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Dal Salone dei Rifiutati si è arrivati a valori da capogiro. Da street art si è passati a protagonisti dei mercati dell’arte internazionali.

Nuovo museo dell’hip hop

Cosa accomuna questi fenomeni al nuovo museo dell’Hip Hop che andrà a nascere a New York, nel Bronx, è facile intuirlo. Fenomeni nati da spinte assolutamente nazional popolari, con pochissimo di già scritto, con alcune competenze di base, che si sono però poi declinate in forme artistiche nuove.

Se sulle competenze artistiche di Cezanne può risultare più facile esprimersi, più difficile risulta però trovarle in 50Cent. Se il primo sapeva confezionare delle nature morte assolutamente da Salon, credibili, “ufficiali”, 50Cent non ha mai preso in mano una chitarra probabilmente in vita sua. Non parliamo della trasgressione “consentita” di un Beethoven, non parliamo di mercati d’arte alternativi, come hanno da sempre costituito le avanguardie. In un mercato che tuttavia, si potrà dire, si è sempre presentato come differenziato rispetto a quello della musica, e che ha bisogno di grande legittimazione.

Un’ulteriore riflessione si potrebbe fare, sul fatto che forse alla fine dell’800 era ancora molto difficile per chi non possedesse uno strumento, o le facoltà per imparare a usarlo, la possibillità di spiccare in ambito musicale. Invece l’artista di strada, il fabbricatore di caricature, il pittore di fotografie, esistevano eccome. Quindi, la differenziazione dal marasma sarà stata probabilmente maggiormente necessaria ad un basso livello per chi si dedicava alle arti figurative, piuttosto che al musicista.

Il musicista hip hop

Il musicista hip hop ha oggi più possibilità del coetaneo di Mozart di accedere a strumenti musicali. L’attrezzatura per comporre music hip hop è diventata di facile approvvigionamento, l’utilizzo degli strumenti, a livelli di base, s’intende, è facilitato dalla disponibilità di informazioni presenti on-line.

E quindi, perché un filtro tra musica “aulica” e ciarpame non ha impedito a questi esponenti di dubbio gusto, di dubbia preparazione, di essere legittimati.

Semplicemente, la disponibilità di mezzi si è unita a una cultura che è figlia del secolo scorso: la cultura di massa.

Non credo che visiterò quel museo.

 

Maestro del fundraising“, così qualcuno ha chiamato il nuovo direttore del MET di New York, Max Hollein.

Recessione per tutti

La recessione c’è stata per tutti, in particolar modo per le strutture museali. La situazione è generalizzata, negli States come in Europa, mentre forse in Cina (l’altro mio campo di competenza) si assiste ancora a un mercato in crescita. Certo, ci sono realtà in crescita netta e a tratti surreali, come gli Emirati Arabi, per fare un esempio, ma consideriamo la situazione “occidentale”: il mercato dell’arte è un pugile ferito, che si ritira nell’angolo a farsi massaggiare e a pensare alla prossima strategia.

Il fundraising e le strategie

Questa strategia è, oltre alla promozione, il fundraising. Se le cronache dicono il vero, Max Hollein da quando aveva trent’anni dirige musei, ora ne ha 48. Ha cominciato con il Guggenheim, tanto per dire, dirige il Fine Arts Museum di San Francisco, e da agosto si occuperà anche del Met.

Esperto di nuove tecnologie e laureato in economia, sarà senza ombra di dubbio la figura necessaria per risanare i buchi di bilancio che vengono attribuiti a Thomas Campbell (chissà poi qual è la reale catena delle responsabilità).

Come ho già detto altrove, la capacità di raccogliere fondi, di trovare sponsorship, di fare rete, è quanto i musei necessitano oggi.

Venuto meno un finanziamento statale univoco, e qui parlo dell’Italia, venuta meno anche un’élite di funzionari dello spettacolo, dobbiamo tornare alla figura dell’impresario.

L’impresario calante

Non dico che negli anni ’40 tale figura fosse scemata. Credo anzi che si tenda troppo spesso a insegnare nelle scuole che sono la crème culturale italiana (io ho fatto un liceo classico, ai tempi che furono), che la cultura è in qualche modo astrazione. Dinamica, magari, se si ha fortuna con l’insegnante, e non statica, ma pur sempre astratta. Parlo dei miei coetanei che al momento potrebbero essere ai vertici di importanti istituzioni museali.

Comunque, vedremo se l’austriaco Hollein saprà dimostrare che un impresario è quello che serve a New York. E vedremo se il costo del biglietto tornerà a zero.

 

Primo in classifica il Castello Sforzesco che ha raccolto 8.411 ingressi, seguito dal Museo di Storia Naturale che ha avuto 7.482 visitatori. Terzo e quarto posto all’Acquario Civico (5.116) e al Museo del `900 con (4.150). Sono state poi 2.094 le persone che hanno scelto la Galleria d’Arte Moderna e 1.130 coloro che hanno preferito il Museo Archeologico. 1.691, infine, i milanesi e i turisti che si sono divisi tra Palazzo Morando, Mudec e Museo del Risorgimento.

Questi dati di Palazzo Marino, che chiude positivamente il bilancio di questa prima domenica al museo del mese di febbraio

Oltre 30mila visitatori per questa straordinaria iniziativa di coordinamento tra Mibact e Comune. Non è che l’ennesima riprova di come il sistema di promozione culturale stia funzionando, e straordinariamente anche con numeri massificati.

L’aspetto della gratuità è sempre stato un incentivo, ma mi pare ragionevole credere che il Web e la cultura dell’open source, dato spesso come dovuto, abbia contribuito non poco. In misura forse consistente, l’operazione di marketing che sta dietro la domenica al museo ha avvicinato ambienti altrimenti estranei e distanti.

Il museo sta diventando come l’opera? Sentirlo come inflazionato non fa parte del mio orizzonte, nè mai lo sarà. Dare comunque un’offerta culturale dignitosa, pur rimanendo in ambito divulgativo, sarà sempre un obiettivo preferibile alla riduzione degli ingressi in nome di una maggiore selezione di pubblico. Già ovunque si selezionano i pubblici ai quali è destinata la cultura.

Avanti, Milano, e avanti cultura.