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Immaginavo che prima o poi nel bel mezzo di queste peregrinazini normative qualcuno avrebbe alzato pacatamente le antenne, chiedendosi: ma dove sta andando a parare?

In un blog che si occupa di cultura, ha in effetti senso chiedersi che ruolo abbia il giornalismo… Sì, ha senso, ma in termini diffusivi più che sostanziali. Il giornalismo, e il radiogiornalismo, stanno però alla diffusione della cultura, spesso, come il volantino sta al successo del locale notturno. Qualcuno si fermerà per provare il coktail più insolito millantato da quei quadratini di carta sempre più centimetrici che distribuiscono nelle zone della movida. Ma quanti, dico, quanti almeno che non frequentano già quell’intorno, andranno effettivamente nel bar pubblicizzato dal quadratino suddetto? Io potrei riferirmi a una fascia d’età che paradossalmente è più avulsa dalle logiche della carta stampata con intenti pubblicitari. Noi persone della mia età, diceva sempre un mio conoscente di una ventina d’anni meno attempato, tendiamo a spregiare la carta in una iper-correzione dovuta al nostro volerci omologare al digitale. Come a dire, non siamo digitalizzati a sufficienza, e vogliamo mostrare di esserlo. O meglio, direi io, come diceva Baricco parlando della barbarie: siamo profondi come istanze di base. Ci avviciniamo quindi alla digitalizzazione con la nostra abituale profondità, e vediamo il cubetto di carta come obsoleto, vintage. Invece dovremmo con la volatilità rapida dei “giovani” afferrare il volantino, cercarci la suggestione visiva e la promozione, come gli esseri umani ancora fanno con le immagini anche fisse.

Comunque, è fatta e rifuggo il giornalismo e il radiogiornalismo. Non penso che la promozione culturale possa passare solo da lì. Penso però che se parliamo di sovvenzioni statali, sia un OBBLIGO parlare dell’editoria in senso ampio. I libri, le case editrici. Quelle buone, che ancora cercano di riportare il classico sotto la migliore luce, quelle che ospitano i contemporanei quanto basta per non curarli troppo. Che su questi contemporanei attuano un lavoro di selezione professionale, e non emotivista. Io vorrei uno Stato che finanzi le opere d’arte buone, ben fatte, professionali. Anche se il criterio è difficile da trovare, ma penso che potrei proporre qualche buon nome per una ipotetica giuria. Per ora, tutto questo è utopia. Pura.

La regia cinematografica è arrivata anche nel teatro, e fin qui nessuna novità: fin da Aristotele, cioé da quando abbiamo una memoria storica del teatro, si dice che i registi tentino di riprodurre la realtà. La realtà non è altro che la riproduzione che nel nostro cervello avviene del mondo fenomenico, per dirla come gli empiristi.

E il mondo fenomenico cos’è se non la stampa della linea temporale nella nostra percezione, condita dai diversi picchi d’attenzione concessici dalla memoria, dai sensi, anche dall’intensità fenomenica stessa del presente?

La regia

E quindi la regi tenta di ricreare, in modo  soggettivo, il collegamento con questo mondo fenomenico, nella mimesi aristotelica più pura. Ecco che in una regia teatrale barocca la macchina assumeva a questo punto un ruolo fondamentale. Ecco che viceversa gli stratagemmi per rappresentare l’osceno diventavano i più vari: dove non si può mimare un accoltellamento, ad esempio in un dramma storico shakespeariano, allora subentra l’mmaginazione del pubblico.

Quando gli attori raccontano

Siamo abituati a pensare che il romanziere, il poeta, lo sceneggiatore raccontino. In realtà la tecnica del racconto di seconda mano è un spediente narrativo molto diffuso, e spesso messo in mano agli attori. Il messo che entra e riferisce una notizia, ad esempio. Oppure il personaggio di nome “Prologo” nel tetro greco e romano, con la parodia che tutti ricordiamo nel “Sogno di una notte di mezza estate”, sempre shakespeariano.

Non dimentichiamoci del teatro

Io capisco che il metodo cinematografico assommi in sé talmente tanta cura dell’effetto speciale e della narrazione mista che diventa difficile tornare a un banale “racconto di seconda mano”. Mi pare che si chiamasse racconto “eterodiegetico”, giusto per farcire un po’ questo intervento di nozionismo.

Ma ecco, fate teatro. Facciate teatro. Il cinema c’è, ed è una forma d’arte con i suoi canoni. Se la riproponiamo senza la potenza dell’effetto speciale, a mio parere abbiamo perso un’importante occasione di varietà artistica.

Ma forse sono vecchio io.

Mi capita spesso di vedere opere teatrali nelle quali la recitazione ambisce magari al canone teatrale, ma la regia è decisamente cinematografica.

Il grande mattatoio

Invece del grande mattatore, capita spesso di assistere, ahimé non solo in contesti provinciali e dilettantistici, a rappresentazioni indecenti di piéce celebri. La scenografia che non va e tenta attualizzazioni selvagge, i costumi sempre per lo stesso principio o inappropriati o troppo post moderni.

Scivoliamo nella critica solo quando un particolare ci urta a tal punto da mutare la nostra comprensione dell’opera, o al punto da disturbare semplicemente il nostro silenzio catartico. Uno spettatore, un modo di ricezione, non mi ricordo chi lo diceva ma sono sostanzialmente d’accordo. E per quanto sia impossibile incontrare il piacere di ognuno, il bravo regista e il bravo scenografo cercano quantomeno di accodarsi a tendenza di successo, se proprio non sanno cogliere il Volkgeist o la Weltanschaunng.

La regia e la recitazione

Ma la regia, che è il personalissimo tocco poetico di un singolo, può essere influenzata da correnti disparate. Pensiamo anche solo ai canoni stretti della recitazione: nessun attore si metterebbe mai a imbastire una recitazione semi-cantata da tragedia greca. Mai, nemmeno nel teatro più avanguardistico. Se non, forse, in un contesto di sperimentazione, questo lo concedo, ma deve essere dichiarata la fonte di questa stranezza della recitazione cantata, oppure si deve essere in seno a una rievocazione storico-culturale…

E arriviamo alla regia cinematografica

Ed ecco che siamo arrivati: la regia consente margini più ampi, o meglio li consentirebbe. Ma troppo spesso mi trovo di fronte a opere teatrali, magari d’autore, magari opere prime, ma comunque accomunate dalla tendenza agli spazi e ai tempi della regia cinematografica.

 

Il Papiro di Artemidoro, a lungo considerato un documento storico di inestimabile valore, è un falso. Lo stabiliscono gli studi raccolti nell’inchiesta della procura di Torino nei confronti di Serop Simonian, che nel 2004 riuscì a vendere il reperto, per un corrispettivo di 2 milioni e 750 mila euro, alla Fondazione per l’Arte della Compagnia San Paolo. Una truffa, per i magistrati torinesi, che resterà però impunita: il procedimento è stato infatti archiviato per intervenuta prescrizione.

Un inciso che ricorda molto a chi si è nutrito in giovane età di filologia classica e papirologia.

L’indagine

Scartabellando le pagine di stampa, vedo che il primo esposto pubblico proveniente dal mondo della cultura arriva da Luciano Canfora, nel 2013. Alla Procura di Torino, per la precisione, nel cui Museo Egizio la Fondazione che lo possedeva l’aveva concesso in comodato d’uso gratuito.

Tra le altre figure scettiche compare l’ex direttrice del Museo Egizio di Torino Eleni Vassilika, che sembra essersi rifiutata di esporre il reperto, motivandola con la mancata autenticità del reperto.

Artemidoro, chi è costui?

Artemidoro, un geografo della fine del I secolo.

Colpevole della truffa, un mercante armeno di nome Serop Simonian, che nel 2004 riuscì a vendere il reperto a 2 milioni e 750 mila euro alla Fondazione per l’Arte della Compagnia San Paolo.

A un passo dalla pensione Armando Spataro, capo della Procura di Torino, conclude in bellezza associandosi nelle cronache alla scoperta. Anche se il reato è andato in prescrizione, la falsità del reperto ha segnato un importante passo per la storia dell’antiquariato e del mercato d’arte.

E’ poi eticamente quanto di più corretto si possa immaginare, che un professore come Canfora abbia sbugiardato il reperto. A riprova della competenza che i nostri accademici possiedono, e che decenni di tagli e pubblico discredito, in molti casi, a favore delle Scienze, non sono riusciti a scalfire.

Una conquista per il maestro fiorentino, del quale ho già parlato in qualche occasione.

“Pontormo: Miraculous Encounters” apre domani, 8 settembre, alla Morgan Library di New York.

Pontorno alla Morgan Library

La pala d’altare, probabilmente la sua opera più iconica anche per la colorazione pastello così manierista, ritrae l’incontro tra la madre di Cristo e la sua parente, Elisabetta. Un momento di agnizione nei Vangeli, nel quale la cugina più anziana sente il bambino che porta in grembo sussultare. Per chi mal ricordasse la novella evangelica: qui san Giovanni Battista, portatore dell’atto iniziatico del battesimo, incontra il proprio cugino, anch’egli in gestazione. Se quando si incontreranno da adulti i due avranno occasione per riconoscere il rispettivo ruolo, ora c’è solo un vago sentore magico, una premessa per la storia che va a svolgersi di lì a una trentina d’anni: il Battista battezza con acqua, ma annuncia che arriverà uno a battezzare con lo Spirito Santo, e l’annunciazione corrisponde a perfetta chiusura del cerchio, nei Vangeli. Dopo di lui infatti il cugino più giovane arriva, e a lui spetterà più avanti l’incarcerazione e la decapitazione.

La rappresentazione dei fatti

Ma senza entrare troppo nei dettagli apotropaici di questa decapitazione preventiva dei discepoli, nel dipinto del Pontormo non appare una chiara allusione al miracolo. A voler ben vedere, appare solo una rappresentazione di un episodio che potrebbe benissimo essere una fotografia quotidiana, tanto è assente in esso la narrazione.

Mi viene in mente una comparazione con lo sposalizio della Vergine, nella doppia versione del Bramante e di Raffaello. La comparazione tra i due dipinti consente di mettere in luce la relazione tra costruzione poetica e narrazione del fatto: nel caso del Bramante, la prospettiva regna sovrana, e per un moderno quale lo spettatore è, è quasi impossibile distinguere la narrazione sotto tutti gli strati sovrastrutturali del dipinto. Serve un codice, vorrei dire, che noi possiamo anche non possedere.

Nel caso di Raffaello, benché non sia comunque esente dalla sua maniera graziosa e leggiadra, la narrazione è ben più evidente. E’ evidente che sia in atto uno sposalizio, che la sposa sia una Vergine, e il paesaggio diventa con la sua vividezza diminuita, rispetto al Bramante, un piacevole corollario alla vicenda.

Tornando al Pontormo

Tornando al Pontormo, io trovo difficile non essere spiazzato dai colori pastello. Sono davvero molto evidenti, e mi richiamano tutto un Rinascimento post-michelangiolesco che fatico a mettere in secondo piano rispetto al fatto narrato.

Il miracoloso incontro alla Morgan Library sarà forse mediato dall’esposizione a un pubblico ben più ampio, che forse non ha questa “limitante” infarinatura di storia d’arte, a rendere difficile il miracolo.

Come avevo già visto nel museo Opera Duomo, la necessità di digitalizzare la cultura sembra una frontiera non solo trendy, ma anche necessaria per lo sviluppo bilaterale della fruizione d’arte.

La fruizione liquida

Bilaterale perché non richiede solo un necessario minor impegno, ovvero imbonimento, dell’utenza, ma anche un perfezionamento poetico ed estetico dell’opera d’arte in sé, che spesso come entità diviene fluida per essere recepita in modo attuale.

La digitalizzazione della cultura reca innumerevoli problematiche, sulle quali mi sono soffermato: la difficoltà nell’attribuzione della proprietà intellettuale è una di queste, che porta con sé la necessità o meno di retribuzione, mettendo quindi in discussione l’esistenza stessa della figura di artista.

Ma veniamo al Palazzo Reale

E’ stato presentato a fine giugno dal Presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè nell’ambito del convegno internazionale “Il palazzo disvelato” dedicato alla reggia palermitana e agli altri luoghi del potere mediterraneo (26-29 giugno – Sala Mattarella dell’Assemblea regionale). IL Palazzo rappresenta una straordinaria sintesi di culture, quella araba come quella greco-bizantina e normanna. Un caso di sovrapposizione al quale siamo abituati in questa Regione crocevia di culture, spugna culturale e architettonica, spersa in un mare che in qualsiasi epoca storica lo si analizza appare come sovraffollato.

IL progetto vede grandi nomi della tutela del patrimonio storico e architettonico dei palazzi del potere, che si collocano, come riporta un articolo Ansa, da Istanbul al Cairo.

Palermo prende posto in questa disamina.

Da chi nasce

Nato da Ars, un gruppo interdisciplinare dell’Università della Tuscia e la Tecno-Art aggiudicataria del bando per un costo di circa 500 mila euro, il progetto ha avuto inizio nel 2010, ed è stato coordinato da Ruggero Longo.

“Dopo 8 anni, lo studio giunge oggi a compimento con la realizzazione di una piattaforma digitale virtuale innovativa, che interagisce con innumerevoli banche dati creando uno straordinario archivio multimediale che consente l’accesso a un grandissimo numero di informazioni”.

 

L’Italia si fa spazio alle premiazioni del 71esimo festival di Cannes. Lasciata sedimentare la notizia qualche giorno, non posso più dare la notizia con l’entusiasmo che un sano campanilismo artistico richiederebbe.

Cannes 2018, nessun campanilismo

Ma no, non c’è campanilismo, non c’è il riconoscimento di velleità territoriali nel mio apprezzamento sincero per la sceneggiatura di Alice Rohrwacher.

Una regista che conoscevo poco, della quale ho poi visto anche Le Meraviglie, che ho trovato struggente, sincero, con una ponderatezza d’altri tempi.

Ha vinto quest’anno a Cannes con un pari merito.

Invito a leggere comunque la recensione di Merenghetti per avere una sinossi ma anche un punto di vista abbastanza schietto e senza le salacità di certa critica cinematografica, che non si può leggere a quanto pare sine previa consultatio maximorum.

Garrone

Ho già parlato di Garrone e della sua “maniera”, che non è in realtà stata valorizzata da premi a regia o simili. Invece, ha vinto Marcello Fonte, miglior attore protagonista, e gli è stato consegnato il premio dalle mani di Roberto Benigni.

Che dire, una fisiognomica che si ricorda, una plasticità facciale notevole, ma soprattutto un’espressività silente che ha dato al personaggio controverso una linea guida che l’ha reso umanissimo allo spettatore.

Ancora due parole su Rohrwacher

Vista la recentissima scomparsa del maestro Ermanno Olmi, e vista la bucolicità e l’universo senza tempo di “Lazzaro felice”, il parallelismo arriva spontaneo.

Ma attenzione, non sto invocando un parallelismo semantico: la differenza tra la Rohrwacher e Olmi è la stessa che c’è tra il Racconto dei Racconti di Garrone e un film Disney. Forse esagero, ma nella Rohrwacher il messaggio morale è, a mio parere, molto più chiaro, e il tono fiabesco non fa scadere mai il film nel documentaristico.

Considerando la de-ideologizzazione della società, considerando la perdita del “senso dell’onore”… Forse se Olmi fosse nato cinquant’anni dopo, farebbe film con Alice Rohrwacher.

Mi dicono professionisti della comunicazione digitale che parlare di 2.0 sia in realtà obsoleto. Non faccio nemmeno in tempo ad aggiornarmi, sembra.

Però insieme a me ci sono quelli che hanno partecipato a ‘Museum digital transformation’, conferenza dedicata al tema della comunicazione digitale dei musei, organizzata a Firenze dall’Opera di Santa Maria del Fiore e giunta alla sua seconda edizione.

Hanno partecipato alla conferenza le principali gallerie d’arte italiane, o almeno alcune di esse. Specialmente quelle che si sono distinte per l’investimento tecnologico nella promozione e presentazione degli articoli da museo.

Oggi i galleristi puntano al pubblico giovanile focalizzandosi su quelle che sono le sue passioni. Come si fa di prassi, solo che la velocità da capogiro che sta assumendo il contrasto generazionale con i nati nel Duemila potrebbe mettere in difficoltà.

Opera Duomo, i partecipanti

I partecipanti erano oltre 200, tra i quali spiccavano gli Uffizi, l’archeologico di Napoli, l’Egizio Torino, quello dell’Opera del Duomo di Firenze, il Maxxi a Roma.

Le tendenze dei giovanissimi

La cosa che più mi ha incuriosito sono appunto le tendenze di questi giovani e giovanissimi: gaming, chatbot, messaggistica per il servizio clienti, intelligenza artificiale, realtà aumentata e virtuale.

Posso capire la messaggistica che annulli la distanza comunicativa per il reperimento di informazioni. Tutto tende a essere rapido e immediato, nella buona pratica di promozione aziendale. La chatbot invece, mi chiedo come possa essere applicata alla promozione museale. Non avendo assistito alla conferenza, speculo: l’utente contatta il sito, e gli risponde un’intelligenza artificiale (altro argomento di dibattito, per l’appunto) che gli dà le indicazioni richieste.

Come coniugare insomma le FAQ alla sensazione di avere un contatto umano, al quale delegare la responsabilità dell’informazione sbagliata (non “hai letto male” ma “me l’ha spiegato male”).

O magari tutti questi dibattiti creeranno delle stampelle alle installazioni, alla proiezione, alla fruizione vera e propria.

L’idea della chatbot che mi spiega Michelangelo, comunque, non mi dispiaceva.

Ecco che i campanilisti in agguato possono gioire: sono due gli italiani in concorso a Cannes, quest’anno.

Chi sono

Facezie a parte, parliamo di due consolidati, Alba Rohrwacher e Matteo Garrone. In Un Certain Régard, anche “Euphoria” di Valeria Golino.

La “maniera” di Garrone

Regista, Garrone lo è dai primi cortometraggi, e già formato e già con una sua “maniera”. Lo stesso occhio narrativo crudelissimo c’è in “Oreste Pipolo fotografo di matrimoni” e ne “Il racconto dei racconti”, benché di generi diametralmente opposti. In un caso, la fiaba che si potrebbe pensare di umanizzare, e invece rimane fiabesca e distante anni luce da qualsiasi tentativo di empatia, nell’opera tratta dal Cunto de li Cunti di Basile.

E poi, l’assoluta clinicità dell’occhio che accompagna Oreste Pipolo, come anche le protagoniste delle stade di periferia in un altro suo corto d’esordio, il primo di “Terre di mezzo”. Neorealismo manicheo, non ce n’è. Amarezza dello sguardo monicelliano, men che meno. Non c’è ironia, non c’è nemmeno significatività delle transizioni: tutte le opere garroniane scorrono, come telecamere sapienti nella fotografia, ma deboli nella lettura del cuore. Beninteso, il cuore è la sottile e fragile linea che demarca la soglia d’attenzione dalla partecipazione patetica.

In questo caso però il trailer sembra lasciar intravedere una storia drammatica. Fermi immagine significativi sulle espressioni facciali, non mancano. Il dogman è un esile gestore di un esercizio commerciale nel quale ci sono cani in gabbia. Questo è quanto evinciamo dalle scene a lui dedicate. Esile, quasi emaciato, ma non scolpito nel servilismo dei “deboli”, con movenze esacerbate. Non ha la gobba, non trema, non ha sguardo disperato. Appare, se vogliamo con il solito distacco imposto dell’occhio garroniano, un lavoratore che capisce la situazione, e (probabilmente) si adegua alle richieste dell’altro protagonista (del trailer, ovviamente), l’energumeno.

Qualcosa mi lascia presagire che l’energumeno non sarà un Cattivo, visto il camaleontico ingegno garroniano nel calarsi, sempre con il suo occhio vitreo, in tutti i generi.

Siamo nella stato sabaudo, siamo a cavallo tra i secoli decimo ottavo e decimo nono. Qui, per una fortunata concatenazione di eventi,  nasce e prospera l’arte di ebanisti e intagliatori.

Maestri del legno

Ai maestri del legno viene tributato un omaggio da parte della Reggia di Venaria Reale. In occasione della riapertura primaverile allestiscono infatti la mostra ‘Genio e Maestria. Mobili ed ebanisti alla corte sabauda tra Settecento e Ottocento’.

L’esposizione raccoglie più di 130 arredi da collezioni museali e private, molti presentati per la prima volta.

Una corporazione costituita da ebanisti e intagliatori che tutta l’Europa si litigava. La corporazione degli artigiani dei mobili fu chiamata ‘Università’, per intenderci, ed era responsabile del rilascio di brevetti.

Tra gli autori esposti, il più esclusivo per l’epoca pare essere stato Pietro Piffetti: portano la sua firma due tavoli da muro, il cassettone del Quirinale e la scrivania di Ca’ Rezzonico a Venezia, restaurata per l’occasione. Inoltre sarà esposta per la prima volta la scrivania con scansia della Fondazione Cerruti di Rivoli.

Tratti delle arti maggiori

Tra i tratti di quest’arte solo apparentemente di nicchia si notano gli afflati di discipline più “tradizionali” come le arti pittoriche. Vediamo forme spiccatamente classiche in Giuseppe Maria Bonzanigo, con il suo Trofeo militare, oltre alle opere di Fracesco Bolgiè e Biagio Ferrero.

“Tra i pezzi più curiosi” è stata annunciata una voliera del 1850, regalata per il matrimonio del duca Ferdinando di Savoia e testimonianza degli interessi dei principi per la zoologia.

Coro monastico di Prinotto

Il finale è dedicato a un’opera del Prinotto, con Giuseppe Marocco e Giacomo Filippo Degiovanni. E’ un coro monastico intarsiato di cui si sono perse le tracce per ben 200 anni. Scomparso a inizio Ottocento in seguito allo smantellamento degli ordini religiosi del Piemonte, ritrovato in Irlanda dall’antiquario Fabrizio Apolloni, è stato recuperato dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale.

La mostra sarà attiva dal 17 marzo al 15 luglio.