Archives for category: Paolo Giorgio Bassi

La nuova inaugurazione dell’aeroporto di Linate è vicina, e quale migliore occasione promozionale che un concerto di Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti? Idolo delle nuove generazioni, ma anche di qualche vecchia, il cantante si è ritagliato un palco d’eccezione per il suo Linate Beach Party, il concerto di chiusura del suo ultimo tour che ha fatto ballare le spiagge italiane.

Il palcoscenico di 100 metri, avrà di fronte uno spazio di 250 per 300 metri quadrati, con la previsione di 100mila persone presenti.

Ma ne prevedono 250mila per l’Air Show in programma per il 13 e 14 ottobre, evento sempre organizzato da Linate in occasione della riapertura.

Oltre 24 ore di intrattenimento musicale da tutto il mondo, 70 punti di ristorazione, aerei esposti, aerei storici esposti, voli di mongolfiere.

Gli spettacoli faranno dimenticare ai milanesi i disagi causati dai lavori in corso a Linate? Staremo a vedere

Arrivato all’apice della fama e dei riconoscimenti pubblici, Checov rimette a posto molti aspetti della sua vita, un attimo prima della morte per tubercolosi. Si sposa con un’attrice moscovita, compra una casa a Yalta, in Crimea, per trascorrere delle giornate vicino al mare respirando aria buona.

Ha appena scritto “Il giardino dei ciliegi”, tra sbocchi di tosse, consigli dei medici, e pressioni di Nemirovski e Stanislavski, da Mosca. Comincia a fare il punto dell sua opera artistica, e a chiedersi se tra i suoi 250 racconti ci sia mai stato un filo conduttore.

La verità

Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina; si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire. Mi si rimprovera di scrivere solo di avvenimenti mediocri, di non avere eroi positivi.

Ma dove trovarli, questi eroi positivi, se attorno a lui le strade non sono nemmeno lastricate, si muore di fame, l’ambiente provinciale, i godimenti sono piccoli e le gioie noiose.

Volevo solo dire alla gente in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa. L’importante è che le persone comprendano questo; se lo comprendono, inventeranno sicuramente una vita diversa e migliore.

Muore tentando una cura in Germania, in compagnia della moglie.

Non ci sono eroi

Termina così la vita di un grandissimo di ormai due secoli fa, ma dalla modernità indiscutibile. I suoi non sono eroi, non ci sono palpiti di nazionalismo, nè fremiti politici tra i suoi pacati industriali, provinciali possidenti terrieri, aristocratici decaduti, ma nemmeno tra i suoi popolari. In lui c’è uno Zola senza eroismo.

Se una biografia non definisce la qualità artistica di un’opera, ho comunque voluto parlare di questo personaggio che fin da ragazzo mi ha sempre affascinato, con il suo tratto di deciso realismo, con la sua coerenza costi quel che costi.

Un uomo del nostro tempo forse, più che del suo.

Due sono stati i Gabbiani di Checov, se vogliamo considerare le rappresentazioni teatrali: uno, quello della prima, disastrosa rappresentazione. Come attori, dei msotri sacri dell’epoca, che declamavano a ogni occasione. Purtroppo il contesto della prima fu una serata in onore di una celebre attrice comica dell’epoca, quindi il pubblico iniziò la serata con una vena ridanciana che mal si accordava con i tempi dello spettacolo.

Il gabbiano 1

La prima rappresentazione fu il 17 ottobre 1895 al Teatro Alexandriskij di Pietroburgo. Tra il cast stellato, anche Vera Fedorovna Komissarzevskaja, nella parte di Nina, assolutamente all’altezza della parte come dimostrerà nelle successive rappresentazioni, ma stavolta fraintesa e non apprezzata dal pubblico. Checov non aspettò la fine dello spettacolo, uscì dal teatro senza salutare nessuno e chiese per diversi mesi agli amici di non nominare il triste evento. Dalla critica arrivò una stroncatura. Sembrava che la pièce non fosse destinata a riscuotere successo.

Il gabbiano 2

Gli scrive l’amico Nemirovic-Danceko, scrittore, drammaturgo nonché neo direttore del teatro d’arte di Mosca insieme al giovane regista Stanislavskij. COncordano insieme che il Gabbiano meritava di essere recitato una seconda volta, cosa della quale inizialmente Anton non era entusiasta. Ma vista una prova, con la bravura del giovane regista e degli attori, Checov si fece convincere.

Il successo della prima fu colossale. Alla fine del primo atto, il silenzio in sala. Poi l’applauso scrosciante. Un passo storico per l’inizio di un sodalizio che avrebbe portato l’incontro di due geni agli scranni della gloria letteraria.

Hippie, santone, maestro di vita: tutte le etichette affibbiate a Tolstoj vedono un necessario compendio: era un grande scrittore, un grande intellettuale, un convinto moralista.

Checov e Tolstoj

Di Tolstoj, Anton Checov leggeva tutto. Lo conosceva bene, di penna, e non ostentava la mis-conoscenza come forma di arroganza intellettuale, come pure si usa fare in diverse epoche storiche. Nel 1894, dopo un altro viaggio in Europa, a Checov capita finalmente l’occasione di incontrare Tolstoj dal vivo, e l’esperienza lo riempie di concitazione. L’incontro si svolse ovviamente a Jasnaja Poljana, la celebre riserva in cui lo scrittore dimorò a lungo e morì, dove si era fatto costruire appositamente un enorme frutteto in accordo con la polizia russa. “E’ pieno di talento e ha senza dubbio un cuore buonissimo ma al momento non sembra possedere un punto di vista a ben definito sulla vita” dice Tolstoj sul più giovane scrittore.

Vapore o scorza di betulla

La filosofia tolstoiana ha avuto un potente effetto su di me, ha guidato la mia vita per un periodo di sei, sette anni… Ora qualcosa si ribella in me. La ragione e il senso di giustizia mi dicono che vi è maggior amore per l’uomo nell’elettricità e nel vapore piuttosto che nella castità e nel rifiuto di mangiar carne. La guerra è un male, il sistema giudiziario è pessimo, lo so; ma non per questo devo camminare con calzature in scorza di betulla e dormire su una stufa.

Stima intellettuale

Sopra ogni considerazione però, Checov considerava Tolstoj, com’è naturale, un padre spirituale. Al di là delle considerazioni di natura pragmatica sulle scelte filosofiche, lo definì sempre come un genio, un maestro.

Tolstoj è una forza, ha un’autorità enorme, e finché sarà vivo lui il cattivo gusto in letteratura, la volgarità sfacciata e meschina, la vanità grossolana o irritante saranno respinte lontano.

Direi che possiamo considerarla un’attestazione di stima.

Ho visto il programma del festival di Cannes 2019, e come immaginerete non posso esimermi da alcune considerazioni. Qualche titolino per sciacquarsi dall’accusa facile della ricerca spasmodica del cinema drammatico e sociale ad ogni costo.

Lungi da me il denigrare un programma così fitto di occhi ammiccanti e meno sulla contemporaneità. Ho visto solo alcune delle clip che girano, ma già LEs Miserables, o Atlantique, sembrano rassegne sull’alterità del contemporaneo. Ben venga, l’epica pasoliniana, ben venga. Ma quest’anno a parte l’atteso ultimo Tarantino e l’autobiografia di Almodovar, no vedo altri potenziali cult per le grandi masse.

Detto ciò, nessuno di noi è a caccia del film “da Cannes a Oscar”. Se Tarantino magari con la sua luccicante storia nostalgica holliwoodiana potrebbe anche tornare al red carpet degli Oscar, dopo quello francese, degli altri non sono così certo.

Bisognerà vedere i film per giudicare, ma a occhio direi che la preponderanza per il sociale renderà il prossimo festival 2020 quantomeno surrealista. Quantomeno. Ma sono previsioni.

Ho ritrovato scartabellando del vecchio materiale di quand’ero ragazzo una fotocopia che  l’insegnante di greco antico e latino ci fornì al liceo, per meglio riflettere sul Cratilo di Platone. Sono rimasto talmente colpito dalla profondità della filosofia che ci ho riscontrato, e dall’acutezza con la quale abbiamo trattato il volume, che ho deciso di riportarlo.

Non me ne vogliate se mi concedo questo momento così spiccatamente intellettuale, prendetelo come un omaggio sommesso all’eccellenza della scuola italiana.

“Cratilo”-Riflessione confusa in risposta alle osservazioni sollevate ieri a lezione. 

  1. “Che se poi l’abitudine non è affatto Convenzione sarebbe meglio dire che non la somiglianza è dimostrazione, ma l’abitudine invece; è questa infatti, come pare, che significa per mezzo del simile e del dissimile.” (dice Socrate)

E l’abitudine presuppone rapporto, non è del tutto arbitraria. Per riprendere l’esempio fatto ieri a lezione, “tavolo” non è stata una scelta casuale, i latini lo chiamavano “tabula” composto da “ta-bula”, “stendere” più suffisso “-bula” che forma un sostantivo designante strumento(come fa-bula, da for, faris: “parlare”) (Francesco Bonomi,vocabolario Etimologico della lingua italiana). Insomma, quello che spaventa Socrate, e Cratilo, è la dissociazione che Ermogene compie tra linguaggio e ratio non strumentale, ovvero ratio conoscitiva. Perché lo sappiamo, tutto ciò che si presenta come arbitrario molto più difficilmente diventa oggetto di studio. L’ossessione positivista per la catalogazione scientifica non è un’assoluta novità per la storia umana, anzi è una necessità quasi di specie dell’homo sapiens sapiens, almeno quanto la curiosità che ad essa si accompagna. Negare totalmente una ratio al linguaggio sembra, anche a Platone/Socrate, poco da “sapiente”, non è difficile da comprendere.

  1. “E credo anche che uno se si desse molto da fare ne troverebbe molti altri [esempi] dai quali sarebbe spinto a ritenere che chi pose i nomi intendeva significare al contrario che le cose non vanno né si muovono ma se ne stanno immobili.”

Notiamo come lo schematismo non voglia comunque configurarsi come troppo dogmatico: Platone ammette una quota di movimento all’interno dell’abitudine (potremmo azzardarci a dire “regola”?), o forse, meglio, conferisce all’abitudine stessa lo statuto di “mobile”.

Certo la dissertazione paretimologica di Socrate e Cratilo su “scleron” sembra ingenua, e nemmeno la giustificazione nelle tuttora esistenti parole onomatopeiche ci fa ricredere con sicurezza, rimaniamo scettici. Ma non dimentichiamo che siamo figli di una scuola strutturalista e grammatica che ha compiuto passi da gigante dalla “lambda con idea di debolezza” e “rho con idea di forza”. Memento, non tutto è attualizzabile, e la rivalutazione a posteriori… molto spesso è poco conoscitiva.

PS: Per rispondere all’esempio del ragazzo, sono d’accordo che si possa decidere di chiamare un tavolo “blar” (?), ma sfido a ricostruire un sistema grammaticale complesso… Ovviamente, senza utilizzarne uno preesistente. Da un lato la libertà che ogni parlante si prende, dall’altro il retaggio normativo grammaticale, imprescindibile. Che, emotivamente parlando, sconcerta al punto da credere, in momento di debolezza, a un ipotetico Legislatore.”

 

Un momento penoso, non solo per il fatto di cronaca ma anche per la cronaca stessa che ci è fiorita sopra.

Non so che dire. Pensavamo di essere riusciti con la tecnologia ad emanciparci dalla fame, dalle guerre, dalla violenza. Il tifoso morto il 26 dicembre non fa che ricordarci di quanto la nostra anima bestiale di tanto in tanto trovi una forma e aggredisca la nostra normalità.

Perché ne parlo, rinfocolando una polemica che prevedo già di lunga durata? Perché se mi sono ripromesso di ingaggiare una battaglia culturale, penso che una forma di tifo da parte mia sia senz’altro presente. Non ho scelto di aprire un blog di tecnologia (anche perché le mie competenze in merito sono inferiori a quelle artistiche/di fruizione della cultura).

Non ho scelto però nemmeno di addentrarmi nel complicato terreno dell’opinionismo politico, che spesso ha molto più i connotati di tifo del tifo stesso. No, la cultura non prevede che un michelangiolista investa con la sua auto un pre-raffaellita. C’è posto per la magagna, per l’interesse, per la ruberia e per il malaffare anche nel mondo museale. Ma come si può arrivare dalla bellezza della fruizione artistica a un gesto di violenza deliberata verso chi quella bellezza non la può apprezzare?

Ho sentito giudizi davvero accorati su artisti passati a miglior vita. Ho sentito anche appelli molto entusiastici a finanziamenti settoriali, per aiutare questo o quell’ambito della ricerca accademica.

Non parliamo delle invidie accademiche, per pudore, e per umiltà, visto che le conosco solo per sentito dire e mai in prima persona. E, come Tucidide, racconto quel che ho visto.

L’hanno investito per una partita di calcio. Non ci sono più parole. Mi taccio e porgo un saluto alla famiglia.

Sono a riportare un’indagine statistica sullo stato della conoscenza e dell’occupazione in Italia.

Non tutti abbiamo la fortuna di gestire sul suolo patrio un istituto di indagine e analisi statistica come Istat. Senza entrare troppo nel merito del perché faccio questa considerazione, ho letto da poco il Rapporto conoscenza 2018, e principalmente il capitolo 6, titolato “Gli strumenti e  le sfide per le politiche”.

Il rapporto

Alla capacità di creare conoscenza, alla sua diffusione nella popolazione e all’uso nella
vita personale e nell’economia sono associati numerosi elementi, di natura diversa, rispetto
ai quali le politiche possono avere un ruolo non trascurabile. (Fonte)

E quindi abbiamo delle voci come la creazione di occupazione qualificata (6.1) ma anche, necessariamente, la premialità dell’istruzione nelle opportunità di lavoro e di reddito (6.2). Lo stato dell’arte dell’istruzione è fondmentale per capire i bisogni di una classe dirigente artistica da formarsi, e non manca nemmeno il capitolo in merito (6.3).

Considerando la diffusione della conoscenza nella vita quotidiana delle persone, la disponibilità
e la fruibilità dell’offerta culturale e l’uso della cultura (6.4) sono strettamente
connesse. In quest’ambito, i giacimenti culturali e in particolare i siti del patrimonio
Unesco (6.5) costituiscono un asset con valenza anche economica diretta,
ma gli strumenti più consolidati sono rappresentati dalla disponibilità editoriale e la
lettura di libri (6.6).
Infine, tra gli elementi di natura sistemica, si annoverano le infrastrutture del sapere
– un buon esempio nel mondo digitale, Wikipedia (6.7), la creazione e lo sviluppo
delle imprese (6.8), in particolare negli ambiti tecnologicamente più avanzati, o
l’efficienza e la capacità formativa del sistema Universitario (6.9).

I commenti

Che dire, aspetto di finire la lettura per avere un commento sostanzioso. Già ne sto elaborando uno.

Se sui rapporti degli anni precedenti poco mi sono interessato se non per quanto riguardava gli aspetti salienti che la stampa rimbalzava, penso che quest’anno aggiungerò ai miei soliti report “privati” ottenuti da indagini sporadiche nel settore questa ulteriore panoramica.

A presto.

Dalle ex colonie, alla fascinazione per il nostro intrigante Paese. Nel mondo, a quanto emerge dai dati conclusivi della XVIII edizione della Settimana della Lingua Italiana nel mondo, si parla sempre più italiano.

Sempre più studiosi di italiano

La settimana si concluderà il 21 ottobre. Il tema quest’anno è: “L’Italiano e la rete, le reti per l’Italiano”.

Dalle ultime rilevazioni relative all’anno scolastico 2016/2017, risultano circa 2.145.093 studenti di italiano, distribuiti in 115 Paesi. Le rilevazioni mostrano un importante aumento degli studenti di italiano che sono passati da 1.522.184 nell’anno scolastico 2012/2013, a 1.761.436 nel 2013/2014 fino agli oltre 2 milioni odierni.

(Fonte: Il Sole 24Ore online)

Ma attenzione a trarre conclusioni troppo entusiastiche: il dato si riferisce in parte al rilevato crescente interesse per la nostra lingua. Ma va precisato che la rilevazione risente di un affinamento delle tecniche di rilevazione statistica stesse: infatti si sono considerati nella ricerc numerosi istituti privati, associazioni culturali, realtà sommerse che erano riuscite  a svincolarsi dai censimenti ufficiali.

Italiano sì, italiano no

La rilevazione è fondamentale per comprendere come le conoscenze che sono patrimonio di una popolazione, o meglio, di una Nazione, vengono recepite. Per quanto il concetto di Nazione appaia oggi come anacronistico, ma non mi suona troppo bene parlare di patrimonio “statale” o “linguistico”. Nella diffusione della cultura il concetto di Nazione è veicolare, se ci pensiamo: aggiungere fascino e senso di appartenenza anche a una comunità che non ne ha poi tanto è quello che contraddistingue la buona promozione culturale da quella che non oltrepasserà mai le porte della città. Detto ciò, la banalizzazione non è mai una buona scelta.

Rilevato a metà

Non basta, come sostiene l’articolo che ho citato sopra, rilevare “a metà”. Certo, è importante avere un dato certo, che ci dica quanto l’italiano è studiato nel mondo. Ma considerando il dato precedente come inattendibile, stiamo causalmente ammettendo che questa informazione in fondo non è poi così nuova.

 

Quanto di più temuto da un naturologo dell’epoca, la condanna di Plinio il Vecchio ha impressionato molti studenti.

La condanna dello scienziato

Così mi piaceva concepirlo in adolescenza, come un martire votato alla Verità al di sopra del reale pericolo che questa comportava. L’episodio del Vesuvio che esplode in fiamme e lapilli è indicativo di questa tendenza: la condanna è quella di non abbandonare i ranghi in ogni senso possibile.

Un incidente mortale

Va detto infatti che Plinio il Vecchio non solo volle, come racconta il nipote, arrivare il più vicino possibile al vulcano. Ma anche, e forse soprattutto, voleva mantenere i ranghi, essendo a capo della flotta stanziata al Capo Miseno. L’incidente mortale del quale fu vittima fu quindi anche la fine delle sue scoperte scientifiche, che per l’epoca furono assai promettenti. Ma anche, probabilmente, la fine delle prospettive per il nipote, che certo non sarà stato indifferente a fomentare la fama dello zio, anche per un possibile tornaconto personale.

Lo dico senza intenzioni negative o machiavelliche, semplicemente dopo la Storia romana di Mommsen non credo sia più possibile prescindere da queste interpretazioni res-publicane.

Condannato dalla fame per il sapere

Questo, del “condannato dalla fame per il sapere”, è il profilo che conosciamo di Plinio il Vecchio.

E’ anche piuttosto facile adattarsi a un modello senza conoscere, oltre alla lettera del nipote, altra fonte storica e letteraria. Certo, mi si potrà obiettare, non è facile cogliere un uomo in punto di morte mentre si arrampica sul Vesuvio. E d’accordo, già Plinio il Giovane è stato fortunato a scamparla, probabilmente. Tuttavia va ricollocato nella sua cornice: Plinio il Vecchio era certamente un appassionato di natura, ma anche un uomo del suo tempo.

Condannato dalla sua fame del sapere, sicuramente un ruolo l’avrà giocato anche la fame di gloria.

E possiamo dire che alla fine aveva ragione lui.