando un linguaggio architettonico che affondasse le sue radici nella tradizione moderna lombarda e in Milano in particolare; un filo che ci legasse alle poetiche di Terragni, di Giò Ponti, di Magiarotti e dei Bbpr” dice la relazione del progetto. Di Giò Ponti ci vedo molto Palazzo Montedoria, ma evito di fare gaffe cercando riferimenti i una materia che non mi compete.

Demolizione parziale

Sede di una banca fino al 1997, il palazzone verrà quindi demolito, eccezion fatta per la piccola parte di edificio confinante con la chiesa di Santa Maria della Porta. Si parla infatti di due fabbricati comunicanti.

Un anno dopo il decreto ministeriale che prevedeva la fusione delle tre camere di commercio (parliamo del dicembre 2016, mentre il bando è del dicembre 2017), il nuovo ente si dota di una facciata nuova.

Ho visto il render del progetto sull’articolo del Sole, e lo trovo un buon connubio. Un connubio innanzi tutto tra una vocazione più moderna e un richiamo alla vecchia struttura (i pieni e vuoti dell’ultimo piano, soprattutto). Ma anche, se vogliamo, un po’ di desiderio di magniloquenza, che non guasta mai.

Mi piacerebbe sapere chi degli ispiratori e partecipatori del primo Fuorisalone, che fioriva spontaneamente negli anni ’80, abbia pensato al Salon des Refusés.

Un accostamento un po’ azzardato effettivamente, che compiace chi come me vuole avere a ogni costo la velleità letteraria/artistica, a chiave interpretativa dei fenomeni del contemporaneo.

Ma ecco, il Salon nasce su volontà reale, innanzi tutto. Lo istituì Napoleone III nel 1863, e la scelta polemica del sovrano non sfuggì certo agli artisti che lì si trovarono ad esporre. Se l’Accademia aveva canoni troppo rigidi, qualche ingegno lungimirante e non allineato avrebe potuto creare, dal rifiuto dell’Accademia, una nuova tendenza artistica.

Si può dire che così nacquero gli Impressionisti, e così nacque l’odierno mercato d’arte.

Una spinta anti-istituzionale e liberatrice da circuiti atavici che si impossessavano elitariamente del diritto di proclamare un oggetto “arte”.

Il Fuorisalone conclusosi a Milano il 22 aprile è un’operazione commerciale e d’intrattenimento, e su questo non ci piove. Inutile fantasticare su possibili seconde o terze interpretazioni.

Il canone del Fuorisalone

Qual è il canone del Fuorisalone? La garanzia di assegnamento dello spazio pubblico è dichiarata “spontanea”, sul sito dell’iniziativa. Non sarò certo io a mettere in dubbio la spontaneità di assegnazione, sono convinto che la democraticità d’assegnazione sia però molto diversa dal criterio universalistico del “tutti i rifiutati da”.

Innanzi tutto, qui nessuno è rifiutato. Anzi, si sono creati oggetti di design (molto curiose le smart houses)  tarati sul gusto del grande pubblico, adatti alla comunicazione in ambienti meno formali della Design Week a porte chiuse.

C’è chi potrebbe obiettare che da un certo punto in poi, conoscendo i canoni d’accettazione del Salon, qualcuno potrebbe averli raggirati appositamente per finire nei Refusés. E in effetti così fu, e l’iniziale universalismo lasciò giustamente il posto a una maggiore “tendenza”, e al raduno di artisti sottoforma di correnti, nate dalla solidarietà e dalla consapevolezza date dal comune rifiuto ricevuto.

Tutta un’altra cosa, ma i tempi cambiano.

Primo in classifica il Castello Sforzesco che ha raccolto 8.411 ingressi, seguito dal Museo di Storia Naturale che ha avuto 7.482 visitatori. Terzo e quarto posto all’Acquario Civico (5.116) e al Museo del `900 con (4.150). Sono state poi 2.094 le persone che hanno scelto la Galleria d’Arte Moderna e 1.130 coloro che hanno preferito il Museo Archeologico. 1.691, infine, i milanesi e i turisti che si sono divisi tra Palazzo Morando, Mudec e Museo del Risorgimento.

Questi dati di Palazzo Marino, che chiude positivamente il bilancio di questa prima domenica al museo del mese di febbraio

Oltre 30mila visitatori per questa straordinaria iniziativa di coordinamento tra Mibact e Comune. Non è che l’ennesima riprova di come il sistema di promozione culturale stia funzionando, e straordinariamente anche con numeri massificati.

L’aspetto della gratuità è sempre stato un incentivo, ma mi pare ragionevole credere che il Web e la cultura dell’open source, dato spesso come dovuto, abbia contribuito non poco. In misura forse consistente, l’operazione di marketing che sta dietro la domenica al museo ha avvicinato ambienti altrimenti estranei e distanti.

Il museo sta diventando come l’opera? Sentirlo come inflazionato non fa parte del mio orizzonte, nè mai lo sarà. Dare comunque un’offerta culturale dignitosa, pur rimanendo in ambito divulgativo, sarà sempre un obiettivo preferibile alla riduzione degli ingressi in nome di una maggiore selezione di pubblico. Già ovunque si selezionano i pubblici ai quali è destinata la cultura.

Avanti, Milano, e avanti cultura.

L’ambiente universitario va tenuto monitorato. La questione dei corsi in inglese al Politecnico di Milano non fa che aprire, come molte altre questioni universitarie, uno spaccato della classe dirigente italiana.

Questo è quello che avrei detto, in una situazione simile, negli anni ’80. Quando ancora le università erano a un soffio dall’essere massificate, quando ancora molti corsi si svolgevano a ciclo unico. Mi sentirei di dire che il prestigio dell’università, a livello comune, non è calato, ma compirei un’appropriazione indebita di un diritto a valutare che non spetta a me.

Ora, oggi più che spaccato di classe dirigente, possiamo forse parlare di cartina al tornasole della società. Più appropriato, vista come già detto la massificazione dell’università. E poi, sul fatto che la classe dirigente sia italiana, ci sono alcune parole da spendere.

Solo e soltanto corsi in inglese

Per capire la portata della sentenza del Consiglio di Stato, che ha negato al Politecnico di Milano il diritto di tenere i suoi corsi soltanto in inglese, vanno considerati diversi aspetti. Non tratterò di quelli logistici, che prevedono secondo me un dibattito piuttosto sterile: quando si decide per un provvedimento, tutte le misure per attuarlo vengono prese a posteriori, con alcuni piccoli sconvolgimenti, una fase di rodaggio, e poi l’applicazione.

Sebbene molti abbiano trovato l’esultanza dell’Accademia della Crusca del tutto anacronistica, io ritengo di vedere in questo provvedimento un guizzo di autorevolezza notevole.

Oggi nella “classe dirigente”, come la si chiamerebbe in senso marxista, l’inglese non è ossessione ma ossequio dovuto, quasi inintellegibile però. Nessuno loderà costumi anglosassoni, no, è ben compreso che questa lingua barbarica è un veicolo di spostamento delle nostre maestranze e illuminati concetti all’infuori della madrepatria.

Come la conoscenza del francese all’inizio del secolo scorso? Penso che la vedano così i promotori dell’internazionalismo esclusivo, ovvero quelli che promuovono i corsi al Politecnico solo in inglese.

Ma l’inglese di oggi non è il francese del secolo scorso. Ricordo che un cinese fatica a parlare in inglese, in molti casi non lo sa. Un emiro arabo, molto spesso a fatica. Un magnate sudamericano, lo ostenta magari. Stiamo procedendo a stereotipi, ma il mio punto è: se l’inglese non è più veicolo univoco di internazionalismo, perché non in tutto il mondo è lingua veicolo… Che senso ha l’eurocentrismo del metterlo come unica lingua?

Il rischio è sempre la parvenza di ossequio versa un’altra sovranità nazionale. E non il legittimo desiderio di internazionalismo, che di per sé è neutrale.

 

Simone Piazzola (classe 1985)

Parliamo brevemente di Simone Piazzola, giovane e con prospettive interessanti. Alla stagione operistica della Scala di Milano si è sentito di recente (a novembre, sempre nella stagione 2017/2018) nella Messa per Rossini.

Il baritono di origine veronese Simone Piazzola si sta esibendo a Monaco, Parigi, Dresda e Berlino. I palcoscenici europei lo premiano con ruoli di spessore, principalmente verdiani, con l’eccezione del Lord Enrico Ashton nella Lucia di Lammermoor al Semperoper Dresden. Mi sembra che la definizione di baritono drammatico gli si possa confarre, come penso che dimostri il premio Bastianini che questo giovane tenore ha conquistato a Sirmione, l’estate scorsa. Il drammatica belcantista della Lucia di Lammermoor non penso possa essere messo in discussione, si può però restringere il campo a “baritono verdiano”, per la sua grande plasticità, a mio avviso, e la sua straordinaria tenuta.

Comunque, Chailly l’ha diretto nella Messa per Rossini alla fine dello scorso anno, come solista. Aspetto con trepidazione il suo don Carlo nell’Ernani a ottobre dell’anno in corso.

Mi sono poi scordato di aggiornare lo status del numero chiuso alle facoltà umanistiche alla Statale di Milano. Ne parlavo a settembre in questo intervento.

Vinto il ricorso al Tar, la facoltà ha deciso di non appellarsi al Consiglio di Stato sul numero chiuso.

Il numero dei partecipanti è stato così mantenuto aperto, come negli anni precedenti, per i corsi di laurea in Filosofia, Lettere, Scienze dei Beni culturali, lingue e letterature straniere, Storia, Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio. Esultanza dei collettivi universitari a parte, non sembra che in Senato Accademico fosse disposto a retrocedere, almeno a quanto si evince dai giornali.

Piuttosto, la necessità di garantire il regolare svolgimento delle lezioni ha avuto la meglio, la contingenza ha sopravanzato l’idea. Ma l’idea permane, solo penso avrà bisogno di un contraltare nazionale, per ora assente (il ministro Fedeli ha infatti mostrato assenso più verso la riapertura che altro).

Non sono incline all’appello accorato, ma riflettiamo quanto sia l’ammontare di capitale umano che si forma dietro quei portoni. Il numero chiuso renderebbe professionalizzanti dei corsi di studi che non sono nati per esserlo. Perché non mettere l’onesta premessa che “qui si studia per migliorare le proprie persone”? Capisco la frustrazione di non ottenere una adeguata remunerazione dopo anni di studio. Ma limitare il sapere? Se io volessi iscrivermi a Filosofia domani? Non ho necessità professionalizzanti, voglio solo avere i migliori insegnanti per veicolarmi la scuola di Francoforte, l’idealismo, voglio magari dare una veste strutturata all’ultimo libro che ho letto.

E’ una parzialissima analisi, come la precedente. Ma non può che suonarmi sospetta questa chiusura di numero, sospetta per il decremento della qualità globale dell’istituto universitario della prestigiosa Statale di Milano.

Fu prima di diventare uno dei tenori wagneriani più famosi di tutti i tempi, tanto da essere invitato a Bayreuth, che il giovane tenore Giuseppe Borgatti si ritrovò a cantare alla prima a LaScala dell’Andrea Chénier. Era il marzo 1896 e il verismo era tendenza che bel si accoppiava con le istanze sociali della giovane monarchia italica.

Umberto Giordano infatti ha impostato buona parte della sua carriera su questo filone, con Fedora, cantato alla prima nientemeno che da Enrico Caruso. Il Voto anche, e Marina, opera prima con la quale partecipò a un concorso operistico poi vinto da Cavalleria Rusticana.

L’Andrea Chénier

L’Andrea Chénier non è opera per chi ha gusti tradizionali. I vocalizzi sono molti, e soddisfacenti solo se avete la fortuna di trovare un inteprete che sa colorare senza risultare forzato. A mio personale parere, anche un inteprete che non vibra troppo nei momenti di virtuosismo.

Storicamente le rappresentazioni di questo spettacolo sono diminuite dopo i primi trent’anni di continue riproposizioni, ma la popolarità dell’opera mi sembra che sia rimasta notevole. LaScala ha scelto di aprirvi la nuova stagione operistica, con un tenore azero che non conosco, Yusif Eyvazov. La controparte femminile è l’istrionica Anna Netrebko, che si sta facendo un discreto nome nella scena italiana e internazionale.

Il libretto è di Luigi Illica e si ispira a André Chénier, poeta francese vissuto in età rivoluzionaria. I buoni sentimenti rivoluzionari sono indorati dall’aura di positività semplice che accomuna la gran parte delle coppie tenore/soprano protagoniste nelle opere tardo-ottocentesche.  Il baritono, che nel triangolo assume solitamente il ruolo di oppositore, qui è entrambi. Anch’egli è innamorato di Maddalena, la giovane nobile che viene però conquistata dall’idealismo rivoluzionario di Chénier. Sarà la sua nefasta intercessione a far condannare a morte il poeta dal tribunale di Robespierre (salvo poi pensirsene entro il terzo quadro).

Infine il verismo, come prevedibile, si annacqua, e i due amanti muoiono, mentre il baritono si dispera.

Una bella opera, che consiglio a chi ama il virtuosismo, e a chi digerisce questo genere di trama.